Hugo Simberg: tra simbolo e tradizione
di Angelo Lo Conte   

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«La natura è un tempio dove pilastri viventi lasciano talvolta sfuggire confuse parole − l'uomo vi passa lungo foreste di simboli, che lo fissano con sguardi familiari» (C. Baudelaire)

Negli ultimi anni del XIX secolo la Scandinavia ed in particolare la Finlandia furono teatro di significativi ed affascinanti momenti artistici: nel corso di pochi anni la cultura simbolista si affermò nei paesi nordici, accompagnandosi ad un gusto romantico, nostalgico e introspettivo che costituì la sintesi di uno dei momenti più alti dell’arte moderna. Come testimonia la grande mostra su "Munch e lo spirito del Nord", a Villa Manin, di cui vi daremo conto tra breve.

 

 

 

 

Conosciuto per molti versi proprio grazie all’opera fondamentale di Munch, il simbolismo scandinavo si dipana con uno stile schietto e una discussione del concetto di arte comprensibile e di superamento delle dinamiche impressioniste. Gli artisti simbolisti si concentrano sulla espressione libera e diretta di sentimenti semplici, puri, filtrati dalla mobilità della linea e dal panneggio gentile che delinea tratti straordinari della natura.
Nel territorio finnico questo particolare momento è fermato dall’opera di Hugo Simberg, allievo della Associazione degli Artisti finlandesi, personalità complessa e tormentata, coltivata dal maestro Akseli Gallen-Kallela, il grande illustratore del Kalevala, pilastro dell’identità nazionale finlandese.
La produzione di Simberg si concentra principalmente nell’utilizzo del simbolo come catalizzatore del sentimento e dell’angoscia, espressione formale di un disagio intimo che ricollega in un filo continuo vita e morte, utilizzando come linee guida la semplice rappresentazione della vita quotidiana, l’inconsistenza del trascendente, e, infine, l’immancabile, abbagliante, spettacolo della natura.
Questa nuova attitudine della pittura, tutta volta alla narrazione del demone interiore e del rapporto dell’uomo con la morte, si evidenzia in una serie di tele ambientate prevalentemente nella stagione autunnale, scelta precisa e significativa della ricerca di un tono caduco, volto alla prefigurazione del termine dell’esperienza terrena e delle angosce che la accompagnano. Il tratto e la linea espressiva sono frutto di un lungo percorso formativo, di una tradizione culturale che affonda le radici negli albori della società finnica e che riecheggia le atmosfere soffuse e dense di significato simbolico che pregnavano le chiese e le raffigurazioni della Finlandia medievale, attraverso un disegno semplice ed elementare, di forte impatto evocativo.
Hugo Simberg, punto di arrivo di una tradizione filtrata dai secoli e dai cambiamenti culturali, si fa portatore di un sentimento intimo, vicino all’ineluttabilità, con una sincerità e una semplicità che lo innalzano ad erede dei pittori della scuola di Henriksson e delle maestranze medievali; questa convergenza, non si esplica soltanto sotto il profilo di una ripresa simbolica, ma anche nella rappresentazione del dettaglio grafico, in particolare nella rappresentazione della figura demoniaca, soggetto preponderante nella pittura del maestro finlandese, ma già ben presenti in alcuni cicli pittorici tardomedievali, come in San Lorenzo a Lohja.

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All’occhio attento, infatti, l’ipotesi di una linea di continuità nella tradizione scandinava che collega il medioevo al simbolismo è assolutamente plausibile: la pittura medievale si pone come obiettivo quello di istruire i fedeli attraverso un'immagine-simbolo che li suggestioni e che riesca, attraverso la sue rappresentazione, a dare sostanza ai precetti e ai dogmi; allo stesso modo la pittura di Simberg cerca, attraverso il simbolo, di svelare un animo turbolento, nascosto, mediante una pittura povera, destinata al popolo, alla gente umile, priva di fronzoli e densa di un significato così profondo da essere comprensibile a tutti.
Il primo esempio di questa nuova e raffinata tipologia raffigurativa è espresso in una tela non titolata dell’autore raffigurante un uomo che, ormai oltrepassate le soglie della vita, si trova combattuto tra il bene e il male.

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Il soggetto, ritratto di spalle, ci appare inerme, in balia del magnetismo dei due poli dell’esistenza. E’ un viandante sotto i cui piedi si stende una lunga landa disabitata, caratterizzata da fiumi e prati, geometricamente tagliata dalle strade della redenzione e del peccato: un paesaggio dominato da un lungo fiume, simbolo del tempo e dell’infinito, che separa l’uomo dall’approdo fuggendo verso la parte alta della tela e dividendo inesorabilmente il mondo dei pii da quello degli empi.
Si tratta quasi di una rivisitazione moderna del tema della psicostasia, una “pesa dell’anima” nella quale l’uomo ha parte attiva: non è più dio o l’arcangelo a decidere chi far assurgere alla vita eterna, bensì l’uomo stesso ad avere la possibilità di autodeterminarsi e di scegliere il proprio cammino.
Ai piedi del viandante, alla base di un pendio scosceso, sorgono due moli che probabilmente non saranno mai raggiunti; lo sguardo del viandante, a noi nascosto, tende all’infinito, disinteressandosi di una scelta poco attuale e forse inutile. E’ uno sguardo rivolto all’infinito, a quel lembo d’acqua che inesorabilmente corre lontano toccando le sponde dell’approdo.
Le figure che completano la scena, il diavolo e l’angelo, riecheggiano un quel grottesco sapore medievale proprio della storia della pittura finlandese, ricordando per postura e movimenti la lotta tra il bene e il male affrescata nella stanza delle armi della chiesa della Santa croce di Hattula. I colori, netti ma adombrati, delineano uno scenario di quiete scosso dal tumulto della linea ondulata che rende ancora più tormentato l’istante della decisione.

ImageAllo stesso modo la tela intitolata Halla (Gelo) datata 1895 pone lo spettatore di fronte ad una precisa condizione: quella di accettare il gelo come simbolo della solitudine della condizione umana nel percorso dell’esistenza. Si tratta di un quadro dal forte impatto evocativo, caratterizzato da un senso di immobilismo e rassegnazione: un’opera claustrofobica, che cova in sé un sentimento così forte da indurre lo spettatore a oltrepassare i confini della tela e a trasportare il soggetto in un ambiente indefinito, carico di suggestioni.
Lo scenario è dominato da un paesaggio strutturato, ritratto nel momento in cui uno splendido tramonto sta per calare tra le grandi foreste: è l’esaltazione dell’attimo fuggente che coglie l’animo malinconico al calar del sole, l’oscuro momento in cui l’uomo è nudo, solo innanzi a se stesso.
Volgendo lo sguardo in basso, attraverso uno stacco netto di colori, alla foresta si sostituisce una sterminata landa desolata, disseminata di covoni, al centro della quale un uomo nudo, simulacro dell’umanità, “urla” , immobile, nel tentativo di rifuggire ad un gelo invisibile che lo tormenta.
Il dolore di questo grido straziante, che tanto si accosta a quello, celeberrimo, di Munch, disperde l’angoscia di una solitudine interiore reale, tangibile, che si manifesta in sottilissime linee di un bianco acceso che permeano l’ambiente circostante assediando l’inerme feto adulto; si tratta di una figura semplice, stereotipata, caratterizzata da grandi orecchie che, in concerto con le mani giunte, accompagnano la solitudine glaciale che permea l’opera, data in pasto allo spettatore senza alcuna mediazione, solo attraverso l’espressione tangibile di un simbolo proprio del dolore della condizione umana.
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Questo utilizzo del simbolo come espressione di un sentimento alto, trascendente, comprensibile a tutte le fasce sociali è rintracciabile anche all’interno del capolavoro più osannato del Maestro: l’Angelo ferito (dipinto nel 1903) opera ormai entrata nell’immaginario collettivo della cultura finlandese.
In questa tela il dolore e l’esaltazione della difficoltà della condizione umana assurge a simbolo di una intera nazione; l’angelo, ferito a morte, esausto, dolorante, viene portato mestamente lontano dalla scena da due giovani dallo sguardo enigmatico e torvo, che, volgendosi allo spettatore, si incamminano in un immobile e desolato scenario nordico.
L’ambientazione dell’opera è ancora una volta autunnale: il paesaggio, brullo e privo di verde si allunga a perdita d’occhio nel fascino glaciale di un lago; uno scenario morto , inquietante, che funge da quinta per la rappresentazione, molto teatrale, di un’agonia garbata e dignitosa.
Il soggetto assume tratti di grande dolcezza: l’angelo, seduto, quasi privo di sensi, con gli occhi coperti da una benda, è in completa balia del suo destino, invitato a farsi da parte, allontanato dalla scena da due bambini.
Hugo Simberg non volle mai dare una lettura di questo quadro, lasciando allo spettatore la possibilità di poterlo contestualizzare e leggere secondo il suo spirito. Al giorno d’oggi è naturale assegnare al quadro un valore sociale e civile, la narrazione simbolica della prigionia di un paese intero, ridotto alla cecità, dal giogo straniero.
Con quest’ ultimo simbolo il maestro finlandese dedica un omaggio alla sua terra ed alle sue contraddizioni, attraverso un’evoluzione stilistica dolce e infinitamente triste, un quadro che però presuppone la speranza, e l’auspicio per un paese intero di riscattarsi.

Image Dipinto di Pekka Vuori

(La Rondine - 23.10.2010)