TEATRO FINLANDESE: INSENSIBILITA'
di Pirkko Saisio   

Pirkko Saisio

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INSENSIBILITÀ

Requiem per cinque

Titolo originario: "Tunnottomuus" (2003)

Traduzione italiana di Nicola Rainò (2010)

In collaborazione col Teatterin Tiedotuskeskus.

PERSONAGGI:

SEPPO: avvocato
TUULA: moglie di SEPPO
MARKO: medico, figlio di SEPPO e TUULA
TOINI: madre di SEPPO
MILVA: fotografa


SCENA I

Mattina d’estate. Spunta il sole. SEPPO e MARKO sbrogliano le reti da pesca. Gorgoglìo dell'acqua che si muove. Gli uccelli cinguettano timidamente; è già agosto.


SEPPO – Cazzo. È una carpa.
MARKO – È grande. Ci si fa la zuppa.
SEPPO – Con quelle estive non si fa proprio un bel niente. Hanno i vermi, e sanno di fango.
MARKO – Ora l’apriamo e si vede. Non c’era mai finita nelle reti una carpa in estate. Almeno per quel che mi ricordo. O sì?
SEPPO – Che ne so io cosa ti ricordi.
MARKO – Vai a fare il caffè intanto? O prendi un sorso di acquavite? l'ho tenuta al fresco.
SEPPO - Da quant’è che è a bagno quella corda?
MARKO - Quand’è che ce l’ho messa… saranno tre settimane. Al negozio, da Maritim, la vendono a metri, la corda. Quella per i velisti. Guarda, l'acquavite è bella scura. L’ho lasciata per te.
SEPPO - È già amarognola. Saprà troppo di catrame.
MARKO - Come fai a saperlo senza assaggiarla?
SEPPO - Si vede dal colore. Dopo tre giorni è perfetta. Poi comincia a diventare amara.
MARKO - Allora vado a fare il caffè?
SEPPO – Mi pare che hai una donna di là. Com'è, lei non sa nemmeno fare il caffè?
MARKO – Lasciala dormire. È in vacanza.
SEPPO – Ah. E in vacanza da cosa? Non hai detto che è una free-lance? Cazzo se si sono incasinate ’ste reti.
MARKO – Non c’è bisogno che le sbrogli tu. Io ho tempo. Lasciamole qui e andiamo a mangiare qualcosa.
SEPPO – No che non le lasciamo.
MARKO – Ah così!
SEPPO – Che razza di pescatore è, uno che non sbroglia quello che ha incasinato?
MARKO – Va bene, va bene.
SEPPO – Va bene cosa? Hai la luna storta?
MARKO – No, no. È che mi sorprende.
SEPPO – Smettila di sorprenderti e datti da fare. Mi vengono a prendere con la macchina alle undici e mezza. Guarda quest’alga. Prima c’erano fuchi. L’acqua era chiara.
MARKO – In queste acque ci son troppi fosfati. Sono quegli allevamenti di pesce. L’ossigeno si consuma.
SEPPO – Non si consuma proprio niente. È quella carpa. Ha trascinato le reti sul fondale. Per pulirle ci vorrà la pompa.
MARKO – Le posso mettere a bollire nella marmitta della sauna.
SEPPO – Usa la pompa quando le lavi, così le puoi riutilizzare.
MARKO – Ma! Allora devo andare alla Teboil a chiedere se la affittano. La pompa.
SEPPO – Per me è uguale. Metti su la marmitta allora. L’hai fatta arrugginire. Si sciupa se ci lasci l’acqua durante l’inverno. Io ogni autunno la spalmo di grasso.
MARKO – La mamma l’ha spalmata con la margarina prima dell’inverno. Lo scorso autunno.
SEPPO – Mettile a bollire lì, allora. Le reti o quello che ti pare.
MARKO – Che c’è ora?
SEPPO – Mescola per bene. Mettile a scaldare. È proprio così difficile da capire?
MARKO – Ma che cosa?
SEPPO – Questo. È questo che mi irrita.
MARKO – E che cos’è adesso che ti irrita?
SEPPO – Quello che devi capire è che... questo mi irrita… che… cristo… tua madre mi ha fatto leggere un sacco di roba sulla psicologia… tutti quegli ippopotami e quelle altre bestie, che stanno un po’ in soggiorno, un po’ nell’armadio, che… che mi pare, che… che mi ha fatto quasi credere, che sia colpa mia.
MARKO – Ma di che stai parlando?
SEPPO – Ho letto in quei libri assurdi che quel “tempo prezioso” che avrei passato giocando con te sul pavimento quando stavamo a casa, in realtà non c’è mai stato. Il tempo è stato poco, lo ammetto, e neanche sulla qualità potrei garantire. Ma con questi chiari di luna, di qualità non si parla più. Ci vorrebbe tempo. Ci sarebbe voluto. Cristo. Dimmi dov’è che si compra il tempo, che prendo la macchina e vado a mettermi in fila. E sono pronto a pagare, sai.
MARKO – Ma perché ti agiti tanto? Cos’è che ti irrita?
SEPPO – Il fatto che mi assecondi.
MARKO – Ma pensa. Quando arriva la macchina?
SEPPO – Ah, cambi discorso. Heinänen viene alle undici e mezza, e gli offriremo caffè e panini che farò io stesso. Io ho rispetto per la gente, e sui panini ci metto salmone e aneto. Heinänen comincia ad essere l’unica persona nel mio giro a rappresentare la gente. Io ce l’ho nel sangue il rispetto per la gente.
MARKO – Applausi.
SEPPO – Non ci provare. Non ci riesci ad offendermi. Alle dodici e zero zero la Mercedes, passando per l'ospizio della nonna, si avvierà verso Helsinki-Vantaa. Vado a trovare la vecchia, visto che non ci va più nessuno. Lei mi critica perché non ha nessun altro da criticare. Durante il viaggio passo a ritirare le camicie alla lavanderia, a questo siamo arrivati.
MARKO – Arrivati dove?
SEPPO – Al punto che le mie camicie le lavano e le stirano somali o ingriani di ritorno. Tua madre dipinge la spiaggia su quell'isoletta delle Åland e si sforza di distinguere con i suoi occhi di cinquantatreenne una crepa nella roccia da quella accanto. Che la luce su una si infrange in modo diverso che sull’altra, e se io non riesco a vedere la differenza, significa proprio che non ho il senso delle sfumature. Perché lì, nelle due crepe, c’è la rappresentazione di tutta la vita, come si chiamava?
MILVA (arriva in vestaglia, un po' assonnata) – Metafora.
SEPPO – Sì, quello. Proprio così. Buongiorno. E i soldi se ne vanno.
MILVA – Dove se ne vanno?
SEPPO – Nel pagamento dei corsi e nel vino rosso. Fare arte è una faccenda bagnata, con tanti festini.
MILVA – Ho messo su l’acqua. Facciamo il caffè. È una carpa quella? Io vado a farmi una nuotata. (Esce)
SEPPO – Una donna gagliarda.
MARKO – Vero?
SEPPO – Robusta.
MARKO – Troppo robusta secondo te?
SEPPO – Cristo santo. Goditela ora, finché te la puoi ancora godere.
MARKO – Cosa vuoi dire?
SEPPO – Come cosa? Spalle larghe. Da dietro è quasi un uomo. È andata a nuotare nuda?
MARKO – Sì. Certo. Perché non avrebbe dovuto? I vicini dormono ancora. E anche se non dormissero...
SEPPO – Sì. Sì, certo.
MARKO – Sì.
SEPPO – Sì, sì.
MARKO – Sì. Che hai adesso?
SEPPO – Ho perso sensibilità alla mano. O qualcosa del genere.
MARKO – Cosa? Riesci a piegarle le dita?
SEPPO – Certo che ci riesco. Che diamine!
MARKO – Fammi vedere.
SEPPO – Cosa?
MARKO – Fammi vedere.
SEPPO – Che cosa? Ah, così.
MARKO – Senti un formicolio alle dita? Sono insensibili? Ti cadono le cose dalle mani?
SEPPO – Non metterti a fare il dottorone adesso.
MARKO – Era un chiurlo? Che voce malinconica.
SEPPO – Certo che sono sensibili. Nel senso che mi bruciano se mi brucio o se un oggetto è troppo caldo. Proprio non lo capisci? La mano brucia se la metto sui fornelli e si ghiaccia se la infilo in un buco nel mare ghiacciato, tutto qui. Ma non sento niente di niente. Per esempio se tocco una donna, è il pensiero che mi dice che sto toccando la sua pelle.
MARKO – Il chiurlo è un uccello migratore?
SEPPO – Ma sembra di gomma. Tutto sembra gomma o plastica… o una pellicola ... o teflon. Nelle dita. E nelle mani. E in tutti i posti. Hai capito o no?
MARKO – Ti potrei mandare da un neurologo.
SEPPO – Per esempio in una situazione come questa, una mattina d’estate… che c’è la nebbia e gli uccelli cantano, e il sole sta sorgendo e roba del genere… che uno vorrebbe dire retoricamente che è bello… che il significato della vita è qui adesso, in momenti del genere, che… e invece non si sente niente. Quando non si dovrebbe fare altro che starsene seduti in barca e i primi raggi del sole e bla bla bla e il proprio figlio, già… e invece il pensiero è da un’altra parte… ai briefing e ai rapporti… e anche quello non sa di niente, capisci che voglio dire?
MARKO – Qualche volta ho pensato che…
SEPPO – E quando c’è una bella donna, come nel tuo caso, si sta a pensare guarda che spalle, se la sua digestione va bene, ci si chiede se non sia vegana, visto che è così magra, che… quando si toccano per esempio… le donne… la mamma o… è così si capisce se sono… ma… non si sa. La sensazione. E le sensazioni. Io mi ricordo delle sensazioni, ma non le sento.
MARKO – Quello che posso fare è mandarti a fare gli esami del sangue. Per stare tranquilli.
SEPPO – Ma no… è come se non sentissi più i sapori e… esami del sangue?
MARKO – Per stare tranquilli. È così… che funziona la medicina.
SEPPO – … si va per esclusione. E poi si guarda quello che rimane. Appunto.
MILVA (arriva bagnata) – L’acqua sta diventando proprio fredda.
SEPPO – Ma va là! L’acqua è come latte d’uccello.
MILVA – Gli uccelli non hanno latte. E nemmeno mammelle.
MARKO – Credo che andrò a verificare. Voglio dire l’acqua. (Esce)
SEPPO – È… l’estate. Credo che stia finendo. Anche il chiurlo…già. E allora.
MILVA – Già. E allora.
SEPPO – È… non lo so. Un uomo gagliardo. È andato a nuotare nudo.
MILVA – Già.
SEPPO – È bello guardare. In un certo modo. A suo modo.
MILVA – Però!
SEPPO – Il proprio figlio. Quando è tutto a posto.
MILVA – Sì.
SEPPO – È… tu non puoi capire. Sei così giovane e…
MILVA – …del sesso sbagliato. Non ce la faccio più, davvero. Lasciamo perdere queste cose e pensiamo a tirare avanti. C’era un chiurlo e se ne stava andando e l’atmosfera era triste e tante cose venivano in mente e…
SEPPO – Ok.
MILVA – Ok. Bella luce. Proprio adesso.
SEPPO – Sì. Perché le donne parlano tanto della luce?
MILVA – Lo fanno?
SEPPO – Mia moglie almeno. Cioè la mamma di Marko. Guarda, si sta schiarendo il cielo.
MILVA – Peccato.
SEPPO – Perché? A me piace quando si vede chiaramente.
MILVA – Uomo di chiare prospettive.
SEPPO – Può darsi. E c’è qualcosa di male?
MILVA – Non starai mica cercando la mia approvazione? Stai per andare a Berlino?
SEPPO – Si, vado a Berlino. Tra quattro ore e mezza.
MILVA – Non guardi l’ora?
SEPPO – Non porto l’orologio.
MILVA – Perché, non ti fidi di quegli aggeggi?
SEPPO – Io non ho uno di quegli aggeggi. Mi fido del mio orologio interno. È sorprendentemente puntuale. E anche io.
MILVA – Non sei proprio un esempio di modestia.
SEPPO – Un suocero simpatico.
MILVA – Non siamo ancora a questo punto.
SEPPO – No? Peccato.
MILVA – Davvero?
SEPPO – Sì. No. Non lo so.
MILVA – Sono uccelli migratori quelli?
SEPPO – Penso di no.
MILVA – Volano a cuneo.
SEPPO – Potrei…
MILVA – No.
SEPPO – Che? Non sai nemmeno cosa volevo chiederti.
MILVA – Certo che lo so.
SEPPO – Ma pensa.
MILVA – Chiedi il mio numero a Marko se vuoi che qualche volta ci andiamo a prendere un caffè.
SEPPO – Ah. Va bene. Io vado… i panini…

(MILVA rimane sola, prende in mano la carpa. È scivolosa e cade in terra. MILVA si sfrega le mani; sono viscide.)


SCENA II

Toini è distesa sul letto nella camera della casa di riposo e parla da sola. Bussano alla porta. Entra SEPPO con una borsa in una mano e un piatto nell'altra.


SEPPO – Buona giornata. Guarda cosa m'hanno dato da portarti.
TOINI – Ah ecco.
SEPPO – Dicono che non c'è personale per darti da mangiare.
TOINI – Ah sì?
SEPPO – Come è andata, allora?
TOINI – Qui le domande le faccio io. È casa mia, questa.
SEPPO – Va bene, d'accordo. Mangiamo la zuppa?
TOINI – Tu non puoi mangiarla. È il mio pasto.
SEPPO – Va bene, va bene. Zuppa di pesce. Mmh, squisita!
TOINI – Lei è della ditta Enso-Gutseit? O della parrocchia?
SEPPO – Dai, smettila, non funziona. Apri la bocca, così la facciamo finita.
TOINI – Sa niente dell'elicoppero?
SEPPO – Non lo so. Apri 'sta bocca. Dai, ho fretta.
TOINI – Tanta fretta che non hai avuto tempo di andare al cesso.
SEPPO – Ma che dici? Apri.
TOINI – Pisciato nelle braghe. Che roba!
SEPPO – Non dire sciocchezze!
TOINI – Certo che dico sciocchezze. Sono così.
SEPPO – Ma cos'è che hai, adesso?
TOINI – Quello che sai. Il morbo.
SEPPO – E che morbo avresti?
TOINI – Quello là. Che non ti ricordi di niente.
SEPPO – Alzheimer. Pensa un po'. Ma vuoi prendermi in giro?
TOINI – Elicoppero. E subito, appena lo dico.
SEPPO – Prummmprummprummpruumm.
TOINI – Non mi pare sia coregonino.
SEPPO – Non pare.
TOINI – Nemmeno persico.
SEPPO – Dev'essere merluzzo nero.
TOINI – Macché! Sono funghi.
SEPPO – Ma è pesce. Merluzzo nero. Surgelato.
TOINI – Aneto ce n'è poco.
SEPPO – Ce n'è quanto basta. Apri la bocca.
TOINI – Elicoppero.
SEPPO – Prummmprummprumm. Apri adesso. La bocca. Apri la bocca.
TOINI – Adesso ti metti a darmi degli ordini?
SEPPO – Appunto. Che mi dicono che mangi male.
TOINI – Senti.
SEPPO – Ti ascolto.E che ogni tanto fai i capricci. Apri la bocca.
TOINI – Ascolta. Ascolta, ascolta, ascolta.
SEPPO – E che ti metti a litigare con gli altri. Questo mi dicono. Non sono io che me l'invento.
TOINI – Ascolta, che tu sei maligno. Ascolta, ascolta, ascolta.

Bussano alla porta. Entra TUULA con un quadro sotto il braccio. È un dipinto ad olio di soggetto marino.


TUULA – Cos'è questa trottola che sento girare? Ero convinta che te n'eri già andato.
TOINI – Prendi il rametto quando te lo ordino io. Di betulla, e subito. Avanti, marsch! Così ti faccio passare la ghigna. Ma ti viene da piangere di nuovo?
SEPPO – Non mi viene da piangere. Mi scappa da ridere.
TOINI – Non la smetto finché non hai smesso di piangere.
TUULA – Ciao, nonna.
TOINI – Ma cos'è che ti fa ridere? Guardami negli occhi, e dimmi cos'è che ti fa ridere.
SEPPO – Adesso s'è messa di nuovo a prendere per i fondelli.
TUULA – Ora basta... non quando ci sente lei.
SEPPO – Ormai non capisce più niente.
TOINI – Basta coi capricci. Adesso te ne stai lì nell'angolo finché non la smetti di frignare. Prima o poi ti faccio smettere. E quelle braghe bagnate...
SEPPO – Prendi questo e dalle da mangiare. Io non ce la faccio. E ho i pantaloni bagnati di latte.
TUULA – Allora come andiamo qui?
TOINI – Io non resisto più. Con un figlio così maligno. Prendi quel rametto dall'albero, dopo vediamo.
SEPPO – Come è andata?
TUULA – Abbastana bene.
TOINI – Va tu a prenderlo, e calati le braghe. Dopo vedremo.
SEPPO – Ti sei abbronzata. Hai proprio un bell'aspetto, davvero.
TOINI – Con le chiappe di fuori! Così vediamo chi è chi!
SEPPO – Adesso basta. Smettila. E subito.
TUULA – Non alzare la voce.
SEPPO – Ma non c'è altro da fare.
TUULA – Ma è una vecchia. Ancora un po'di zuppa, nonna?
TOINI – Non posso con quello davanti. Mi agita tutta.
SEPPO – Potrei anche togliere il disturbo.
TUULA – Ma dai. Cos'è che vi prende?
SEPPO – Mi parte l'aereo. Avevo fatto un salto per salutarla, ma... qui siamo alle solite.
TOINI – Non mi va giù. Non mi va giù niente.
SEPPO – Cerca di resistere. Tutt'e due. Provateci.
TUULA – Oh dio mio.

SEPPO se ne va.


TOINI – Della zuppa fredda. A una persona anziana. Io mi sono sforzata. Ho fatto del mio meglio, sai?
TUULA – È un po' nervoso, aveva fretta, adesso c'è questo concorso per quel posto a Bruxelles. Lui ci tiene, capisci? Ma io non ci andrei a vivere.
TOINI – Nemmeno io.
TUULA – Per quanto le nostre cose vadano benone. Fino ad oggi, sempre un'ascesa, verso l'alto. La vita.
TOINI – Chi troppo in alto sale...
TUULA – Non dire così. Guarda. Ti ho portato questo, dopo puoi vedere se ti piace.
TOINI – E che roba è? Gelatina.
TUULA – È il mare. Questo grigio è nebbia. Questa è una roccia. È di un'isola che si chiama Kökar. L'ho dipinto io. Per te.
TOINI – Ma come fai a reggerlo?
TUULA – Cosa? Ah, Seppo?
TOINI – Non capisco com'è che sono andata a dargli quel nome lì. Be', c'era un bel po' di pressioni, questo è vero.
TUULA – Ma è un nome come gli altri.
TOINI – Ma come fai a reggerlo? Come ce la fai?
TUULA – Non lo so. In qualche modo. Sì, non lo so.


SCENA III

SEPPO e MARKO seduti al bancone di un bar. MARKO ha in mano i risultati delle analisi.

SEPPO – Questo Sivas... non so come si dovrebbe pronunciare, ma mi viene in mente Chivas Regal, un ... buffone. Un autentico buffone... ti è mai venuto in mente, quando vai in giro per quelle fiere farmaceutiche, che ...
MARKO – Io non vado in giro. Nessuno sponsorizza i medici di base all'estero.
SEPPO – Ah così? Niente sponsor? Niente allora quelli che ti stringono la mano... dammi quella mano, dai... no, la destra... se ti ricordi... quella che usi per salutare. Così, guarda. Che te la stringono così. E poi così con la sinistra, in questo modo. E poi spesso tengono la sinistra in alto. In questo modo. Una cosa che non capisco.
MARKO – È un gesto di comando. Così facendo uno ti mette come sotto la sua protezione.
SEPPO – Davvero? E allora, cosa si dovrebbe fare?
MARKO – Non c'è da fare niente. Oppure fare allo stesso modo.
SEPPO – Imitarlo, dunque? Appunto questo Sivas... È uno che a me, come dire, mi va preparando il terreno...
MARKO – Lo fanno i francesi. E anche gli americani.
SEPPO – I russi ti baciavano in bocca. Come facevano i delegati della Germania dell'est. A quei tempi anch'io ero sotto a gente del genere. Contavo fino a tre, così. Un due tre. Prima di sottrarmi all’abbracccio. Quello stronzo non produce mica dell'aspirina, questo lo sanno tutti. Tutti.
MARKO – La tua emoglobina va bene, fin troppo. Prendi per caso delle aspirine?
SEPPO – Per il mal di testa, dopo una sbornia. Cose che adesso, purtroppo, mi accadono molto di rado. A volte mi manca proprio, sai, una bella sbarretta, perché... lo sai tu perché?
MARKO – Lo so. Ti fa scopare da dio.
SEPPO – Cristo, ma come diavolo parli? È una cosa bella, quando...
MARKO – Va bene, va bene!
SEPPO – L'erezione c'è, ma reggere a lungo è un bel problema. Dopo una sbornia.
MARKO – E la mamma?
SEPPO – La mamma? Ma che c'entra, adesso?
MARKO – C'entra, la mamma. Mia madre. Come...? Se tu hai... Ma in fondo che me ne importa.
SEPPO – Appunto. Sivas cerca di farmi credere che... e io faccio come se gli credessi, è come un gioco...
MARKO – Potresti provarci. Molti la prendono, alla tua età, miei colleghi, per esempio. Dell'aspirina. Una compressa per bambini da cento milligrammi al giorno. Non irrita lo stomaco, e invece, per dirla semplice, lubrifica il sangue. Vale a dire rallenta la coagulazione.
SEPPO – E perché mai si dovrebbe rallentarla?
MARKO – Tu hai livelli di colesterolo un po' alti. Non troppo, ma abbastanza. Tu ti innervosisci, sei un tipo così.
SEPPO – Io non mi sono mai innervosito senza un motivo, però, se si deve parlarne, allora...
MARKO – Tu fumi. La tua situazione epatica è sorprendentemente buona, però i globuli rossi sono un po' in eccesso. Summa summarum: diciamo che sei in qualche modo a rischio. Quanto ai problemi cardiovascolari. Il colesterolo ostruisce le vene... parlo in maniera colloquiale, adesso, sia chiaro... e il fumo le rende più fragili. Così il sangue non riesce a circolare. E quanto più è fluido, il sangue, cioè meno coagulante, allora...
SEPPO – Sivas getta merda nel Reno o nella Loira, o come si chiama. E questo lo sanno tutti, persino io. E lui ha paura di me. E che l'abbia pure, gli fa bene. Sono le vene d'Europa che qui si ostruiscono. E non dipende dall'aspirina. Ma quali possibilità ho io di impedirlo? Alla fin fine è ben ristretto il mio campo di intervento. E le armi biologiche non si fabbricano soltanto nel mondo delle teste col turbante, lo sapevi questo? Se da qui bisogna andarsene... e quando bisognerà farlo... allora preferisco... una botta e via, capito?
MARKO – Con le scarpe ai piedi e tutto il resto?
SEPPO – Non parlarmi in questo modo. Queste sono Nazarro, scarpe italiane. Le ho comprate per trombare.
MARKO – Però pensa a un'altra alternativa, che non sia un colpo secco.
SEPPO – Cioè come? Spiegati.
MARKO – Un infarto cerebrale con, diciamo, un'emiplegia. Una gamba che funziona poco, non ti regge granché, e quindi non ti porta nemmeno avanti. Un braccio che penzola, e la lingua impastata. La parola non rispetta le istruzioni del comando centrale. All'angolo della bocca cola sempre della bava. Cosa direbbe quella donna, per cui avevi comprato quelle Nazarro, quando...
SEPPO – Che schifo!
MARKO – Che schifo? Ah così? E in che lingua?
SEPPO – Che schifo! Che schifo! È questo che mi stai predicendo? Stamattina non l'avrei mai immaginato che al calar della sera mio figlio...
MARKO – Ma io non predico nulla! E in quest'occasione non ti parlo da figlio. Sono un medico. E parlo al paziente... volevo dire, al cliente... di alternative diverse. Lei soffre ancora di insensibilità?
SEPPO – Insensibilità? Di che cazzo parli?
MARKO – Mi scuso per la terminologia poco chiara. Voglio dire quando uno non sente le cose... cioè quando una donna non la senti di carne, ma come di gomma, di teflon, com'è che era?
SEPPO – Adesso non capisco proprio nulla.
MARKO – Hai fatto per caso sesso senza protezione con qualche donna negli ultimi due mesi?
SEPPO – Adesso la facciamo finita. Finita con questa storia. Voglio chiuderla qui, stasera. (Al barista) Mi fa il conto? Posso avere il conto, adesso? Separàti. O insieme. Fa lo stesso.
MARKO – Io non te lo chiedo come figlio, ma come medico.
SEPPO – Fa lo stesso.
MARKO – Non è lo stesso. Due Chivas Regal in conto. In ghiaccio, dico bene? Non è lo stesso. Ma proprio per niente.
SEPPO – Ma qual è il problema?
MARKO – Lei ha fatto sesso senza protezione con una donna o un uomo negli ultimi sei mesi?
SEPPO – Un momento fa lo chiedevi in altro modo.
MARKO – E adesso lo chiedo così.
SEPPO – Ma cos'è che vuoi sapere? E perché? C'è qualcosa, su quei fogli?
MARKO – Con le scarpe ai piedi. Ma lentamente e con giudizio.
SEPPO – Perché me lo chiedi?
MARKO – Mai sentito parlare di sindrome da HIV?
SEPPO – Ma certo. Lo so. È quella malattia...
MARKO – "... che le scimmie hanno passato ai gay e i gay alle puttane e ai drogati." Le parole esatte uscite dalla tua bocca nell'anno mille novecento ottantadue.
SEPPO – Sono ricordi del tutto ufologici, questi tuoi.
MARKO – Magari ufologici. Sicuro. Ma miei.
SEPPO – Larissa.
MARKO – Di San Pietroburgo? O di Mosca?
SEPPO – Di Kaliningrad. Cristo. E quegli stronzi che mi hanno mandato anche lì. In Bielorussia. A far finta di fare trattative. Roba da non crederci.
MARKO – Certo che sì. O no? La mamma lo sa di questa Larissa?
SEPPO – Cosa? Che mamma? Che cazzo dici?
MARKO – La mamma. Mia madre.
SEPPO – C'è su quei fogli lì?
MARKO – Pare di sì.
SEPPO – Quanto... qual è la percentuale?
MARKO – Che cazzo di percentuale?
SEPPO – Ma quella di sopravvivenza, per dio. Che ne sarà di me?
MARKO – Questo non si può sapere, perché...
SEPPO – Quanto tempo c'è? Quanto mi rimane?
MARKO – Ah! Il tempo. Dov'è che lo venderanno...


SCENA IV

Tuula cuoce col wok. Vapore, mosche, un'aria rilassata.
Suonano alla porta.


TUULA – Non posso venire! Adesso non posso! Apri tu!

La chiave gira nella toppa. Entra Marko. Ha in mano un mazzetto di fiori primaverili.

MARKO – Ciao.
TUULA – Ciao. Ma cos'è... non ci credo. Dove li hai trovati?
MARKO – Vicino alla tangenziale. Allo svincolo per Maunula. Ho inchiodato la macchina non appena li ho visti. Ho quasi provocato un tamponamento a catena.
TUULA – Quasi?
MARKO – Quasi. Cos'è che fai?
TUULA – Prendi qualcosa dal mobiletto. Un bicchierino. Taglia un po' quei gambi.
MARKO – Questo Kaj Frank?
TUULA – Magari. Taglia i gambi, un poco.
MARKO – Cosa stai preparando?
TUULA – Code di gamberoni. Secondo te ci sta bene bene dell'aglio con i noodle?
MARKO – Alla grande.
TUULA – Qui c'è. Garlic – egg – noodles. Sono da provare. Gambi di bambù, castagne d'acqua che ho affettato, che poi, scusatemi signori Vishnu e Krishna e Ganesh e chi siete poi che... cosa cosa cosa? Che c'è? Che non c'è? (Si accorge dell’anello di fidanzamento al dito di Marko)
MARKO – Sì, l'isola, che non c'è.
TUULA – Non sono Peter Pan e neanche il capitano Uncino, anche se forse, un po'... ma... non è vero?
MARKO – Si, certo.
TUULA – Dio mio. E quando è stato?
MARKO – Al battere delle dodici, naturalmente. A mezzanotte, quando la scarpetta di vetro calza perfettamente quell'unico piedino cui è destinata.
TUULA – Che bello. Allora auguri. Con tutto il cuore... ma dov'è allora Milva?
MARKO – In viaggio a fare un servizio fotografico. Da qualche parte, in qualche posto in casa di dio... Sugli ultimi chioschi di provincia e i traumi causati dalla loro chiusura dal punto di vista dei più sfigati del nostro paese.
TUULA – Le mie condoglianze.
MARKO – Ah, per lei sono cose importanti.
TUULA – Indubbiamente.
MARKO – Ne fa un gesto estetico, dei poveracci.
TUULA – Vuoi assaggiare?
MARKO – I poveri non ci guadagnano nulla, ma ... cos'è questo... niente male... per niente... e a temperatura giusta, per giunta.
TUULA – Non è vero? Chardonnay. Proprio controindicato.
MARKO – E chi se ne importa?
TUULA – Chi se ne importa.
MARKO – E che cosa invece sarebbe indicato?
TUULA – Acqua, sicuro. O del lassi. Ah no, quello è indiano.
MARKO – Il ritorno di Lassie...
TUULA – Di nuovo?
MARKO – Si scrive "lassie".
TUULA – Ad essere precisi, si scrive "collie".
MARKO – Dov'è papà?
TUULA – In Lussemburgo. Questa volta. A farsi conoscere. Da qualche parte una conferenza sui trasporti speciali. Il cianuro è fondamentalmente pericoloso, ma per il resto va benissimo. Ha appena scritto un SMS che tutto va a puttane.
MARKO – Fedele al suo stile.
TUULA – Fedele al suo stile.
MARKO – Come va?
TUULA – Come va adesso. Così. Non ci ho fatto molto caso. Normale. Ma è normale? Forse lo è...
MARKO – Cos'è questo... forse?
TUULA – Perché me lo chiedi? Com'è che adesso parliamo di tuo padre, quando ci vediamo così poco.
MARKO – Sono venuto qui l'altro giorno. E la volta prima martedì.
TUULA – Ah, adesso tieni anche il conto? Bene. Forse è stato di umore migliore negli ultimi tempi.
MARKO – Migliore? Davvero?
TUULA – È più indaffarato. Ancora di più. Si autocelebra. Parla in sogno quelle poche volte che si concede di dormire.
MARKO – E che dice?
TUULA – Non è che ci capisca granché.
MARKO – C'è da dire che è un bel po' che lo sopporti.
TUULA – Senti, adesso è tutto preso dall'acquisto di una barca a vela. Quando siamo in Finlandia, ce ne stiamo seduti sul divano con una corda in mano. Adesso so fare pure io quella roba tipo il nodo barcaiolo o la gassa.
MARKO – Condoglianze.
TUULA – Smettila. Forse è migliore come marito che come padre.
MARKO – Onnisciente.
TUULA – Ma pieno di entusiasmo. Indovina che nome è andato a scegliere per quella barca inesistente?
MARKO – Penelope.
TUULA – No. Direttamente "Ulisse".
MARKO – Piccola mamma intrepida.
TUULA – Basta adesso. È come dirmi che sono uno dei tre porcellini.
MARKO – Il porcellino saggio, che fece la casetta di mattoni, ma il lupo cattivo soffiò mandando tutto per aria e fece i comodi suoi.
TUULA – È andata così.
MARKO – Purtroppo?
TUULA – Almeno così nacque l'intrepido porcellino.
MARKO – Oink oink oink!
TUULA – Oink oink oink. Ma che profumo c'hai? Curioso. Cos'è, Calvin Klein?
MARKO – Byzantine. For men.
TUULA – Ah quello. Piuttosto forte. Ma non c'è anche un po' di muschio? Potente. Mi viene in mente il mercato di Marrakesh. È Milva che l'ha scelto?
MARKO – Ma no. Milva non mi compra eau de toilette. E non fa altri regali. Non è tipo da regali.
TUULA – Ah no? A me ha regalato delle foto tue.
MARKO – Mie? E quando?
TUULA – Un giorno. Era venuta per un caffè una volta e me le ha portate.
MARKO – Che foto?
TUULA – Diventi rosso? Belle. Splendide.
MARKO – Nudi?
TUULA – Ma figurati. Erano primi piani. Dove hai un'aria in qualche modo pensosa. Spirituale. C'è una bella lettura della luce. E di te. Ma hai detto nudi?
MARKO – No, niente.
TUULA – Sei arrossito? Hai... sei arrossito... da non credere.

MARKO prende lo spray contro l'asma.


TUULA – Scusa. Davvero... scusami se...
MARKO – Smettila.
TUULA – Byzantine. Perfetto per te. Ma da chi l'hai avuto, se non da Milva?
MARKO – L'ho comperato io.
TUULA – Ma guarda. Tu in una profumeria. Grandi cambiamenti, di questi tempi. Tanti che c'è da perdere il conto.
MARKO – Ti spaventa?
TUULA – Perché mi fai una domanda simile? No. Naturalmente. Dovrebbe spaventarmi?


SCENA V

SEPPO sta in piedi in mezzo alla camera con in mano una scatola di pasticcini, si guarda attorno sconcertato. Arriva MILVA in accappatoio.


SEPPO – Salve. La porta era aperta.
MILVA – Lo so.
SEPPO – Avevo bussato, ma ... ah, eri nella doccia?
MILVA – No.
SEPPO – Ah. Allora sono venuto, come s'era detto. Una visita. Per un caffettino.
MILVA – Otto mesi, due giorni e quattro ore. Niente male.
SEPPO – Cosa?
MILVA – Che hai tenuto a freno la voglia di chiamarmi.
SEPPO – A dire il vero, è che ho avuto parecchio da fare.
MILVA – Su questo non c'è dubbio.
SEPPO – Può darsi che io non afferri tutte le tue sfumature, sono soltanto un uomo...
MILVA – E che uomo.
SEPPO – ... ma ho portato questi, non so se ti piacciono.
MILVA – Grazie. ma non mangio cose dolci.
SEPPO – Ah. Dovevo immaginarlo. La linea, la linea.
MILVA – Ma che linea! Io non ho problemi di linea di nessun tipo.
SEPPO – Certo che no. Assolutamente. Sono arrivato in un momento sbagliato?
MILVA – No. E perché mai? Ci siamo accordati così al telefono.
SEPPO – Appunto. Però mi pare come se... ecco... interpreto bene questa situazione, se dico che adesso sei un tantino aggressiva?
MILVA – Certo no.
SEPPO – Come?
MILVA – Non la interpreti bene.
SEPPO – Ah ecco. Bene. Che ne dici se mi accomodo da qualche parte, oppure resto qui in piedi?
MILVA – Sei tu che sei aggressivo.
SEPPO – Ah be’, ecco. Pensavo di venire a fare quattro chiacchiere, perché... ecco... lì al cottage m'eri sembrata una persona che...
MILVA – ... è capace di ascoltare.
SEPPO – Appunto.
MILVA – Le pene altrui.
SEPPO – Proprio così.
MILVA – E tiene il becco chiuso.
SEPPO – Se andiamo avanti così, guarda che posso togliere il disturbo subito.
MILVA – Passando in cortile, mi ci porteresti il sacchetto della spazzatura?
SEPPO – Ragazza, adesso stammi a sentire...
MILVA – Ecco, adesso comincia a funzionare.
SEPPO – Stammi a sentire... cosa? Dov'è che vuoi andare a parare?
MILVA – Non vado da nessuna parte. Tu sì. Sei tu che fai tanti giri di parole. Pasticcini alle patate o quello che è... una fetta di Zacher. Ohi ohi! Che te ne pare se togliamo di mezzo gli zuccherini e veniamo al dunque?
SEPPO – E quale sarebbe, il dunque?
MILVA – Non hai detto che eri venuto per un caffè? O no?
SEPPO – Esatto. Ho detto proprio così.
MILVA – Non hai detto esattamente così. Hai detto "un caffettino". Per un caffettino. È così che hai detto. Un caffettino è una cosa che puoi fare alla stazione di benzina o al centro commerciale.
SEPPO – Certo. Ed è quello che farò. (Esce)
MILVA – (Gli urla dietro) Ti piace la feta?
SEPPO – E adesso che c'entra?
MILVA – E gli involtini in foglie di vite? Quelli che voi altri chiamate dolma.
SEPPO – Noi altri chi?
MILVA – Voi amanti della Grecia.
SEPPO – Te l'ha detto Marko?
MILVA – E chi altri? Non ho mica curiosato nella tua agenda. Almeno per ora. E poi c'è salsa aioli e hummus, e insalata horiatiki preparata con uova di pesce e crostini bagnati.
SEPPO – Non è horiatiki, è una taramosalata. Semmai una pasta.
MILVA – Per farla mi c'è voluta tutta la mattina.
SEPPO – Quando?
MILVA – Ma le olive kalamata e i dolma li ho presi al mercato. Che ne dici se lasciamo perdere madeleine e Zacher e veniamo al sodo?
SEPPO – Tu sei... Tu ce n'hai?
MILVA – Certo. Ti piacciono adesso? Rendez-vouz. Non è solo il mangiare che lo crea. Ci vuole tutta un'atmosfera. Le luci? Vanno bene? C'è voluto un bel po' di lavoro. E gli effetti sonori? Ci ho pensato. Originale sirtaki del Pireo del '38. Non ne trovi da nessuna parte. Io l'ho trovato sul web.
SEPPO – Ma tu... hai questa passione per la Grecia?
MILVA – No. Assaggia.
SEPPO – Kalamata. E non sono inscatolate.
MILVA – Certo che lo sono. Qui da noi non si trovano altrimenti. Assaggia questo.
SEPPO – Ma senti. Però. Aglio ce n'è tanto, ma... non è nemmeno... eccessivo. Ti piace l'aglio?
MILV A –No. Non mi piace mangiare. È roba per te. Tutto l'allestimento. E io potrei essere Penelope, va bene?
SEPPO – Come vuoi. Ti sei informata bene...
MILVA – In mezzo alle trattative di ogni contratto di lavoro delle aziende di trasporto, questo avvocato occupatissimo si rilassa in maniera abbastanza originale: sprofondandosi in Omero. Questo negoziatore, gran conoscitore della mitologia greca, indica l'Odissea, la sua opera preferita, come quella che più ha influenzato la nostra cultura.
SEPPO – Ma quello è un vecchio articolo. Lo ricordo. Molto brillante, secondo me. E un po' esagerato.
MILVA – Con questo non si offusca un po' la tua fama di uomo del popolo?
SEPPO – Ma tu hai fatto delle letture? Sui miti? Ah no? Dovresti farlo.
MILVA – Io non devo un bel niente.
SEPPO – Va bene. Questo almeno è chiaro. Ma dopo non è stato scritto più niente in grado di descrivere con tanta esattezza...
MILVA – ... la lotta infinita e profonda dell'uomo con i suoi conflitti interiori.
SEPPO – L'hai fatte, sì.
MILVA – Cosa?
SEPPO – Quelle letture.
MILVA – Ma no. Tutte quelle opere parlano della stessa cosa. Libri e film. La stessa cosa. Per questo non leggo libri e non vado al cinema.
SEPPO – Capisco. Però... Ora sì che mi fai sentire un po' compiaciuto.
MILVA – Benissimo.
SEPPO – Francamente, sono senza parole.
MILVA – Ma dai.
SEPPO – Ti avevo presa per una ragazza del tutto ordinaria.
MILVA – Perfetta per Marko, vero?
SEPPO – Lasciamo perdere, adesso. T'avevo presa per una...
MILVA – ... che si può guardare...
SEPPO – ... ma non toccare. Scherzo, scherzo.
MILVA – Non dire fregnacce. M'hai presa per una che si può guardare e toccare. Si poteva, non fosse stata la ragazza di tuo figlio.
SEPPO – Alla fin fine, sei una persona piuttosto crudele.
MILVA – Non siamo alla fine.
SEPPO – Ah no? Che cosa diresti, se ti raccontassi che mi hanno già suonato la campana dell'ultimo giro?
MILVA – Ecco qua. Certi hanno il complesso di Edipo, invece tu soffri del complesso della Sfinge. Cerchi di fregare con gli enigmi.
SEPPO – Tu non mi conosci. Nessuno mi conosce.
MILVA – Almeno uno conosce se stesso.
SEPPO – Certo.
MILVA – Però!
SEPPO – Mi pigli per il culo? Provaci pure. Ma non mi tocca.
MILVA – Chi non risica, non rosica. Non tocca.
SEPPO – Grazie. Adesso per me basta.
MILVA – Di già?
SEPPO – Cerca di capire. Tu per me sei prima di ogni cosa... la fidanzata di mio figlio.
MILVA – E allora?
SEPPO – Nuora. La futura nuora. Forse.
MILVA – Sì. E allora?
SEPPO – Allora niente. Niente. Grazie dell'ospitalità. Grazie per il disturbo.
MILVA – Di niente. Mettiamo tutto in conto.
SEPPO – Ah! Che conto?
MILVA – Nel conto. Pensi che abbia fatto tutto questo a titolo gratuito?
SEPPO – Fatto? Cos'è che hai fatto?
MILVA – Credi davvero d'esser venuto fin qui e di avermi guardata gratuitamente? Cos'è che credi di essere? Un vecchietto!
SEPPO – Stammi a sentire adesso, ragazzina. Adesso stammi a sentire.
MILVA – Io non ho problemi di udito. Almeno io.
SEPPO – Senti senti senti.
MILVA – D'accordo. Sento. E vedo. Con cosa ti tingi i capelli? Eccitante.
SEPPO – Spogliati.
MILVA – Oh oh!
SEPPO – Adesso si gioca sul serio.
MILVA – Mamma mia. Comincio a spaventarmi.
SEPPO – Con me non ce la fai. Non ci provare. Ho visto anche casi più seri. Via le mutande.
MILVA – I soldi sul davanzale della finestra.
SEPPO – Cerchi di guadagnare tempo? Io non ho tempo per fare il buffone.
MILVA – Spogliati, allora. Io guardo.
SEPPO – E a che scopo? Cosa c'è da guardare in me? Sono un vecchietto. L'hai appena detto.
MILVA – Non farla lunga. Perché adesso lo voglio io. Guardare.
SEPPO – E perché vuoi guardarmi?
MILVA – Per cambiare. Mi son sentita guardare tante di quelle volte, che m'è venuto a noia.
SEPPO – Hai una grande opinione di te stessa, ragazzina.
MILVA – Sicuro. E a ragione. È realismo.
SEPPO – Pensi di essere una gran figa.
MILVA – So di esserlo.
SEPPO – Avresti bisogno di una bella lezione.
MILVA – Può darsi. Però non sei tu che puoi darmela.
SEPPO – Ma sei proprio normale?
MILVA – Ne dubito.
SEPPO – Anch'io ho i miei principi. E uno di questi è che non voglio avere a che fare con gli spostati.
MILVA – Per l'appunto. Tipica ritirata all'ultimo momento. Ti credevo uno con le palle. Un caso ordinario.
SEPPO – Te lo sei voluto.

SEPPO si sfila la cintura dei pantaloni, s'avvicina a MILVA e la colpisce.


SCENA VI


Tarda primavera. Gli uccellini cantano a voce spiegata. TOINI sta seduta fuori sulla sedia a rotelle. SEPPO ritorna dalla casa di MILVA. La camicia è leggermente strappata.


TOINI – Mi hai portato la giacchetta?
SEPPO – Che giacchetta?
TOINI – La mia. Mi hai portato la giacca?
SEPPO – Io no.
TOINI – Ah. Vai a prenderla.
SEPPO – No.
TOINI – Ma non mi hai sentito?
SEPPO – Sì, ho sentito, ma non mi fa alcun effetto.
TOINI – Ah be'.
SEPPO – Non sono mica un fattorino. Investo abbastanza soldi in questa casa perché questi rimpatriati ti tengano vestita come si deve. Per questo li pagano.
TOINI – Ah ecco.
SEPPO – È una bella giornata.
TOINI – Io ho freddo.
SEPPO – Lo sai perché hai freddo?
TOINI – Lo so, ma non lo dico.
SEPPO – Lo immaginavo. Tu non hai più voglia di vivere. Io invece ce l'ho. E ne ho sempre di più. Per questo non sono finito su una sedia a rotelle. E non ci finirò.
TOINI – Ooh! Hai anche tanto sangue.
SEPPO – Dove?
TOINI – In te.
SEPPO – Penso di sì. Ho anche un virus nel sangue, ma non mi piega. Come niente altro. Si sente un fruscio quando circola, mi risuonano le orecchie. Ma gli uccellini cantano, e allora, cos'è che non va?
TOINI – Sono in vendita.
SEPPO – Chi?
TOINI – Si mettono in mostra. I maschi.
SEPPO – Ah certo, anche questo. Ma arriverà per noi un benedetto giorno in cui riusciremo ad intenderci?
TOINI – Mi secca.
SEPPO – Cos'è che ti può seccare in un giorno così?
TOINI – Gonfiano le piume, si danno delle arie. Quegli uccelli. Mi mandano in bestia.
SEPPO – Lo sai cosa veramente ti fa imbestialire? Che il mondo sia un posto tanto bello e tanto duro. L'uccellino non canta di gioia, in questo hai ragione. Strilla per salvarsi le penne. Vuole riprodursi, vivere. Tutto questo lo capisci. Come anche che non vivi più in questo mondo da un pezzo.
TOINI – Lei è della Enso-Gutzeit? O della segheria?
SEPPO – Io della segheria? Allora lei sarebbe, come dire, un alto pino?
TOINI – Chi troppo in alto sale... E tu con me.
SEPPO – Mia cara signora, lei non è un tronco di cipresso. Che è solido e resistente. Lei invece è un po' tignosa.
TOINI – La tignosa è un fungo, non proprio commestibile. Qui non ti servono porcini, e nemmeno finferli. Qui salse ai funghi non te ne danno.
SEPPO – I funghi son difficili da digerire. Non si danno a organismi vecchi e marcescenti.
TOINI – Lei è un medico?
SEPPO – Sì. Che cosa la spaventa?
TOINI – Marko è un medico, un vero medico. Mio nipote.
SEPPO – Cosa la spaventa al punto da risvegliarle persino la memoria?
TOINI – Andiamo dentro.
SEPPO – No.
TOINI – Ho freddo.
SEPPO – Non rientriamo prima che tu mi dica cosa ti fa paura in questi ultimi tranci di vita. Dimmelo, e ti libererai di me. Magari per sempre.
TOINI – Ah ecco.
SEPPO – Può anche darsi che io crepi prima di te.
TOINI – Può darsi.
SEPPO – Me lo dici. O potrei cominciare a usare dei rametti per picchiarti.
TOINI – Io non ti ho mai picchiato.
SEPPO – Menti.
TOINI – Non ricordo niente del genere.
SEPPO – Menti. Perché le tue mani sono così piccole. Così inesistenti. Ma avrai ancora sangue che ti circola nelle vene? Non hai paura magari che questa qui ti si schianti? Che se appena te la stringo, ti si rompano le dita?
TOINI – E se poi l'uomo avesse un'anima?
SEPPO – Cosa? Cos'è che dici?
TOINI – Quel che ho detto. Adesso dentro.
SEPPO – Cos'è che hai detto? A chi?
TOINI – A qualcuno. A un essere umano.
SEPPO – Ed è questo che ti fa paura?
TOINI – E se ce l'ha?
SEPPO – Sarebbe... sarebbe una catastrofe. È a queste cose che pensi qui dentro? Oh certo. Tutte le tue male azioni cominciano a pesarti, quando la vecchia con la falce si avvicina alla porta. Ma al vostro reparto avete visite giornaliere dei preti?
TOINI – Quello è una cornacchia.
SEPPO – Sì. E sa come si vive. Mangia come si deve e gracchia con forza, perché i più deboli si tengano a distanza. Feconda tutte le femmine che può e getta i piccoli fuori del nido non appena sanno volare con le proprie ali. Perché nel nostro sistema è così complicato?
TOINI – La siringa è un fiore. Si usa per fare sapone. Però chiamano così anche lo strumento usato per le iniezioni.
SEPPO – Ma io vorrei vivere come questa cornacchia. La prendo come mentore. Così alla fine non avrò la tentazione di lamentarmi per aver dimenticato di vivere.
TOINI – Ma è un uccello proprio brutto.
SEPPO – Ma più grazioso di un umano. Più grazioso di te. O di me.
TOINI – I fiori sono belli. E inutili.
SEPPO – Tu sei taccagna. Con la vita.
TOINI – A me non si può alzare la voce. L'ha proibito il primario in persona.
SEPPO – Sei sempre stata taccagna. Anch'io, un poco. Ma io sono in grado di correggermi. Tu non avrai più tempo, avrai prima tirato le cuoia.
TOINI – Ho perso l'orologio.
SEPPO – L'anima, come no. Ero di buon umore, al momento di venire qui.
TOINI – Tu fai presto a perdere le staffe. Prima eri migliore.
SEPPO – Prima eri migliore. In che senso migliore?
TOINI – Io ti davo degli ordini.
SEPPO – E adesso, che gli ordini li do io, è peggio?
TOINI – A me non mi comanda nessuno. Nemmeno a te.


SCENA VII

MARKO e MILVA stanno seduti al bancone del bar e consultano le proprie agende.

MARKO – Il dieci di aprile? È un sabato.
MILVA – È sabato santo.
MARKO – E allora?
MILVA – Non ci daranno la chiesa.
MARKO – Ah ecco. E il sabato dopo? È il diciassette.
MILVA – Allora dovrei stare a Tartu. Non è sicuro, comunque...
MARKO – E il ventiquattro?
MILVA – Non sono ancora rientrata dall'Estonia. Cos'è che stai fissando?
MARKO – Te. Scusa. E il primo maggio... ah, è festa. L'otto maggio?
MILVA – Per dio se è complicato! ma allora... non me la sento di fissare per questi fine settimana di maggio.
MARKO – Calma, non ti innervosire.
MILVA – Non mi mozzare.
MARKO – Mozzare. Va bene. Non ti mozzo. Ma che significa?
MILVA – Accorciare. Limitare. Amputare. Ma che ridi a fare?
MARKO – Niente. Ma è questa parola. Mozzare. Milva la mozza.
MILVA – Ah ah!
MARKO – Scusa. Non te la prendere.
MILVA – Di nuovo!
MARKO – Scusa. Perdonami l'ultima, e quella prima e quella prima ancora. Non ti innervosire. No e poi no. Aiuto. Signorina, un cognac! Anzi due! Cancelliamo quello di prima. No, cognac no! Ma che no, cognac, sì, Renoir! Cancello l'ordine, non il cognac! Vogliamo cognac, mica ordini!
MILVA – Calma adesso, bello.
MARKO – Non mi mozzare.
MILVA – He he he!
MARKO – Bene. Dov'eravamo rimasti? Al cinque di giugno?
MILVA – È un sabato?
MARKO – Sono tutti sabati.
MILVA – Certo. Sì. Potrebbe andare. Però bisognerebbe esserne certi.
MARKO – Di che?
MILVA – Che va bene. Che non abbia promesso di andare su a Paltamo.
MARKO – È sempre quel progetto sui chioschi?
MILVA – Penso si possa chiamarlo anche così. Io ritraggo la vita che si va eclissando. E il fallimento di quei chioschi per quelle comunità è il nucleo di quell'eclisse... che... che... ma adesso che si fa?
MARKO – Non intendo metterti fretta.
MILVA – Bene. Per altro sarebbe così bello sposarsi, perché...
MARKO – Perché cosa?
MILVA – Perché non l'ho mai fatto. Cos'è che stai osservando?
MARKO – Scusa. La maggior parte delle donne sono felici di essere osservate.
MILVA – Io no.
MARKO – Lo so. Scusa. Ma perché non ti piace?
MILVA – Perché... perché mi dà la sensazione che cerchi in me dei difetti.
MARKO – Figuriamoci. Io ti guardo perché sei così...
MILVA – Certo, certo. Allora. Che facciamo con la data?
MARKO – Io non ho fretta.
MILVA – Allora.
MARKO – L'unico che sembra avere fretta è papà.
MILVA – Chi? Tuo padre? E perché?
MARKO – Non lo so. È un uomo di principi. Forse immagina che più le cose vanno per le lunghe più si complicano. O si contorcono. Lui dice che le cose si fanno contorte.
MILVA – Ah è così.
MARKO – Comunque non è lui a decidere della nostra vita.
MILVA – No di certo.
MARKO – Salvo che...
MILVA – Salvo cosa?
MARKO – Che ha promesso di pagare tutto lui.
MILVA – Che generoso.
MARKO – Si potrebbe dire anche in questa forma. Per altro verso...
MILVA – Cosa?
MARKO – Per altro verso, è piuttosto commovente.
MILVA – Ah ecco.
MARKO – Perché, non lo è? Vorrebbe essere lui a programmare ogni cosa. La marcia nuziale e tutto il resto. Ha suggerito la chiesa di San Giovanni e ha sproloquiato all'infinito di certe luci e ombre che ci sarebbero lì. A quella data ora.
MILVA – Un caso buffo.
MARKO – In un certo senso. E poi il Casino di Kulosaari e i menu e quelle pernici del diavolo e i paté al tartufo. Si vede già in frac a pronunciare il discorso alla cerimonia, e poi ha contattato un'agenzia di viaggio per vedere dove andiamo in viaggio di nozze. Secondo lui Bahamas e Maldive sono mete troppo ordinarie per noi. Ha proposto le Galapagos.
MILVA – Vuole intromettersi nelle cose nostre.
MARKO – Si può vederla anche così. Per altro verso...
MILVA – Per altro verso? Ma che cazzo di verso?
MARKO – Ma perché adesso ti innervosisci di nuovo? Per altro verso sono il suo unico figlio. E magari si tratta di un senso di colpa.
MILVA – Per cosa?
MARKO – E che ne so io?
MILVA – Dovresti saperlo. O sospettare, per lo meno.
MARKO – Mah, forse nell'infanzia. Che altro se no?
MILVA – Certo. Marko. Se io e te ci sposiamo, allora...
MARKO – Sì?
MILVA – Quando io e te ci sposiamo, allora... allora io non sopporterei che non fossimo onesti l'uno con l'altra. Il nostro rapporto non reggerebbe.
MARKO – Cosa ti prende, adesso? Ma no, certo che non reggerebbe.
MILVA – Perché tu vuoi sposarti con me?
MARKO – Voglio stare con te perché... oh cristo... tu sei la mia donna.
MILVA – E che significa?
MARKO – Che tu non... che per esempio mi lasci in pace... che non mi mozzi.
MILVA – Vuoi dire con questo che non ti condiziono?
MARKO – Si può dire anche così.
MILVA – E allora dillo.
MARKO – Con te mi sento libero. Non mi stai sempre attaccata e non ti aspetti... rassicurazioni, come le donne in genere. A parte adesso.
MILVA – Con chi hai fatto la migliore scopata?
MARKO – Ma dai. Qui c'è gente.
MILVA – Con chi?
MARKO – Con te.
MILVA – Hai promesso di essere onesto. Io non sono gelosa.
MARKO – Con te. Confermo.
MILVA – Quando?
MARKO – Parla piano. Forse quella volta quando mi facesti le foto. Fu così sconvolgente.
MILVA – Ne ho ingrandita una per tua madre. Un primo piano, chiaro. Ha detto che ti trovava pensieroso.
MARKO – Ah sì. Forse stavo pensando a qualcosa.
MILVA – A cosa?
MARKO – Vattelo a ricordare. Forse al fatto che c'è un che di ... affascinante... quando un'altra persona ti osserva, diciamo da lontano, e c'è di mezzo un obiettivo.
MILVA – Mi hai detto delle bugie durante questa serata?
MARKO – E tu a me?
MILVA – Ho domandato prima io.
MARKO – Non vuol dire nulla.
MILVA – Va bene. Va bene va bene. Tira allora uno di questi stecchini. Chi tira quello corto, racconta la prima bugia.
MARKO – Ma se poi non ha detto nessuna bugia?
MILVA – Se ne dicono sempre. Piccole o grandi.
MARKO – Allora tiro io? Va bene. Vediamo. Corto. È il corto?
MILVA – Sì. Prima tu.
MARKO – Va bene, va bene. Io... aspetta che ci penso.
MILVA – Sii onesto, adesso.
MARKO – D'accordo. Ti ho mentito quando ti ho detto che l'unico ad avere fretta per le nozze è mio padre.
MILVA – OK, lo immaginavo.
MARKO – Ma come?
MILVA – Be' lo sapevo che hai fretta anche tu.
MARKO – Come?
MILVA – Tu mi vuoi legare. Non vuoi in nessuna maniera che io ti guardi, ma vuoi essere tu a guardare me. Lo vedo, per quanto ti sforzi di celarlo.
MARKO – C'è in questo qualcosa di anormale?
MILVA – Non è anormale, è... letale.
MARKO – Adesso non ci capisco più nulla. Proprio nulla. Io stavo parlando di mia madre.
MILVA – Tua madre? E che c'entra tua madre con tutto questo?
MARKO – Anche mia madre vuole che ci sposiamo al più presto.
MILVA – Perché?
MARKO – Forse per liberarsi la coscienza. Ha paura di dipendere da me.
MILVA – Capisco.
MARKO – No. Ha paura di dipendere psicologicamente da me. Ha paura di sentirsi legata a me. No. Teme che qualcuno se ne accorga.
MILVA – Capisco.
MARKO – Tocca a te.
MILVA – Ah, sì. Io ti ho mentito... ti ho mentito dicendo... cosa stai guardando?
MARKO – Ah, sì, scusami.
MILVA – Ecco, appunto.
MARKO – Appunto cosa?
MILVA – Il guardare. Ho mentito, quando ti ho detto che mi secca che tu mi guardi come se cercassi di vedere in me qualche difetto.
MARKO – E allora?
MILVA – Che ... che in realtà non la penso così. In questo ti ho mentito.
MARKO – Sì, certo. E allora cosa?
MILVA – E allora cosa? Allora niente.
MARKO – Tu cerchi di svignartela. Di svicolare. Adesso parla. Adesso dimmi perché non posso guardarti.
MILVA – Perché ho paura che...
MARKO – Di che? Di cosa?
MILVA – Che tu non veda.


SCENA VIII


TUULA lascia cadere pezzetti di carne infarinati nell’ olio bollente. Arriva SEPPO in calzoncini corti.

TUULA – Hai messo le bacchette?
SEPPO – Le ho messe.
TUULA – E una forchetta per te?
SEPPO – Ho messo una forchetta per me.
TUULA – Cos'è che ti prende, adesso? Dio mio. Va' a metterti in ordine.
SEPPO – Non vengono ancora. E quand'anche venissero...
TUULA – Ma cos'hai? Basta adesso. Vatti a vestire, dai.
SEPPO – Ho voglia di scoparti. Da dietro. Ti farà contenta.
TUULA – Io adesso devo fare da mangiare. E perché mai dovrei essere contenta?
SEPPO – Perché un vecchio maschio potente vuole scopare una vecchia femmina. Per le leggi dell'evoluzione dovrei aver voglia di una giovane. Io sono ancora fertile, tu non più.
TUULA – Hai messo i tovaglioli?
SEPPO – Certo, guarda.
TUULA – Li hai messi?
SEPPO – Se vivessimo una vita come si deve, io in questo momento ti scoperei. E tu saresti contenta. Se vivessimo in un condominio di periferia e non in centro, in via Runeberg, io ti tromberei all'istante.
TUULA – Sei passato a trovare la nonna questa sera?
SEPPO – E non sarebbe un caso di violenza domestica, ma di amore.
TUULA – Ci sei andato?
SEPPO – La mia vitalità qui avvizzisce. Inacidisce. Lo sai perché mi piace andare a Bruxelles, anche se il francese mi fa girare i coglioni? La lingua francese. Non ne so niente. E non la studio. Io parlo una lingua piena di espressività. Una lingua moribonda. Cui mi tengo stretto, come a questa vita. Alla mia vita da moribondo.
TUULA – Ma hai bevuto? Di nuovo!
SEPPO – Perché là ci sono donne portoghesi e italiane. Fanno le segretarie. E spagnole. Segretarie, per lo più. E da loro uno sente ancora venire come una... selvaticanza. Che bella parola, vero? selvaticanza. Ma esisterà?
TUULA – La nonna ha chiamato.
SEPPO – Si? E chi le ha fatto il numero?
TUULA – Lei. L'ha composto da sola. Tu sottovaluti le sue capacità. E la sua perspicacia.
SEPPO – Dici.
TUULA – Dice che hai preso l'abitudine di farle visita. Spesso.
SEPPO – Mah, ogni tanto. Quando ho un momento libero.
TUULA – Lei ha detto spesso. E ha detto che la minacci.
SEPPO – Come, la minaccio? Oh dio mio!
TUULA – Riferisco solo quel che dice lei. E dice che la minacci di romperle le dita.
SEPPO – Ma siamo matti?
TUULA – La sto solo citando. Dice che tu fai finta di parlare di alberi e arbusti, ma lei si rende conto che sono soltanto metafore. Così mi ha detto. Che in realtà parli di lei e vuoi ammazzarla. Così mi ha detto.
SEPPO – Tuula.
TUULA – Sì?
SEPPO – L'essere umano ha un'anima?
TUULA – Mi passi la salsa di soia? È quella bottiglietta piccola.
SEPPO – Questa qui?
TUULA – No, non quella. L'altra accanto. Ecco, quella lì. Grazie.
SEPPO – Tuula.
TUULA – Sì?
SEPPO – Che cosa diresti, se venissi a sapere... o se io ti dicessi che ti sono stato infedele?
TUULA – Pensa a vestirti adesso.
SEPPO – Allora, che diresti?
TUULA – Saranno qui da un momento all'altro. Milva vorrebbe farci vedere dei modelli di abito da sposa.
SEPPO – Ma che diresti di questo fatto?
TUULA – Lei è così infervorata. E si capisce. Le andrà bene qualcosa di abbastanza semplice, che la valorizzi... ma ne verrà fuori qualcosa? Che poi hanno cambiato anche la data... non so. Forse è una cosa normale.
SEPPO – Può darsi.
TUULA – Milva ha avuto un'ottima influenza su Marko. Ottima davvero. Marko ultimamente sta in qualche modo... dimmelo francamente cosa ne pensi di tutto questo.
SEPPO – Questo cosa?
TUULA – Cos'era che mi hai chiesto?
SEPPO – Oh, niente.
TUULA – Milva è così... sai cosa? Io di questa qua non capisco un cazzo di niente. Non so se è carne o pesce.
SEPPO – Pesce.
TUULA – Che pesce? In che senso?
SEPPO – A questo adesso potrei rispondere io. Cristo, lascia stare la gente in pace. E pure te stessa. Tu analizzi le persone fino a farle scoppiare. E neanche allora le capisci. A te non si arrendono. In questo senso qui. Tu resti sempre all'esterno. Della vita. E rompi te stessa.
TUULA – Mi verrebbe da sbadigliare.
SEPPO – In che senso sbadigliare? Di che parli adesso?
TUULA – Dell'infedeltà.
SEPPO – Hei, un momento!
TUULA – Mi verrebbe da sbadigliare, se mi dicessi che mi hai tradito.
SEPPO – Ah, capisco.
TUULA – Pensi forse che non capisca cosa combini in quei tuoi viaggi?
SEPPO – Appunto. Non capisci. Io sudo tutti i santi giorni impiccato nella cravatta di seta che mi hai comprato e mi domando per che cosa si danno le arie quelli che mangiano lumache e tutti i tipi di crostacei a sedici zampe. E passo le sere nella stanza d’albergo a masticare le noccioline salate e guardare la CNN e BBC World per sapere di che cosa uno dovrebbe parlare il giorno dopo. E mi manca la sauna, quella a legna.
TUULA – Fa lo stesso.
SEPPO – Fa lo stesso? Ah sì?
TUULA – Mi hai tradito fin da quando ci siamo sposati. Figurati se non l'ho sempre saputo.
SEPPO – È per te ha fatto sempre lo stesso?
TUULA – Niente affatto. All'inizio ti frugavo le tasche e annusavo le tue camicie e...
SEPPO – ... e ti piaceva? Ammettilo. L'essere umano va sempre alla ricerca del piacere. Ammettilo. Ammetti almeno questo.
TUULA – Non più. E non annuso. E nemmeno me ne importa.
SEPPO – Vado a giri troppo lenti, adesso?
TUULA – Cosa? Ma va’ a vestirti.
SEPPO – Faccio giri troppo lenti? Cazzo. È il tempo che mi sfugge di mano?

Si apre la porta. Entra MARKO.

MARKO – Ciao. Sono in ritardo?
TUULA – È lo stesso. Dov'è Milva?
MARKO – Come, non è ancora arrivata? Doveva venire per conto suo. La chiamo (compone il numero sul cellulare). Ho una fame da lupo. Ci hai messo dello zenzero?
TUULA – Ne ho grattugiato un po'.
MARKO – Un aroma fantastico... Che? Ciao. Non ti ho detto che... perché non sei qui? Ma prendi un taxi. Come sarebbe che non te la senti? Lascia perdere. Davvero. Ma sì. Ci mettiamo d'accordo. (Chiude il telefono). Bene. Adesso bisogna andare a recuperarla.
TUULA – Come recuperarla?
MARKO – Da casa. Da casa sua. Lì ci sarebbe una sorpresa. Dice.
TUULA – Oh sant'iddio. Allora non puoi fare altro che... andare a recuperarla.
MARKO – Io non posso. Ho appena preso due whisky con un collega.
TUULA – Che collega?
MARKO – Uno che è malato di AIDS. Gli faccio il sostegno. Posso dare una mano? Magari apparecchio la tavola.
SEPPO – No. Le bacchette sono già a posto.
MARKO – Ah be'!
SEPPO – Ho ficcato le bacchette al suo posto, anche se mi dice spesso che non lo faccio. Ho detto "ficcato"? Dio, che lapsus!
TUULA – Ti dispiace, Marko, se ti dico subito che qui la situazione è un po' critica?
SEPPO – Ma no. Papà... tu potresti?
TUULA – No. Sono due giorni che beve.
SEPPO – Vado a ficcarmi qualcosa addosso. Dove sono le chiavi della macchina?
TUULA – Non ci vai. Tu non ci vai.
SEPPO – Ho detto di nuovo "ficcare"? Terribile! (Esce)
TUULA – Non lasciarlo andare. Non è in condizione di guidare.
MARKO – E come potrei impedirglielo? Dai, non ti innervosire.
TUULA – Non mi toccare. Non voglio che mi tocchi assolutamente.
MARKO – Ma che ti prende? Vieni qui. Vieni a sederti qui accanto a me. Sulle ginocchia. Calmiamoci tutti e due. Il saggio porcellino... Siamo un po' col morale a terra?
TUULA – Non mi va di sentirmi inutile.
MARKO – Oink?
TUULA – Oink a te, allora. Ah, se sapessi.
MARKO – Oink oink. Ma certo che lo so.
TUULA – Oink.
MARKO – Dai, rilassati un poco.
TUULA – Ma mi brucia tutto. Aiuto. Bruciano.
MARKO – Lascia che brucino. Hai sentito che t'ho detto. Lascia che brucino.
TUULA – Oink.
MARKO – Adesso non ti fare troppo piccola.
TUULA – Cosa? Oink. Oink oink.
MARKO – Dai che sopravviveremo a questa situazione.
TUULA – Cosa? Che situazione?
MARKO – Insieme.
TUULA – Che cosa. Di che stai parlando?
MARKO – Dai che lo sai. Stai qui calmina. Questa situazione.


SCENA IX


MILVA sta in piedi in mezzo alla stanza indossando l'abito da sposa. Entra SEPPO.

SEPPO – La porta era aperta.
MILVA – Lo so. Adesso. Adesso mi puoi guardare.
SEPPO – Bello. Molto grazioso. Allora possiamo andare.
MILVA – Ma che fretta abbiamo?
SEPPO – Loro aspettano di là. Loro due.
MILVA – Oh, non se ne andranno via.
SEPPO – Non mi garba. Non mi garba affatto questa situazione.
MILVA – Hai paura?
SEPPO – No.
MILVA – E allora. Togliti la giacca e metti i soldi sul davanzale della finestra.
SEPPO – Ascoltami. Sono un uomo d'affari. E gli affari si fanno quando il cliente lo vuole.
MILVA – E adesso non hai voglia?
SEPPO – È come se tu volessi essere colta sul fatto.
MILVA – E perché dovrei volerlo? Va tutto bene. Proprio così. Sto per sposarmi con l'uomo più stupendo del mondo. Per di più mi è toccato in regalo un suocero temibile ed eccitante. E per giunta me ne vengono anche dei soldi, con cui incrementare la mia attività, vale a dire realizzarmi anche professionalmente. Perché dovrei mettere tutto ciò a rischio?
SEPPO – Appunto, perché?
MILVA – Perché giocare col fuoco è la cosa più eccitante.
SEPPO – Adesso vestiti.
MILVA – La più eccitante. Almeno ammettilo.
SEPPO – Ammetto quello che vuoi, se adesso per cortesia ti metti addosso qualcosa e andiamo.
MILVA – Allora ammettilo.
SEPPO – L'ho già fatto.
MILVA – Con parole tue. Di' con parole tue perché vai avanti con questa situazione, anche se può mettere a repentaglio tante cose importanti della tua vita.
SEPPO – Sistemiamo adesso questa faccenda come si deve e poi torniamoci su di nuovo una prossima volta.
MILVA – Ma siamo nel mezzo di una negoziazione, Seppo. Tu compri e io vendo. E io decido il prezzo.
SEPPO – Ma questo non è negoziare. Questo è un ricatto.
MILVA – Fa lo stesso. Adesso mi devi dire perché sei disposto a umiliare tua moglie e a mettere in ridicolo tuo figlio per un'avventura come questa.
SEPPO – Ma non si tratta di un'avventura. Per me. A parte questo, son tornato a fare l'amore anche con Tuula. Forse è meglio che tu lo sappia.
MILVA – Questa informazione non mi dice proprio nulla. Ma pensa. L'hai fatto, dunque?
SEPPO – Potrò bene scoparmi mia moglie.
MILVA – E chi te lo impedisce? Allora, la tiri giù quella lampo?
SEPPO – Avevo capito che stavi venendo a farci vedere quel vestito.
MILVA – Io non sto venendo a casa vostra.
SEPPO – Perché no?
MILVA – Perché non mi va. E perché non hai ancora risposto alla mia domanda.
SEPPO – Cristo! Perché. Perché tu hai risvegliato in me la voglia di vivere. Andiamo adesso.
MILVA – E perché proprio io?
SEPPO – Perché sì. Perché sei imprevedibile. Perché tu...
MILVA – Cosa? So giocare?
SEPPO – Giocare? Perché no? Suppongo si possa dire anche così.
MILVA – A che giochiamo?
SEPPO – Adesso giochiamo che andiamo a casa mia a mangiare e che ci comportiamo decentemente tutta la sera.
MILVA – Non ci vengo. Prima che tu mi abbia detto a che cosa vuoi giocare. Proprio adesso. Poi andiamo. Ma devi essere onesto.
SEPPO – Io voglio... va bene. È vero che quel vestito bianco mi eccita.
MILVA – Bene. Tu vuoi credere... quando mi vedi vestita di bianco... che sono innocente?
SEPPO – Tu sei innocente.
MILVA – Cosa?
SEPPO – Tu sei innocente anche se pensi il contrario. In fondo sei una persona innocente, perché sei capace di essere così categorica.
MILVA – Ma bene. Andiamo avanti. Tu desideri vedermi mentre procedo verso l'altare tutta vestita di bianco. In una luce mistica.
SEPPO – Sì, certo. E lì andrò a sedermi. Col libro dei salmi in mano.
MILVA – Ti commuoverai?
SEPPO – Certamente.
MILVA – Bene. E così arriveremo a un punto curioso. Nel bel mezzo dell'emozione prenderai a ricordare il momento in cui me l'hai strappato di dosso. E quell'emozione si fonderà con quella del potere, con l'eccitazione del potere, e le tue narici cominceranno a inumidirsi un po' all'interno.
SEPPO – Io non ti ho strappato di dosso il vestito.
MILVA – Ma ti piacerebbe. Per esempio, adesso?
SEPPO – Mi piacerebbe strappartelo, e mi piacerebbe farti veramente paura.
MILVA – Lo vorresti? Tu lo vuoi. Dillo.
SEPPO – Lo voglio. Voglio strapparlo. Voglio che tu mi chieda di...
MILVA – Vuoi che io pianga e ti implori che...
SEPPO – Voglio che piangi e mi implori e hai paura e...
MILVA – I soldi.
SEPPO – Cazzo. M'hai interrotto. (Estrae del denaro dal portafoglio e lo posa sul davanzale). Voglio che tu... adesso non funziona perché m'hai interrotto.
MILVA – Ricominciamo daccapo. Io sto andando a sposarmi. Questa è la cappella... no, è il campanile, mi sono arrampicata fin quassù. Guardo fuori... c'è il sole. Ma no, c'è un temporale. Lampeggia. Arrivi tu... vieni, vieni... io mi volto... io ti conosco, all'inizio non ho paura. Tu mi giri di schiena, mi togli il vestito... piano piano... ehi, piano piano!
SEPPO – Sono io che pago tutto questo. Sta così... grida... grida... invoca pietà! Devi avere più paura!
MILVA – Non mi fare male!
SEPPO – Ti ho forse permesso di darmi del tu?
MILVA – Perdono... perdono!
SEPPO – Resta così... così. Grida!
MILVA – (Voltandosi) Per pietà! Non farlo. Non lo faccia... per favore...
SEPPO – Grida più forte... grida sul serio.
MILVA – No Seppo. Non funziona.
SEPPO – Resta lì... divincolati un po' adesso, cristo... io devo...
MILVA – No. Non va così. Non è quello che tu vuoi.
SEPPO – Cristo. L'hai interrotto.
MILVA – Non voglio una cosa così. Non è vera. Questo è porno e basta, perché tu non ...
SEPPO – Va bene. Fine. Finiamola qui. Una volta per tutte. Basta con questa buffonata. Ma sono davvero ammattito?
MILVA – No. Non abbastanza.
SEPPO – Io qui non ci vengo più. (Esce)
MILVA – Verrai. Oh se verrai. Quando sarai riuscito a capire cosa vuoi davvero.


SCENA X

MARKO e TUULA sono seduti a tavola e mangiano.

MARKO – Adesso mangia.
TUULA – Non mi va.
MARKO – Ma devi mangiare. È buono. Neanch'io ho tanta voglia. Ma adesso bisogna mangiare.
TUULA – Non ce la faccio.
MARKO – Devi mangiare un poco per tenerti in forze.
TUULA – Non ce la faccio. E perché dovrei farcela?
MARKO – Perché tu riesca a comprendere di che si tratta. Devi farcela. Stare tranquilla e osservare. Finché tutto non si è chiarito.

Si apre la porta ed entra SEPPO.

TUULA – Dov'è Milva?
SEPPO – Non lo so.
TUULA – Ma non l'hai vista? Non è che ti hanno pizzicato col palloncino.
SEPPO – Ma no.
MARKO – Noi abbiamo cominciato a mangiare, non sapendo quanto tempo vi ci voleva. Scusa. Mettiti seduto.
SEPPO – Una persona capricciosa.
MARKO – Vuoi riso? Prego.
SEPPO – Non mi va.
MARKO – Su, prendine un po'. La mamma ci ha lavorato tutto il giorno.
SEPPO – Va bene, dammene allora un po'.
MARKO – Bravo ragazzo. Insieme carne e salsa.
SEPPO – Che cos'è? Maiale?
TUULA – Tacchino. L'ho scelto perché il maiale è troppo pesante. È allevato coi cereali.
SEPPO – A me il tacchino non piace. Ha un gusto strano. Un po' ferroso.
MARKO – Ma se non l'hai nemmeno assaggiato. Bisogna provare tutto. Guarda. Facciamo l'elicottero? Guarda che arriva. Prummprummprumm.
SEPPO – Ma che cazzo stai facendo?
MARKO – Apri la bocca. Su, adesso.
SEPPO – Ma che ti prende?

Suona il campanello.

MARKO – Sto studiando la vita famigliare. Studio da padre. Vai ad aprire la porta.
SEPPO – Vacci tu.
TUULA – Vai, adesso è Marko che te l’ha ordinato.
SEPPO – Siete proprio matti. Tutta la compagnia.

Ancora il campanello.

MARKO – Non senti quel che dico o semplicemente non ti fa nessun effetto? A quanto pare non fa effetto. Strano. Così invece dovrebbe funzionare.

MARKO va ad aprire la porta. Entra MILVA in abito da sposa.


MILVA – Scusate il ritardo. Allora?
TUULA – Grazioso. Ti sta a pennello. Una bella tonalità. Scusa se abbiamo già cominciato, ma non eravamo affatto certi che saresti venuta. Siediti. Ma no, no. Non puoi mica mangiare con quel vestito addosso. Toglitelo.
MILVA – Ma sotto non ho niente.
TUULA – Va bene, ti porto un grembiule.
MILVA – Io non voglio un grembiule. Non lo voglio in nessun caso. Va bene così. Mangerò facendo attenzione.
TUULA – Ah be’!
MARKO – Milva è allergica ai grembiuli. È convinta che degradino le donne. Il vestito fa l'uomo e il grembiule la donna. Figuriamoci! La sua fobia per i grembiuli deriva dal fatto che ...
MILVA – Mi piace stare nella vostra casa.
TUULA – Ah, che bella cosa.
MILVA – Qui è sempre così confortevole.
TUULA – Beh, può darsi.
MARKO – A Milva piace stare da noi perché...
MILVA – Ma è riso al gelsomino? Ha un certo profumo. Al gelsomino, ecco. Fantastico.
MARKO – Milva mi sta interompendo continuamente, perché ha paura che io dica che è...
MILVA – ...una uscita da un orfanotrofio. Non mi fa paura.
TUULA – Ah sì? E cosa ci sarebbe di cui vergognarsi? Uno non può cambiare il suo passato.
MARKO – Ma nessuno ha parlato di vergogna. Non ti rendere ridicola, porcellina saggia.
MILVA – Lascia perdere, Marko.
TUULA – Così tu non hai né padre né madre?
MILVA – No. E nemmeno i legami emozionali e i problemi relativi.
TUULA – Poverina.
MILVA – Tuula, provi veramente compassione per me?
SEPPO – Tuula è una donna, tienilo da conto. Nel senso stretto della parola. Il più stretto.
MARKO – E una madre. Tienilo da conto. Nel senso stretto della parola. Il più stretto.
TUULA – Non li stare a sentire. Non capisco affatto di cosa stanno parlando.
MARKO – E il fatto che sia madre di un figlio significa che è madre di tutti. La maternità è così. Tenerezza e compassione non finiscono mai.
TUULA – Perché vi prendete gioco di me?
MILVA – Perché tu lo permetti.
MARKO – Mentre invece non possiamo dire lo stesso della paternità.
SEPPO – Hai qualcosa di cui lamentarti?
MARKO – Sì. Parecchio. Ma un uomo non si lamenta.
SEPPO – Un uomo fa quel che deve fare. Se ha da lamentarsi, allora si lamenta. Ma in maniera diretta.
TUULA – Mi piacerebbe cambiare argomento.
SEPPO – Cambiamolo. Di che si parla?
TUULA – Scusami, Milva.
MILVA – Niente. E di cosa?
TUULA – Perché adesso è andata così. Non sempre è così.
MILVA – Questo è davvero interessante. Conosco così poche famiglie.
SEPPO – E che ci sarebbe qui di interessante? Fondamentalmente si tratta di una situazione in cui un pulcino ha lasciato il nido per volare nel mondo, e due vecchie cornacchie sono rimaste su un ramo, sorprese. Così accade in natura. Ma nel nostro caso il pulcino sta facendo un putiferio per rientrare nel nido, il che, in natura, non accade mai.
TUULA – Seppo!
MARKO – Ma no. In natura succede così, che quando il pulcino abbandona il nido, i due genitori si danno subito da fare, tutti e due, con una nuova nidiata. Tutti e due.
SEPPO – Tua madre è troppo vecchia per questo.
MARKO – Tutti e due.
SEPPO – Lo sono anch'io. A modo mio.
TUULA – Ma non sono tremendi questi due?
MARKO – In natura accade così, che il vecchio maschio si accorge di essere vecchio e che deve farsi da parte, quando lo richiede il bene della comunità.
SEPPO – Non va così. In natura le cose vanno che il più giovane prende il posto dell'anziano se ce la fa. E solo quando ce la fa. Nella nostra società, che è una parodia di una sana società naturale, i giovani maschi si lamentano e implorano perché i vecchi si tolgano di mezzo. E poi lo fanno. Le femmine li hanno tirati su in questo modo. E per questa ragione i giovani maschi vengono su come maritozzi, quando li tocchi il dito ci affonda.
TUULA – Io adesso vado a dormire.
MILVA – Non lo fare. A me queste cose non mi rovinano la serata.
TUULA – A me sì.
SEPPO – Anche a me. Mi scoccia pensare in che mani stiamo consegnando il mondo. Per quanto ci sia ben poco di così importante. Quando tirerete su i vostri figli, a noi ci sarà spuntato un fiordaliso dall'orecchio. Esaranno dei maleducati che vi mangeranno la faccia. Come è giusto.
MARKO – Forse allora sapremo essere più assennati.
SEPPO – Non c'è dubbio.
MARKO – O più umani, per lo meno.
SEPPO – Più assennati sì, più umani no. Per questo non avete più possibilità, perché i vostri figli manderanno a memoria il Corano, i maschi. Mentre alle figlie toccherà di nuovo il grembiule.
MILVA – Ed è questo quello che tu auspichi?
SEPPO – Io non auspico un bel niente. Non sono un musulmano e nemmeno un terrorista, almeno in questo senso della parola. Però, giusto o ingiusto, sarà inevitabile. Sono ragazzetti, questi, che hanno valori e obiettivi chiarissimi. Possiedono una cultura intransigente. E nel corso della storia questo genere di cultura s'è divorato quelle che hanno dubbi. L'umanesimo. Che roba è?
MILVA – Giusto. Cos'è quest'umanesimo?
SEPPO – È quando hai diffuso troppi estrogeni nell'aria. Agli uomini crescono le tette, e la vista comincia a sfuocarsi. E il popolo a rammollirsi. Al liceo avevamo un insegnante di storia che diceva sempre che il popolo si andava ammosciando. E ho dovuto arrivare alla sua età per capire cosa voleva dire.
MARKO – E cosa voleva dire?
SEPPO – Questo. Questo qui. Che l'uomo deve chiedere il permesso di esistere. Posso stare qui o lì. L'uomo non è costretto a starsene in un angolo, ma su un divano. Ma nemmeno lì si può stare. E la moglie e i figli, da dietro la porta, si prendono gioco di lui.
TUULA – Marko e io non ci prendiamo gioco di te. Da quanto capisco, è di noi che adesso stai parlando.
MARKO – Ci prendiamo gioco, sì, ma bonariamente.
SEPPO – Per l'appunto. In natura e in una cultura sana le cose funzionano così, che la donna si occupa del piccolo finché questo ha bisogno della tetta. Poi il padre prende il figlio e se lo porta nei boschi, e gli insegna tutto quello che lui sa. E il figlio diventa un uomo in grado di battere il padre. Nella nostra cultura il bambino non diventa mai adulto, ma resta sempre a mezzo. La donna non lo lascia diventare uomo perché sente minacciata la sua condizione.
MARKO – Sarebbe mia madre che minaccia la mia condizione?
SEPPO – Alla fine dei conti sì.
TUULA – Chi troppo in alto sale..., così direbbe adesso la nonna.
SEPPO – Guarda, s'è svegliata la femmina.
TUULA – In casa nostra è così. Una guerra generazionale.
MILVA – E non ne sei segretamente orgogliosa?
SEPPO – Non è poi tanto segreto.
MILVA – Le famiglie sono interessanti. Ma è molto difficile entrarvi dentro.
MARKO – Tanto difficile che bisogna prima romperle? L'inalatore! Mamma, l'inalatore!

TUULA va a prendere al figlio l'inalatore contro l'asma.

SEPPO – Proprio così.
MILVA – Che vuoi dire?
MARKO – Perché i veri tesori si trovano soltanto sotto le rovine?
SEPPO – Nessuno si azzarda a dire niente della bramosia di potere della donna. Della bramosia di potere della madre. Quella bramosia di potere che avvolge il bambino durante la crescita nello stesso tipo di tela in cui la vedova nera avvolge le sue vittime. O è il ragno crociato, che lo paralizza. Lo costringe a stare buono perché il piccolo non arrivi a lottare col padre. È da qui che nascono le rovine. Rovine famigliari e rovine personali.
TUULA – Ma di che rovine adesso state parlando? È tremendo come drammatizzate ed esagerate ogni cosa.
SEPPO – Proprio così.
TUULA – Questi due vanno a sposarsi e a formare una famiglia. E tu li intimorisci parlando di rovine. Non c’è bisogno di spaventarsi. Andate a sposarvi e siate felici. E fategli marameo, a quell'uccello del malaugurio. Non prendete esempio da noi. Noi siamo ormai al tramonto, papà e io. Papà ha paura di invecchiare. E questo lo tormenta. Anche me, a dire il vero. Ma voi siete giovani e dovete andare avanti. Avanti da dove noi siamo arrivati. Cercate di realizzarvi in ogni modo. Godetevi la vita e voi stessi. E fate figli, senza paura, fatene molti. I figli ti portano avanti. Tanto la madre quanto il padre. Nella vita si sente che succedono delle cose. Ma questo non ha niente a che vedere col potere. Dio mio. Non bisogna aver paura di fare figli. Un figlio si porta il pane con sé... Seppo, cognac a tutti. E noi diventeremo nonna e nonno. Anche Seppo con un nipotino sarà certamente diverso da quel che è stato come padre. E poi la smetterà di fare la Cassandra. I nipotini staranno con noi l'estate e in altre occasioni, così potrete andare a fare le vostre cose e a realizzarvi, come si conviene a genitori moderni. E a esseri umani. Che non fanno continuamente una guerra tra i sessi. Ma pensaci un poco, Seppo, che c'è gente che ha tutto davanti... la possibilità di crescere come persona. Con gli inciampi e le rogne che nessuno può evitare e... Seppo, versami adesso questo cognac... che era quello che... che voi avete tutto davanti a voi, che è una cosa bellissima, così che... di noi e dei nostri bisticci non tenete conto ... non date retta a questi, come si dice... che tutti... stiamo qui e insieme, e siamo felici... e se siamo soltanto... e sotterriamo le asce di guerra e...


INTERVALLO



SCENA XI

TUULA siede al bancone del bar. Arriva MILVA con un caffè in mano.

MILVA – Scusa il ritardo. Ho la cattiva abitudine di fare tardi, perché...
TUULA – ... è la tua maniera di esercitare potere sugli altri.
MILVA – Ah sì. Non ci avevo pensato. Cosa prendi?
TUULA – Caffè. L'ho chiesto macchiato. È qui che venite?
MILVA – Con Marko? Sì, qualche volta.
TUULA – Io non sono mai stata in un bar. Cioè, non proprio. Ci andavo con Seppo quando eravamo al liceo, e allora un bar era una cosa completamente diversa. Ci trovavi il frappè, che all'epoca era una novità. E la banana split, una specie di gelato.
MILVA – Ah così? Bene.
TUULA – Tanto tempo fa.
MILVA – Lo credo.
TUULA – Sì.
MILVA – Sì.
TUULA – Seppo è a Bruxelles.
MILVA – L'ho saputo.
TUULA – Alla fine c'è arrivato.
MILVA – Sì
TUULA – Da chi l'hai saputo?
MILVA – Da Marko.
TUULA – Da Marko?
MILVA – A dire il vero da Seppo stesso.
TUULA – Sì. Mantenete contatti di qualche tipo?
MILVA – Di qualche tipo, sì.
TUULA – Per me è piuttosto difficile adesso, che...
MILVA – Sì?
TUULA – ... che... però che si dovrebbe arrivare a un qualche chiarimento... comunque... in questa cosa. Dovrei.
MILVA – Certo.
TUULA – Cioè. Ecco. Ti sei mai in qualche modo innamorata del nostro Seppo?
MILVA – Innamorata? Che vuol dire innamorata?
TUULA – Che fai, prendi tempo adesso?
MILVA – No. Non lo so.
TUULA – Bene.
MILVA – Bene.
TUULA – Ecco. Vogliamo parlarci adesso da uomo a uomo?
MILVA – E allora parliamo, allora. Dai, parliamone. Se ci riesce.
TUULA – Allora, lo sei stata?
MILVA – Innamorata? Non lo so. Forse non lo crederai, ma davvero non lo so.
TUULA – Avete voi... avete...
MILVA – Oh abbiamo abbiamo. E che vuol dire, adesso?
TUULA – Io non ce la faccio. Questo non lo sopporto. E Marko... io lo sapevo. Lo sapevo fin dall'inizio.
MILVA – Ma che cosa... adesso non... cosa c'è adesso se lo sapevi già? Fin dal principio.
TUULA – Dove? Dov'è che lo avete fatto?
MILVA – Andiamo, adesso non ti gettare giù.
TUULA – Dove? Dimmi dove. A casa nostra? Nel nostro cottage?
MILVA – A casa vostra no. Nemmeno una volta. A questo non voglio rispondere. E nemmeno nel cottage. A questo non rispondo adesso.
TUULA – E non avete pensato nemmeno una volta a Marko?
MILVA – Certo che sì. Abbiamo pensato a Marko ogni volta. E anche a te.
TUULA – Non capisco.
MILVA – Neanch'io. Siamo pari.
TUULA – Non c'è via d'uscita. Questa situazione non ha sbocchi. Sono completamente distrutta.
MILVA – Ma lascia perdere.
TUULA – E tu osi dirmi di lasciar perdere? Che ne dici se vado a riferire a Marko tutto questo?
MILVA – Ma lui lo sa.
TUULA – Lo sa? Com'è che lo sa?
MILVA – Lo sa. O almeno lo intuisce.
TUULA – E lui, che ne pensa? Di una cosa simile?
MILVA – Io questo davvero non lo so.
TUULA – E a quanto pare non te ne importa nemmeno.
MILVA – Certo che mi importa. Ehi, Tuula, adesso non parliamo da uomo a uomo. Parliamoci come... una traviata a un'altra. Io non so che cosa sto facendo. No. Io so che cosa faccio, ma non so che cosa voglio. O meglio lo so... in qualche modo. Ma non so perché. Io non lo so perché desidero Seppo. Questo non lo so. È un vecchio sporcaccione, e...
TUULA – Ehi ragazzina, è del padre di Marko che stai parlando.
MILVA – E di tuo marito.
TUULA – Esattamente.
MILVA – Chiedo scusa. Per la parola almeno. Ma se vuoi che questo sia un processo, allora devo dire che la difesa non ha niente da dichiarare.
TUULA – Anch'io sono una donna. Ancora.
MILVA – Certo.
TUULA – Questo lo hai tenuto da conto?
MILVA – No. francamente no.
TUULA – Almeno sei onesta. Ho dunque perso ogni possibilità?
MILVA – No. Naturalmente no. Sei una bella donna, ben conservata e...
TUULA – Cristo. Non mi sottostimare adesso. Come persona. Per quanto me lo meriterei. Per tutti questi piagnistei. Non è questo che intendevo.
MILVA – Che cosa, allora?
TUULA – Alla possibilità di vedere Seppo in altro modo. Con altri occhi.
MILVA – Sì?
TUULA – Coi tuoi occhi. Ci sono tanti modi di vedere le cose. Dico sul serio.
MILVA – Ognuno ha un suo binario. E qualcuno resta in stazione.
TUULA – Adesso non banalizzare tutto. Dico sul serio. Sarebbe possibile?
MILVA – Che cosa?
TUULA – Vedere una persona cara con altri occhi. Con gli occhi di un'altra persona. Devo confessarti che non lo so affatto.
MILVA – Che cosa?
TUULA – Se amo Seppo o no. Sarebbe terribile se qualcuno me lo chiedesse. Non saprei cosa rispondere. Non saprei.
MILVA – Ma non te lo chiederà nessuno. Non io, almeno.
TUULA – E ci mancherebbe anche questo. Un vecchio sporcaccione. Così hai detto. Ed è vero. Ma io non vedo Seppo in questo modo.
MILVA – Nemmeno io.
TUULA – No? Certo che no. Altrimenti non... certo. E com'è che lo vedi?
MILVA – Dobbiamo proprio parlare... di questo?
TUULA – Donna, tu non dai nessun valore al fatto che mi sono umiliata suggerendoti quest'incontro? E parlandoti da donna a donna?
MILVA – No. Ma immagino che dovrei. Seppo è... non ce la faccio, per quanto mi sforzi. Una persona innamorata riesce a vedere ogni genere di cose.
TUULA – Innamorata? Adesso hai detto innamorata?
MILVA – Ma guarda. L'ho proprio detto.
TUULA – Sei proprio una sfacciata. Ma c'è in te anche qualcosa di ammirevole.
MILVA – La disperazione. Sì. È questo. Seppo è disperato, ma non cinico. Cerca di lottare per uscire dal fango e si aggrappa a tutto quello che può. E rompe tutto. E si domanda com'è stato possibile. Nei suoi occhi c'è... si vede che è ancora vivo. E chiede. E si perde di nuovo.
TUULA – Adesso non capisco niente di quel che dici. Però in qualche maniera... lo intuisco. È possibile?
MILVA – Cosa?
TUULA – Vedere una persona con gli occhi di un'altra? Di nuovo? sarebbe possibile?


SCENA XII

Bruxelles. Dalla città vengono strani suoni. Da qualche parte lo scampanio di una chiesa. Acqua che sgocciola. Risuona sulle pareti della camera di Seppo.
Seppo è seduto e guarda fuori della finestra. Alla porta Milva, col fiato grosso.


MILVA – Scusa il ritardo, ma...
SEPPO – ...è una mia cattiva abitudine. Ti ho citata.
MILVA – È che mi sono persa. Questa zona è terribile, è come un labirinto.
SEPPO – È stata edificata nel Medioevo.
MILVA – Ed è qui che vivi?
SEPPO – Qui.
MILVA – Non hai televisione né altro?
SEPPO – No. È qualcosa che in qualche modo non mi manca. Me ne sto qui e guardo fuori. E penso. Vieni a guardare. La vista.
MILVA – Una bella luce.
SEPPO – Ah sì? per questo hai ragione. Una bella luce. Grazie per averlo detto.
MILVA – Che c'è? Cos'hai adesso?
SEPPO – Grazie per aiutarmi a vedere le cose in questo modo.
MILVA – Così. Resta così. Quell'espressione. Resta fermo (cerca la macchina, lo fotografa)
SEPPO – Perché? Hei, questo non mi piace.
MILVA – Piace a me. Guarda verso quella luce. Guarda ancora. Cristo, adesso non fare quel sorriso bovino.
SEPPO – Non sono mica un modello. Perché mi fotografi?
MILVA – Così. Perché non sei affatto un modello. Non guardare di qua, guarda fuori. E mostrati stupito. Cos'è che ti stupisce?
SEPPO – La vita.
MILVA – Ah bene. Adesso guarda fuori ancora. Parla. Puoi parlare contemporaneamente. Dimenticati di me.
SEPPO – E come potrei dimenticarmi di te, quando mi stai accanto? Finalmente. Questo mi intimidisce. Divento timido, quando mi guardi.
MILVA – Cosa ti stupisce della vita?
SEPPO – Il fatto che... sai che ho calcolato, così, approssimativamente, che in questa casa hanno vissuto trenta o quaranta generazioni? Come minimo. In questa camera la gente è nata, ha fatto l'amore, è stata di cattivo umore, ha odiato, ha riso e pianto... è morta... per centinaia di anni. E si è stupita della vita. Centinaia di persone, forse migliaia. E adesso ci sto seduto io. E penso alla vita con stupore. Adesso sono io.
MILVA – Meraviglioso.
SEPPO – Meraviglioso? Forse lo è. Certo lo è. Meraviglioso. E triste. Adesso sono io. Un battito di ciglia. E sei già tu.
MILVA – Non è meraviglioso, che il nostro gioco qui possa acquistare nuove energie.
SEPPO – Ma, non so. Ho la sensazione che...
MILVA – Non farti venire dubbi, adesso. Chi sei tu?
SEPPO – Milva. Scusa, Milva.
MILVA – E ti credi uno con le palle. Però all'ultimo momento tiri sempre il culo indietro. Chi sei?
SEPPO – Io sono... adesso non mi viene.
MILVA – Siamo nel Quattrocento.
SEPPO – Ah ecco.
MILVA – Hai tutto il potere del mondo. Lo hai sempre avuto. Chi potresti essere?
SEPPO – Ecco, io sono... adesso non mi viene. Dillo tu, tu ci riesci sempre meglio.
MILVA – Sei un principe, no? Oppure un marchese?
SEPPO – Si deve proprio, questo?
MILVA – Sì. Chi sei?
SEPPO – Oh, allora un marchese. Se così ti piace.
MILVA – È a te che deve piacere. Non perdere l'occasione. Il mio aereo parte fra quattro ore e mezza.
SEPPO – Sono un marchese.
MILVA – Fai sul serio, adesso?
SEPPO – Sono serissimo. Mi sto concentrando. Sono marchese.
MILVA – Hai una spessa cappa di velluto e sei un uomo affascinante.
SEPPO – Ma certo.
MILVA – Adesso fai sul serio. Non sprecare il tempo che ancora ti resta.
SEPPO – Io non sprecherò il tempo che ancora mi resta. Grazie per avermelo detto.
MILVA – Sei un uomo affascinante, perché te lo dico io. E hai tutto il potere del mondo. Hai parecchie vite umane sulla coscienza, ma non pensarci adesso. Per strada la gente ti saluta con un inchino. Attorno hai tanti adulatori.
SEPPO – Certo, ce ne sono stati.
MILVA – Per strada si inchinano quando gli passi davanti frettoloso. Ma la gente si ritira nei vicoli, quando tu appari. Lo sai perché?
SEPPO – Certo che lo so.
MILVA – Perché?
SEPPO – Mi temono. La gente è così.
MILVA – La gente è così. Ti senti piuttosto solo... e stufo... che la gente sia così molliccia.
SEPPO – Sì lo so. Va riconosciuto.
MILVA – Io parlo adesso di questo marchese.
SEPPO – Bene, certo. E anch'io.
MILVA – È notte. La luce della notte. Suono di campane. Tu guardi la strada. Cosa c'è?
SEPPO – Straccioni. Vagabondi. Gente trista. Lebbrosi. Qualcuno è ubriaco... suona... com'è che si chiamava... il liuto. Sì, il liuto. Qualcuno fa tintinnare una campanella. Ci sono tante maschere. Maschere con lunghi nasi.
MILVA – Maschere con lunghi nasi? Non ti muovere da questa luce.
SEPPO – Sì. Come maschere antigas.
MILVA – Antigas? Non muoverti. Guarda fuori. E perché maschere antigas?
SEPPO – Non lo so. Cristo, non ci sarà mica la peste?
MILVA – La peste? Facciamo che ci sia. Qualcuno agita la campanella per avvertire della peste. Tu ti metti un fazzoletto sulla bocca. Premilo.
SEPPO – Non ho un fazzoletto.
MILVA – Sì che ce l'hai.
SEPPO – Ce l'ho. Eccolo..
MILVA – Premilo sulla bocca.
SEPPO – Lo tengo sulla bocca.
MILVA – Perché?
SEPPO – C'è un tanfo orribile.
MILVA – Perché?
SEPPO – Mi viene da vomitare. Dalla strada sale un fetore.
MILVA – Tua moglie ti viene dietro. Così. Voltati.
SEPPO – Tu non sei mia moglie.
MILVA – Io sono tua moglie. Qui. Adesso sono tua moglie perché la tua prima moglie è morta.
SEPPO – Perché?
MILVA – Morta di peste.
SEPPO – Non è stata colpa mia.
MILVA – Lo decidi da te.
SEPPO – Dov'è mio figlio?
MILVA – A Königsberg.
SEPPO – A Kaliningrad? Oggi è Kaliningrad.
MILVA – A Königsberg. Tu ce l'hai mandato per affari della camera di commercio. Per poterti scopare la sua morosa, che tu... ma stai giocando o no?
SEPPO – Che cosa. Che cosa adesso?
MILVA – Ma è un gioco questo?
SEPPO – In che senso? Sì, sì, va bene.
MILVA – La tua giovane mogliettina ti sta confortando, perché sei tanto sconsolato. Che bella parolina, vero? Sconsolato.
SEPPO – Certo. Questo non mi eccita per niente.
MILVA – Non ti preoccupare. Guardami. Dimentica tuo figlio. Non è qui, forse è già morto. Anche a Konigsberg c'è la peste. A Kaliningrad. A noi questo non importa.
SEPPO – Ma è chiaro che ci importa.
MILVA – Io non lo voglio. Bene. Torniamo indietro. Facciamo che il figlio non esiste.
SEPPO – Bene. Ma la moglie c'è?
MILVA – Tu hai una moglie. La precedente è morta.
SEPPO – E come?
MILVA – Serenamente. Tu le tenevi stretta la mano.
SEPPO – La mano?
MILVA – Sei tu a decidere. La mano.
SEPPO – Di che è morta?
MILVA – Di peste. Te l'ho pur detto.
SEPPO – Nessuno muore di peste serenamente. Non hai studiato la storia.
MILVA – La giovane moglie sta in piedi alle tue spalle. La luce del crepuscolo si spegne. C'è fretta.
SEPPO – Io non voglio morire.
MILVA – Non lo vuole nessuno. Sono qui.
SEPPO – Non voglio morire.
MILVA – Io sono qui.
SEPPO – Non voglio.
MILVA – Me? O morire?
SEPPO – Non lo so.
MILVA – Mi spoglio adesso? (fa foto a Seppo)
SEPPO – Non voglio. Io non voglio. Non spogliarti.
MILVA – Perché no?
SEPPO – Non voglio, perché...
MILVA – Perché non vuoi?
SEPPO – Mi fai foto?
MILVA – Non te ne curare. Perché no?
SEPPO – Se tu... se io...
MILVA – Cosa?
SEPPO – Perché mi fai foto?
MILVA – Se io... cosa stavi dicendo?
SEPPO – Se io avessi la peste. Stava dicendo questo marchese. O principe, o quel che era. Oh sant'iddio. Che ore si son fatte?
MILVA – La luce se n'è andata.
SEPPO – Ho prenotato un tavolo. È un ristorante macedone. Hanno un agnello che di sicuro non hai mai assaggiato prima. Poi ti accompagno all'aeroporto.
MILVA – Ah ecco.
SEPPO – I tuoi negoziati sono andati bene?
MILVA – Diciamo di sì.
SEPPO – Che ti hanno promesso?
MILVA – Soldi. Altro lavoro. Una copertina è quel non sono riuscita a strappare.
SEPPO – La prossima volta. Ma va bene anche così, no?
MILVA – Certo, sì.
SEPPO – Ma ti senti un po' delusa?
MILVA – No. In realtà no.
SEPPO – Questi giochi non mi eccitano più, se devo dirla francamente.
MILVA – Perché no?
SEPPO – Non lo so. Forse sto facendo l'abitudine a te.
MILVA – Annoiando?
SEPPO – Sì. Non so. No. Ma no.
MILVA – Ma sì. Se non ti eccito più.
SEPPO – Ma certo che mi ecciti, però...
MILVA – Però cosa, se...
SEPPO – In un altro modo.
MILVA – In che modo?
SEPPO – Io... non so come spiegarlo. Penso tanto a te. A questa situazione. E a te. Quando non ti vedo, mi dimentico come sei fatta. Mi dimentico il tuo viso. Se chiudo gli occhi, riesco a vedere Tuula. Che per esempio sta sbucciando patate e si volta verso di me e dice qualcosa, una cosa qualsiasi. Però la vedo. In mille situazioni. E la vedo in migliaia di espressioni. E anche Marko. Riesco a vederlo anche in età diverse. Mentre mi si arrampica sulle ginocchia, ridendo, e mentre gli faccio il solletico. E che piange dopo essersi sbucciate le ginocchia. E vedo mia madre. E poi vedo Sivas, persino Sivas. Mentre si scava le orecchie apparentemente senza dare nell'occhio. Mentre si concentra sulle carte, mentre cerca di schivare una domanda imbarazzante. O mentre si prova a ridacchiare sarcasticamente, quando... e così via. Ma te non ti vedo. Tu ti dissolvi nel contorno e... io non ti conosco. Mi scordo la sensazione della tua pelle. A volte, in sogno, mi sovviene di te, ma ... la mattina il risveglio è terribile. Ho male alle gambe... alle braccia e... prova a immaginare. Ogni qual volta che ti vedo dal vero mi sembri più grande di quanto non ricordassi e...
MILVA – Per dio. Ma non capisci proprio?
SEPPO – Cosa?
MILVA – ... che ci stiamo muovendo in acque molto pericolose.


SCENA XIII

TOINI è sulla sedia a rotelle. TUULA le fa vedere delle foto.

TUULA – Conosci quest'uomo?
TOINI –Certo che lo conosco. È il nostro Seppo.
TUULA – Sì?
TOINI – Ha tutta l'aria di essere Seppo. Per me.
TUULA – Ne sei certa?
TOINI – Niente pressioni su di me. Lo ha proibito il primario, in persona.
TUULA – Guarda quell'espressione.
TOINI – Sì.
TUULA – La conosci? Conosci quest'espressione?
TOINI – Certo. Era un bambino che imparava svelto.
TUULA – Ah sì?
TOINI – Sicuro. Dotato, e ubbidiente.
TUULA – Era proprio così?
TOINI – E questa cos'è?
TUULA – Lascia stare. Ridammela.
TOINI – Cosa fa qui... come una smorfia.
TUULA – Nonna, ridammela.
TOINI – Si era fatto male?
TUULA – No. Dammela qui. Non lo capisci?
TOINI – No.
TUULA – Sta facendo l'amore.
TOINI – Ah ecco.
TUULA – Con un'altra donna.
TOINI – Ecco.
TUULA – Mi sta tradendo.
TOINI – Ecco.
TUULA – Anche di questo abbiamo delle foto.
TOINI – Ecco.
TUULA – Le ha fatte questa donna. E io, pensa un po', sono arrivata a chiedergliele.
TOINI – Ecco.
TUULA – Dillo ancora.
TOINI – Lo dico, certo. Ma cosa?
TUULA – Com'era lui. Perché io non lo conosco più.
TOINI – Ma chi?
TUULA – Seppo. Non lo conosco più da tanto tempo.
TOINI – Ecco.
TUULA – Dillo. Dillo adesso. Che razza di bambino era? Com'era Seppo?
TOINI – Era timido. Uno facile da manovrare.
TUULA – Quanto ti odio.
TOINI – Ecco.
TUULA – Scusa se te lo dico. Ma te lo dico in ogni modo. Che io ti odio.


SCENA XIV

MARKO e MILVA sono su una barca a vela. È autunno. Si sta levando il vento.


MARKO – Vira adesso, vai!
MILVA – L'ho fatto in ritardo.
MARKO – L'hai fatto in ritardo.
MILVA – Sorry.
MARKO – Non fa niente. La spinta è un po' calata.
MILVA – La spinta è calata. E allora?
MARKO – E allora niente. Ho solo calcolato che ci tocca bordeggiare fino a Kalvskäret. Previsione sulle due ore e mezza. E poi quattro in mare aperto fino a Svarthamn, in Svezia.
MILVA – Non mi piace.
MARKO – Sempre che ogni volta che c'è una virata praticamente non si fermi.
MILVA – Per niente. Non mi piace affatto.
MARKO – È lo stesso. Pronta a virare.
MILVA – Di nuovo? Ma che senso ha?
MARKO – Non abbiamo per niente spinta. Dietro quel segnale a est c'è uno scoglio. A pelo d'acqua..
MILVA – Ma non ci siamo nemmeno vicini.
MARKO – Mettiamo in chiaro una cosa, se ancora non lo è. Su una barca c'è un solo capitano.
MILVA – E saresti tu?
MARKO – Il capitano di questo equipaggio sono io. Certo. Vira. Vira!
MILVA – Sorry. Ho ritardato.
MARKO – La spinta s'è esaurita. Cazzo. Ma adesso ci tocca bordeggiare di più. Lo vedi quello a ovest?
MILVA – No.
MARKO – Tu hai il binocolo. Ce l'hai tu il binocolo, cristo!
MILVA – Ma non lo vedo. Non lo vedo!
MARKO – Dà qua! Eccolo dov'è, davanti a te.
MILVA – Ho la nausea.
MARKO – Oh sant'iddio.
MILVA – Perché sei incazzato? Torniamo indietro.
MARKO – Non si torna.
MILVA – Perché no? perché no?
MARKO – Perché il punto di partenza A è alla stessa distanza del punto d'arrivo B.
MILVA – È stata un'idea stupida.
MARKO – Sì.
MILVA – È stata un'idea mia.
MARKO – Appunto. Almeno il fatto di prendere l'"Ulisse" senza permesso.
MILVA – L'abbiamo rubato. Proprio furbi.
MARKO – Preso in prestito.
MILVA – Seppo si incazza, se l'ammacchiamo.
MARKO – Si incazza, certo. Ma noi non l'ammacchiamo, se tu ti prendi la briga di concentrarti. Vira. Preparati a virare.
MILVA – Ancora? Ma questo segnale ovest non è nemmeno in vista.
MARKO – Là dietro c'è una secca. Vira. Vira, per dio!
MILVA – Sorry. In ritardo. Non sono mica Penelope.
MARKO – Sicuro. Penelope non è mai stata su una barca. Su una nave. Serra la randa, un po'.
MILVA – E tu non sei Ulisse.
MARKO – Questo tu non puoi saperlo.
MILVA – Adesso ti sei messo dentro scarpe troppo grandi.
MARKO – Questo non sei tu a deciderlo.
MILVA – In quelle di Seppo.
MARKO – Smettila. Serra un po'. Cristo se tira. E tiri pure. Non ricorrerò all'inalatore. Battono le creste? Un po'. Si fanno più alte. E che crescano pure.
MILVA – Qui si inclina troppo, per dio. Non mi piace.
MARKO – E allora?
MILVA – Torniamo indietro se io confesso?
MARKO – Più stretta! La randa più stretta! Stiamo bordeggiando, se lo capisci!
MILVA – Torniamo indietro? Se io confesso?
MARKO – Confessi? Che cosa?
MILVA – Che la mia missione è andata a puttane.
MARKO – Ma come?
MILVA – Sì, a puttane.
MARKO – Seppo ha riavuto in qualche modo la sua vita. È quello che conta.
MILVA – Forse.
MARKO – Serra la randa! Stiamo bordeggiando, no? Non ce la fai adesso?
MILVA – Però.
MARKO – Però cosa? Serra, serra t'ho detto.
MILVA – Però che serve se non ce la faccio?
MARKO – Che cosa?
MILVA – Se non ce la faccio?
MARKO – A far cosa?
MILVA – Con questo! Questo qui! Questo progetto!
MARKO – Allenta la vela di trinchetto, allentala, metto su quanto prima la piccola. La tormentina.
MILVA – Io non ce la faccio.
MARKO – Cambio della vela dopo quel segnale.
MILVA – E poi si torna?
MARKO – Cosa!
MILVA – Indietro! Torniamo indietro adesso? Io ho confessato. Eravamo d'accordo, che se confessavo si tornava indiero.
MARKO – Eri tu d'accordo.
MILVA – Marko, ti chiedo una cosa. Ma tu mi ami?
MARKO – Vira. Preparati a virare.
MILVA – L'ho fatto tardi. Se mi ami, allora torniamo indietro. Allora, non torniamo?
MARKO – Guarda quel segnale rosso. È quello grande. Da lì imbocchiamo la rotta per le navi. È un segnale luminoso fino alla fine. Quando abbiamo superato quel punto, ci facciamo un sorso di quello buono. E ci diamo una calmata, e qualche pacca sulla spalla. Puoi dare un'occhiata allo scandaglio?
MILVA – Undici e qualcosa. Dunque non mi ami?
MARKO – Per il fatto che non accetto di tornare indietro? Lo deduci da questo?
MILVA – No. Non per questo.
MARKO – E allora perché?
MILVA – Perché... perché tu non cerchi il mio contorno.
MARKO – Il tuo contorno? Non ti capisco.
MILVA – No, eh?
MARKO – Cerca di spiegarti. Che contorno?
MILVA – I limiti. I punti dove mi potrei infrangere.
MARKO – Ma proprio qui li stiamo infrangendo, i limiti. E insieme, per giunta.
MILVA – Non è questo che voglio dire. Io ho voglia di andare a pezzi. Ma mi capisci?
MARKO – Io non voglio vederti così. Non ti voglio infrangere.
MILVA – Invece io sì. Voglio andare a pezzi. Devo. Non voglio restare come sono.
MARKO – Sbaglio, o adesso il vento sta calando?
MILVA – Io non posso restare come sono.
MARKO – Forse. Certo. Allora, torniamo indietro?
MILVA – Perché?
MARKO – Ho perso il gusto. E poi becchiamo il vento a favore. O accendiamo il motore?
MILVA – Per me è lo stesso.
MARKO – Allora accendo il motore. Ci mettiamo piano piano a favore di vento. Allentale tutte e due un po'.
MILVA – E dunque si torna indietro?
MARKO – Esatto. Non mi fare tanto stupido da non capire di cosa stai parlando.
MILVA – Lo capisci?
MARKO – Seppo ha infranto i tuoi limiti. Ed io non posso farlo.
MILVA – Seppo non ha infranto i miei limiti. Sono io che ho cercato di rompere i suoi.
MARKO – Risparmiami altri dettagli.
MILVA – Sei tu che me l'hai proposto.
MARKO – Io ti ho suggerito di parlare con lui. Di rianimarlo. Ma non intendevo che tu... per dio!
MILVA – Perché allora dovevo rianimarlo?
MARKO – Perché stava diventando un vecchio acido. Senza voglia di vivere.
MILVA – Bene, adesso ce l'ha.
MARKO – Ah ecco.
MILVA – Ce l'ha, o no?
MARKO – Non lo so. E non me ne importa. Sei tu che lo incontri.
MILVA – Ma a me nessuno se la sente di rianimarmi.
MARKO – Se tu mi vai bene come sei... nonostante tutto quel che è successo, di cosa poi dovresti lamentarti?
MILVA – Nessuno ci prova nemmeno a ridisegnarmi.


SCENA XV

SEPPO e TOINI stanno addobbando l'albero di Natale.

TOINI – Se guardi in questa pallina, la faccia ti si storce.
SEPPO – Ah certo.
TOINI – Ma io sembro come?
SEPPO – Come sei, sembri.
TOINI – Ma come?
SEPPO – Come te. Normale. Coi capelli in ordine. È stata Tuula a pettinarti?
TOINI – Certo. Ma oggi è così che sembro?
SEPPO – Così come?
TOINI – Naso e guance prominenti, e il mento ritirato quasi dentro il collo.
SEPPO – Ma no. È solo l'immagine che si vede sulla pallina. Non hai niente di prominente, né le guance né il resto.
TOINI – Lei è mandato dalla Enso-Gutzeit? O dai pompieri?
SEPPO – No. Io sono Seppo.
TOINI – Ah, sei Seppo? Sei tu quel ragazzo che si gurdava nella pallina di Natale e piangeva perché la faccia gli diventava irriconoscibile?
SEPPO – Sono io quel ragazzo.
TOINI – Ma guarda. Come è cresciuto.
SEPPO – Ma io non piangevo. Io ridevo.
TOINI – Mio marito aveva attaccato un pacchetto di sigarette all'albero di Natale. L'aveva appeso con un filo.
SEPPO – Sì, me lo ricordo.
TOINI – Era un tipo giocherellone.
SEPPO – Sì? Tu allora piangevi.
TOINI – Come può dire lei una cosa simile, quando non conosceva nemmeno la persona!
SEPPO – Certo che lo conoscevo.
TOINI – Ma pensa.
SEPPO – Quello era mio padre.
TOINI – Adesso è morto.
SEPPO – Sì, morto. È morto a cinquant'anni.
TOINI – Uno molto giocherellone. Il mio defunto marito.
SEPPO – Buono a bere.
TOINI – Certo.
SEPPO – E a menare. Te.
TOINI – Io queste cose non me le ricordo.
SEPPO – Io invece sì.
TOINI – È già arrivato mio nipote?
SEPPO – Stanno per arrivare.
TUULA – (Arriva con un vassoio) La nonna vuole del vin brulé?
SEPPO – Almeno non darglielo troppo forte.
TUULA – Ecco la tazza della nonna.
TOINI – Io posso bere quello forte.
TUULA – Davvero? Niente paura, allora.
TOINI – Certo che posso. E poi mi imbestio.
SEPPO – Ti imbesti? E che vuol dire?
TOINI – Faccio casino. E meno. Io so menare di brutto.
TUULA – Oh oh! Che paura. Buon Natale, Seppo.
SEPPO – Buon Natale, Tuula. E alla nonna.
TUULA – Buon Natale nonna.
TOINI – È vivo quello che dicevano che... era una bestia. Una coppia.
SEPPO – Chi è che è vivo?
TOINI – Mio nipote, questo dottore.
TUULA – È di Marko che parli?
TOINI – Cane! No, non era un cane, né una volpe. Un lupo!
SEPPO – Ma che vai dicendo adesso?
TOINI – Vivono come lupi. Una coppia di bruti.
TUULA – Coppia di bruti? Coppia di conviventi, vorrà dire la nonna. Ma no. Non te lo ricordi, nonna, quando sei stata al matrimonio? A ottobre. Pioveva come dio la mandava. E tu eri seduta in chiesa accanto a me.
TOINI – Ricordo.
SEPPO – Sicuro?
TOINI – Ricordo.
SEPPO – E com'era la torta? L'hai assaggiata, no?
TUULA – Non la tormentare, adesso. È Natale.
SEPPO – Come era?
TOINI – Così. Come tutte le torte. Non sapeva di niente.

Si apre la porta. Arrivano Marko e Milva.


MARKO – Buon Natale! Ci sono bambini bravi in questa casa?
TOINI – Seppo mi sta tormentando. E non la smette, anche se glielo chiedono.
MILVA – Tormentando la nonna?
TOINI – No, tutti quanti. Anche gli altri ragazzi. E non la smette.
SEPPO – Adesso ho smesso.
TOINI – E non ha pietà, per quanto uno lo implori.
MARKO – Pietà di chi?
TOINI – Di nessuno. Di me. Seppo non lo sopporto più.
TUULA – Vi prendo del vin brulé. Sedetevi. L'ho appena scaldato.
MARKO – Posso prenderlo io. (Va in cucina)
MILVA – Che bell'albero. I regali li mettiamo qua sotto?
TUULA – I regali e tutto il resto... ma perché poi? La tavola è apparecchiata, ma le patate... ah ecco. Marko! Marko! Puoi accendere la piastra, per favore? C'è il salmone. E le uova nel congelatore... Le hanno tirate fuori i ragazzi. Dai coregoni, in autunno. Avevano preso coregoni con le reti, proprio davanti al cottage... quanti poi erano, eh, Seppo?
SEPPO – Non ricordo. Cinque.
TUULA – O era in primavera? E aringhe. Da Bruxelles. Marinate alla loro maniera... Hai affettato la cipolla? Ti sei ricordato di farlo?
SEPPO – Sì.
TUULA – Allora, con calma. Mentre bollono le patate... cos'è che adesso dovevo...
MILVA – Che profumo, quell'abete. Sa di bosco.
TOINI – Se si va al bosco... allora... cioè, allora...
SEPPO – Allora cosa?
TUULA – ... niente. Stivali ai piedi e marsh! E non si rimanga sulla soglia a fare i cialtroni. Cazzo se mi irrita.
MILVA – Irrita cosa?
TOINI – I bambini li avete lasciati a casa?
MILVA – Non abbiamo bambini. Per ora.
TOINI – A me non piacciono.
MILVA – Ah ecco.
TOINI – Prevaricano.
TUULA – (a MILVA) La nonna è molto carica.
MILVA – Sì. È commovente.
TUULA – Finalmente le succede qualcosa. Anche a lei.
MILVA – Sì.
TUULA – Teme che i bambini le portino via i regali. E le caramelle.
MILVA – Ah.
MARKO – (Viene coi bicchieri) Ecco qua. Auguri, Buon Natale a tutti.
TOINI – Quando si aprono i regali?
SEPPO – Ma tu hai fatto la brava con tutti?
TUULA – Seppo!
TOINI – Certo. Io ho fatto tutto quello che potevo.
SEPPO – Solo io non l'ho fatto.
TUULA – Non la tormentare.
SEPPO – Non ho fatto il bravo con tutti. A dire il vero, quasi con nessuno.
TUULA – Nemmeno con te stesso.
SEPPO – È così. Volevo aggiungere solo questo.
TUULA – E nemmeno con noi altri.
SEPPO – E allora "Skål!"
TUULA – "Skål!", alla svedese. Insomma... per quanto sia stato un anno difficile... certo... forse il peggio è passato... sicché...
TOINI – Ma no! Niente regali a chi non sa nemmeno a Babbo Natale...
MARKO – ...raccontare frottole.
TOINI – Sì. No, che...
TUULA – Nonna, non te la prendere. I ragazzi stanno scherzando. Accendiamo le stelline di Natale?
SEPPO – Sì. È proprio quello che volevo... più o meno...
TUULA – È Natale.
SEPPO – E la gente ha buona volontà. Magari fosse vero.
TUULA – Vi sarebbe sgradito se adesso cantassimo qualcosa?
MILVA – Può darsi.
TUULA – E allora. Terviseks, alla maniera estone. Succederà mai che passiamo un Natale senza litigare?
MARKO – Come inizio è abbastanza provocatorio.
TUULA – Ah ecco. Gli altri vogliono zittirmi. Tutti. Va bene, sarò muta come una tomba.
MARKO – Ma hai bevuto?
TUULA – OK. Una volta all'anno che mi sforzo di essere di buon umore e dimenticare...
TOINI – Tu hai quella malattia, vero?
TUULA – Cosa?
TOINI – Quella.
TUULA – Macché. Non ho Alzheimer né niente di simile. Non ho nessun problema. Devo solo evitare di darmi troppo da fare. È proprio assurdo... cos'è che mi passa per la testa? Quando mi immagino che la gente non si diverta se non sono io a divertirla. Ho una sorta di complesso anfitrionesco esasperato, anche quando sono io ad essere invitata. L'ho sempre avuto. Sin da piccola.
TOINI – Ma è amara... quest'arancia qua. Di sapore.
TUULA – Adesso sta mangiando il mandarino con la buccia. Seppo, levaglielo di mano.
SEPPO – Mamma, dai, dammelo, te lo sbuccio io. Così è più buono.
TOINI – Non sono mica così imbranata. Come credete voi.
SEPPO –Ma nessuno pensa niente del genere. Di te. Tu sei una proprio forte.
TOINI – Vuoi vedere i miei muscoli?
SEPPO – Lasciameli sentire. Oh oh! Come Braccio di Ferro. Devi mangiare tanti di quegli spinaci. Di nascosto.
TOINI – Io non ne ho mai presi dalla tasca altrui.
SEPPO – No di certo. Lo so bene. Vorrei poter dire lo stesso di me.
TUULA – Seppo, lo sciroppo va bene sui dolci di Natale. Ma non si addice a te.
MILVA – Lascia perdere, Tuula.
MARKO – Tu non ti immischiare. Ne prendiamo ancora? Domanda adesso alla maniera estone, o quel cazzo che era.
TUULA – Adesso ti metti anche tu a correggermi? Ecco qua. Una bella festa di famiglia.
MILVA – Proprio così. Io potrei anche andarmene.
MARKO – Normalmente s'è già arrivati al dolce, o almeno al prosciutto, prima dell' annuncio del primo abbandono.
TUULA – Milva scusami, dico davvero. Non sono me stessa, in questo momento. O meglio, ad essere precisi lo sono. Il che è abbastanza deprimente.
SEPPO – Dai, adesso non ti buttare giù. A questo punto. E davanti a tutti. Anch'io mi sono cercato casini tutto l'anno. Annus horribilis. Anch'io qui dovrei implorare perdono.
TUULA – E dai, imploralo. Proprio questo vorrei sentire. Il nostro Seppo che implora perdono. Ma ho forse cera nelle orecchie? Io non sento nulla.
MILVA – Dio mio!
SEPPO – Vero. Non ci riesco.
MARKO – Alla fin fine, secondo me, sarebbe meno deprimente l'idea di cantare qualcosa.
SEPPO – Certo. E in questa situazione non posso... né ho il diritto... di pretendere che qualcuno mi ascolti... o mi prenda sul serio. Dal momento che nemmeno io dò ascolto... eccetto forse... e che non prendo niente sul serio... non ce l'ho fatta... nemmeno me stesso, la vita mia... per non dire quella degli altri. E quando c'è questa svolta, ecco... che voi nemmeno sapete... ma Marko lo sa. E non avete bisogno di saperlo... e non dovreste...
MARKO – Ma di cosa stai parlando?
SEPPO – Ecco. Di una conversazione... un anno fa. Allora pensavo... m'ero amareggiato... e mi venne da pensare che non avevo ricevuto la mia parte. Nella vita. Folle, ma vero. E che volevo accaparrarmi tutto quel che potevo, prima che... e l'ho fatto. È andata così. E adesso è... come se una petroliera fosse affondata. Tutt'attorno solo nero. Nero tutt'attorno, un lerciume. Ed io come un gabbiano... o che cazzo un gabbiano... come una cornacchia, che non ce la fa più ad andare né avanti né indietro.
TOINI – Questa sedia.
SEPPO – Se da qualche parte baluginava un filo di luce, allora lì, lì cercavo di andare. Cazzo, come fossi nato senza occhi. Una pelle sottile qui, così... sugli occhi... qui.
TOINI – Questa sedia, dicevo, è ben strana.
SEPPO – E non vedo niente... vado cozzando... e spingo gli altri... e me stesso, chiaro...
TOINI – Come abbandonati sotto la pioggia. A sgrondare.
TUULA – Per dio. Se l'è fatta addosso.
TOINI – Ho cercato di non interrompere. Così mi hanno detto.
SEPPO – La porto io. La lavo.
TUULA – Ma tu non sai farlo. Non l'hai mai cambiata. Vieni, Marko, solleviamola... non ce la faccio da sola.

TUULA, MARKO e TOINI escono.


SEPPO – Scusa... per questo... Natale e il resto... ho incasinato tutto.
MILVA – Sì.
SEPPO – Piangi?
MILVA – Io? Sei tu che piangi.
SEPPO – Io? Io no. Non ci sono mai riuscito.
MILVA – Fa lo stesso.
SEPPO – Tu sei incazzata con me? Naturalmente. Hai ottime ragioni.
MILVA – No, non sono incazzata. Sono furiosa.
SEPPO – Per cosa?
MILVA – Per cosa. Per questo, che ci ho provato e riprovato... ho fatto del mio meglio... e adesso tu... e davanti a tutti.
SEPPO – Cosa? Di che stai parlando?
MILVA – Ne fai parte a tutti.
SEPPO – Cosa? Di che parli?
MILVA – Del desiderio. Del tuo autentico desiderio. Che io ho stanato come un segugio. Per un anno intero.


SCENA XVI

Notte di Capodanno. Sotto il cielo stellato. MARKO e SEPPO tirano su le reti da un buco nel ghiaccio.

MARKO – Tira, tira! Tira, tira, tira!
SEPPO – S'è forse ingarbugliata, di là?
MARKO – Ma no.
SEPPO – Da qualche parte si dev'essere impigliata!
MARKO – Non s'è impigliata. Sei tu che non tiri come si deve!
SEPPO – Viene su adesso?
MARKO – Va bene! Tira adesso. Ce la fai?
SEPPO – Sí, sì. Tira su, con calma.
MARKO – Ti vengono meno le forze?
SEPPO – Penso di no. Anzi non lo so. È una notte stellata.
MARKO – Ti sei ricordato di chiudere il tiraggio della sauna quando siamo usciti?
SEPPO – Sì. Certo che sì. Quella è detta Chioma di Berenice.
MARKO – Piuttosto ingarbugliata.
SEPPO – Cosa?
MARKO – ... la chioma di Berenice.
SEPPO – È sfavillante.
MARKO – Dovrei cominciare a preoccuparmi di te?
SEPPO – Di me? E perché?
MARKO – Perché ti sei messo a contemplare le stelle. E a usare espressioni come "sfavillante". Che ti è successo?
SEPPO – Non lo so. Qualcosa mi sarà successo.
MARKO – Certo.
SEPPO – Certo, certo certo. Questa storia... con Milva...
MARKO – Lascia perdere.
SEPPO – ...adesso è finita, così che... mai più?
MARKO – Cosa?
SEPPO – Ne parliamo.
MARKO – No. O come ti pare.
SEPPO – Di questo non ti potrò mai indennizzare.
MARKO – No.
SEPPO – Certo. Che pazzo sono stato.
MARKO – E adesso? Sei rinsavito?
SEPPO – Uhm. Non lo so. Guarda, una stella cadente. La notte di capodanno.
MARKO – Sei riuscito ad esprimere un desiderio?
SEPPO – No. Non ho nulla da desiderare. A proposito, dev'è Milva?
MARKO – A fare un servizio. A Tornio. In qualche festival di revivalisti.
SEPPO – E tra voi... va bene adesso, o... è troppo sfacciato che te lo chieda?
MARKO – Probabilmente. Nella tua situazione.
SEPPO – Certo.
MARKO – Va bene. La puoi legare da qualche parte?
SEPPO – Sì. Posso fissarla a questo tronco. A questo, così.
MARKO – Vuoi un goccio? Per scaldarti.
SEPPO – Va bene. Guarda. È così scura. È al catrame?
MARKO – No, cognac tagliato.
SEPPO – Quanto di meglio.
MARKO – Allora, che cosa ti è successo?
SEPPO – Ho dato le dimissioni.
MARKO – Da quel posto a Bruxelles? L'ho sentito. Ma perché?
SEPPO – Ho pensato che... mi son fatto questa domanda, che... che ci sto a fare lì. Non ero insostituibile.
MARKO – E dove lo eri?
SEPPO – Come?
MARKO – Insostituibile.
SEPPO – Da nessuna parte. Nella mia vita, forse. Forse lì ancora meno.
MARKO – Ah. Non mi si è chiarito granché.
SEPPO – No. No di certo. Nemmeno a me. Ma la nonna a primavera mi ha detto una brutta cosa.
MARKO – Cioè?
SEPPO – M'ha chiesto se l'uomo ha un'anima.
MARKO – E allora?
SEPPO – E ce l'ha?
MARKO – Ma a me lo vai chiedendo?
SEPPO – Per esempio.
MARKO – Per quanto ne so, no.
SEPPO – E dunque suppongo che non c'è.
MARKO – Suppongo che bisognerebbe prima stabilire che cosa sia l'anima.
SEPPO – Eh sì, andrebbe fatto.
MARKO – Certo io come medico... e anche come essere umano... parto dal principi che la vita spirituale dipende dalla capacità cerebrale.
SEPPO – Dev'essere così. Certo.
MARKO – Se avvengono mutamenti nella corteccia, anche piccoli, allora le funzioni mentali vengono alterate. La nonna ne è un buon esempio.
SEPPO – Certo. è così.
MARKO – La nonna vive uno stato di regressione. Gli impulsi prima immagazzinati ritornano impetuosamente a farsi sentire quando quelli nuovi non raggiungono più il sistema neurologico. Parlo adesso in maniera semplificata.
SEPPO – Non sta tanto bene, adesso. La nonna. Anche fisicamente.
MARKO – Stimolando in maniera meccanica il sistema neurologico dell'uomo... parlo sempre banalizzando molto... si può provocare ogni genere di sensazioni... fisiche, certo... come, per esempio, un orgasmo... ma anche spirituali.
SEPPO – Sì. Ho letto qualcosa.
MARKO – Allucinazioni. Come visioni mistiche, che possono essere fenomeni luminosi scatenati dall'emicrania.
SEPPO – Certo.
MARKO – La sensazione di innamoramento.
SEPPO – Certo. Sì.
MARKO – L'essere umano è pura chimica, per una percentuale deprimente. E fisica. O dipendente dalle leggi della chimica e della fisica.
SEPPO – Vero.
MARKO – Scusami adesso se ti sto propinando una conferenza.
SEPPO – Ah, non fa niente. Anche tu devi consolarti con qualcosa.
MARKO – Cosa?
SEPPO – Dell'innamoramento e delle altre allucinazioni non dico niente. Non sento pudore. Però voglio dire che la nonna è un essere umano come te o me.
MARKO – Certo. Chiaro che lo è. Non sto affermando che sia meno umana di te. O di me. Solo che né tu né io lo siamo di più. Siamo tutti alla mercé delle stesse leggi fisiologiche.
SEPPO – Alla mercé?
MARKO – Sicuro. E l'anima finisce quando si verifica un errore nel sistema neurologico.
SEPPO – Finisce?
MARKO – Potresti sostenere che la nonna ha ancora un'anima?
SEPPO – No.
MARKO – E dunque, che non ce l'ha? Secondo te.
SEPPO – Non credo che dipenda dalla mia opinione.
MARKO – No. No di certo.
SEPPO – Perché sei incazzato?
MARKO – Non sono incazzato.
SEPPO – Hai un diavolo per capello? O quale impulso meccanico ti irrita la corteccia fino a condurti a questo stato?
MARKO – Guarda. Il vecchio cinico s'è ridestato. Io non mi trovo in nessuno stato.
SEPPO – Perdonami.
MARKO – Chiedi perdono a me?
SEPPO – A quanto pare.
MARKO – Me lo stai chiedendo?
SEPPO – Sì. Dato che non so fare altro. E non so niente di niente.
MARKO – Non sarai mica passato alla fede?
SEPPO – No. Dio mio no.
MARKO – Non sarai mica arrivato a credere che nell'essere umano ci sia qualcosa tipo l'anima?
SEPPO – No. Non so. E se anche ci fosse, nel mio caso non andrebbe a finir bene.
MARKO – Sono sorpreso. Davvero sorpreso.
SEPPO – Anch'io.
MARKO – Ma che diavolo t'è successo?
SEPPO – Non lo so. Ma quando mi hai dato quella notizia... più di un anno fa... allora mi ha scioccato. Più di quanto tu potessi immaginare. O più di quanto io potessi immaginare.
MARKO – Ma che notizia?
SEPPO – Quella lì. E io... non so spiegarlo. Ho pensato, che io mi ficco... ancora un lapsus... che io mi prendo allora tutta la vita in un'unica dose. Come un dado da brodo... concentrato... Che non mi lamento di nulla. Di nient'altro che dei miei desideri. Tu dici di certi impulsi. Che vivo tanto quanto nessuno crederebbe. E ho rischiato tanto.
MARKO – Ah, non capisco.
SEPPO – Nemmeno io. Ho vissuto e ho fatto porcate. Come ho sempre desiderato. Vivi e goditela. Ma ho fatto il porco anche di più. E c'era anche dell'altro... però... quello adesso no, perché riguarda... lo capisci. E poi m'è venuta quella domanda. Quella della nonna. Qual è il senso della vita e tutto il resto. Ma c'era dell'altro... di cui non più, ma...
MARKO – Ma a che notizia ti riferisci?
SEPPO – Quella della tua prognosi. O meglio, non prognosi: diagnosi.
MARKO – Aspetta un momento.
SEPPO – Quella. Quella che io avevo.
MARKO – Avevi cosa?
SEPPO – Ma quella. La malattia dei froci. E delle scimmie. E dei drogati.
MARKO – Un momento. Momento momento, un momento adesso.
SEPPO – Be'? Non te lo ricordi adesso? L'hai visto sulle carte. Gli esami del sangue.
MARKO – Per dio. Non posso crederci. Non posso crederci.
SEPPO – Che cosa? Cosa c'è?
MARKO – Non ti sarai mica... adesso francamente, non ti sarai mica convinto di avere l'HIV?
SEPPO – L'Aids, sicuro.
MARKO – Tutto questo tempo?
SEPPO – Sei tu che hai guardato gli esami. E me l'hai detto.
MARKO – L'ho detto io? Ma quando mai!
SEPPO – Tu l'hai detto. E hai guardato tu gli esami.
MARKO – Adesso io non... adesso no. Seppo, sentimi adesso. Seppo, tu ti sei scopato la mamma... e Milva... ed eri convinto che... è così?
SEPPO – Certo. Come no. Ma adesso non ne parliamo. E adesso vorresti dire che quel virus non ce l'ho?
MARKO – Ti sei scopato quelle due senza curarti... mentre eri convinto di avere una malattia micidiale?
SEPPO – Sì. Certo. Io sono fatto così. In fondo in fondo.
MARKO – Devo ammazzarti, adesso?
SEPPO – No. Punto A: tu non avrai il coraggio di attaccarmi. Punto B: tu sei un essere razionale, e sai bene che ne pagheresti le conseguenze. Finiresti in galera. Io morirei in un modo o nell'altro. Tu con me non ce la fai. Non darti pena di minacciarmi.
MARKO – Dunque tu hai pensato tutto questo tempo di dover morire?
SEPPO – Sapevo che stavo per morire. E morirò in ogni modo, che io abbia o no quella malattia delle scimmie. Ma tu, perché mi hai mentito?
MARKO – Io non ti ho mentito.
SEPPO – Allora ce l'ho? nel sangue?
MARKO – No. Nel tuo sangue non c'è altro che una quantità incredibile... di perversione. Ho detto perversione?
SEPPO – Ma me l'hai detto tu. L'avevi visto sulle carte. Nel sangue.
MARKO – Non l'ho detto. Sei tu che hai capito male. Ho parlato in modo equivoco, l'ammetto. Ma l'ho fatto a proposito. Volevo costringerti a riflettere a come sarebbe se la tua vita fosse in pericolo. Una questione teorica, semplicemente. Come hai potuto immaginare che io non ti volessi curare, sapendoti vittima di un morbo mortale?
SEPPO – Curare? Tu mi cureresti?
MARKO – Curare, certo.
SEPPO – E perché?
MARKO – Perchè... perché sì. Perché sono medico. Per esempio.
SEPPO – Un essere come me?
MARKO – Certo. Uno come te. Anche te.
SEPPO – Ma io... io non capisco. Questo è al di là della mia comprensione.
MARKO – Torniamo dentro. Ho freddo.
SEPPO – Lo sai perché hai freddo?
MARKO – Lo so. Ma non te lo dico.


SCENA XVII

Primi giorni d'estate. Una tomba. Tanti fiori. TUULA legge i bigliettini e i messaggi attaccati alle corone funebri. Seppo arriva in abito scuro e con la sua borsa, spingendo una carriola.

TUULA – Vulcanix Ltd. Che roba è questa?
SEPPO – Ah, è un losco imprenditore. È una ditta per il trasporto del metano.
TUULA – Che c'entra la nonna con questa gente?
SEPPO – Niente di niente. L'hanno fatto per adularmi. Sono venuti addirittura in chiesa.
TUULA – Per onorare la memoria della nonna... Ah. Milva.
SEPPO – Ah sì?
TUULA – Bel gesto. Ma anche un po' arrogante. Per i miei gusti.
SEPPO – Certo.
TUULA – ... quando il cuore umano ammutolisce, si spalanca la porta della tristezza... Jaakko Immonen e famiglia. La conosci questa famiglia?
SEPPO – Sì. La famiglia no, ma conosco questo Jaakko Immonen. Un altro bel tomo. Un piccolo imprenditore, nel vero senso della parola. Ha tre auto. Con gente simile si perde un sacco di tempo, dammi retta.

SEPPO si mette a buttare corone e mazzi di fiori sulla carriola.

TUULA – Ehi, un momento, sistemali per bene.
SEPPO – E per quale motivo? Vanno tutti al macero.
TUULA – Al macero? Ma figurati. Io me li porto a casa.
SEPPO – A casa? I fiori della mamma?
TUULA – Certo. Voglio potermeli guardare e ricordarmi della nonna.
SEPPO – E come pensi di portarli?
TUULA – Col taxi. Perché, non possiamo portarli con noi?
SEPPO – Ma io vado all'aeroporto.
TUULA – Oggi?
SEPPO – Il mio aereo parte tra meno di due ore. E devo passare prima dall'ospizio.
TUULA – L'ospizio? La nonna ci ha lasciato qualcosa?
SEPPO – Ah, è vero. È solo che ci sono tanto abituato...
TUULA – A passare a trovare tua madre?
SEPPO – Sì.
TUULA – Ma ora non c'è più nessuna nonna lì.
SEPPO – Certo. Da nessuna parte. Mi fa specie pensarci.
TUULA – Da nessuna parte?
SEPPO – No. Certo che no. Una volta scomparse le funzioni cerebrali, non resta più niente.
TUULA – Devi proprio partire oggi?
SEPPO – Sì. Ho già perso anche troppo tempo con questo.
TUULA – Hai perso troppo tempo con la morte di tua madre?
SEPPO – Tuula, per favore. Per me tutto è avvenuto in un brutto momento. Sono in un posto così importante e devo recuperare gli arretrati. Per quei tre mesi.
TUULA – Che ti eri messo in pensione?
SEPPO – Sì. Il tempo che basta per accumulare arretrati.
TUULA – È così delicato?
SEPPO – Che cosa?
TUULA – Niente. È che mi ero fatta delle illusioni.
SEPPO – Su che?
TUULA – Che noi due ce ne staremmo seduti a ricordare la nonna.
SEPPO – Be', adesso ne avremo di tempo per ricordarla. Un giorno anche noi staremo seduti su una sedia a rotelle con un pannolone sotto le chiappe. E allora ne avremo di tempo per commemorare.
TUULA – E riflettere sul significato della vita?
SEPPO – Per esempio. Il numero della ditta delle lastre tombali è vicino al telefono, se per favore...
TUULA – Facciamo le lettere leccate d'oro, o no?
SEPPO – È lo stesso. Cioè no, ma tu hai buon gusto in queste faccende.
TUULA – Ho detto "leccate"...?
SEPPO – E controlla, per favore, cosa hanno messo in conto per il servizio. La fattura mi sembrava un po' gonfiata.
TUULA – Quante volte ti devo perdere, prima che...
SEPPO – Prima che cosa? Lascia stare, ora. Ritorno per il fine settimana, non questo, il prossimo. Ricordati di richiedere la dichiarazione di successione. Cosa? Che cos'hai adesso? Stavi dicendo "prima che..."?
TUULA – Stavo dicendo prima che io ti abbia definitivamente. Ma non credo che lo dirò. Dico invece prima che io ti perda definitivamente.


SCENA XVIII


MILVA prepara la valigia. Arriva SEPPO con la sua borsa.

SEPPO – Ciao. C'era la porta aperta.
MILVA – Davvero? È rimasta aperta accidentalmente.
SEPPO – Pensavo che magari aspettavi qualcuno.
MILVA – Ma no. Però hai fatto bene a venire.
SEPPO – Ah sì?
MILVA – Certo. Ti restituisco questi. Così non devo mandarli per posta (dà a Seppo un rotolo di banconote)
SEPPO – E questo cos'è?
MILVA – Denaro. Che hai pagato per i nostri sogni.
SEPPO – Ma è tuo.
MILVA – Non lo è stato nemmeno per un attimo. Era tutto un gioco... anche il denaro.
SEPPO – Ma io non lo voglio.
MILVA – Nemmeno io.
SEPPO – Allora parti anche tu?
MILVA – Domani vado a Beirut. I miei bagagli mi raggiungeranno per nave.
SEPPO – Sei contenta di quel contratto?
MILVA – Abbastanza.
SEPPO – Parto anch'io... il mio aereo parte tra un'ora e mezza.
MILVA – Ritorni dunque a quell'appartamento dove avevano la residenza quei marchesi?
SEPPO – Penso di no. Per ora vivrò in albergo. Sto cercando un altro appartamento.
MILVA – Bene.
SEPPO – Bene.
MILVA – Mi passeresti quel rotolo di nastro adesivo?
SEPPO – Se vuoi, posso chiuderla io.
MILVA – Non perdere tempo. Tu hai fretta.
SEPPO – Va bene.
MILVA – Va bene.
SEPPO – Va bene.
MILVA – E Marko?
SEPPO – E Marko. Lavora come un somaro.
MILVA – Meglio. Forse è meglio.
SEPPO – Forse è meglio. Certo. Non so tanto della sua vita, perché... cioè, che...
MILVA – Ti senti in colpa?
SEPPO – Certo mi sentirei colpevole, se...
MILVA – Se cosa?
SEPPO – Se ne avessi il tempo. Adesso devo solo concentrarmi sull'essenziale.
MILVA – Un uomo fa quel che deve fare.
SEPPO – È così. Immagino che noi due... non ci vedremo più, vero?
MILVA – Penso di no. Inutile soffiare sulla brace spenta.
SEPPO – Dev'essere così.
MILVA – Perché sei venuto?
SEPPO – Sono venuto solo... per dirti addio... dato che passavo di qui.
MILVA – Per un caffettino?
SEPPO – Per me fa lo stesso... ah sì. Ah sì. T'è rimasta in mente.
MILVA – Ce ne siamo liberati così facilmente?
SEPPO – Facilmente?
MILVA – Sì.
SEPPO – Bisogna vivere. In ogni modo. E c'è da andare avanti e...
MILVA – Dimenticare?
SEPPO – Dimenticare no, ma... tu te ne vai a Beirut, cristo. E dio sa quando ritornerai. Se poi ritorni.
MILVA – Me ne fai una colpa?
SEPPO – Sì. Cioè no. Certo che no. Io ho perso un figlio in questo gioco.
MILVA – E io la famiglia. In questo... gioco, hai detto?
SEPPO – No. Forse sì.
MILVA – Sai cosa ne sarà di noi?
SEPPO – No. E come potrei saperlo?
MILVA – Adesso ci diciamo addio. Ci scordiamo l'uno dell'altra. Cerchiamo di dimenticare. Andiamo avanti, e tra un anno non ci ricorderemo delle nostre facce. Non ci verranno in mente... né potremo togliercele dalla mente. Ci diremo addio ancora molte volte.
SEPPO – Cioè tu vuoi vedermi ancora?
MILVA – No. In nessun caso. Ma ti incontrerò comunque.
SEPPO – Perché devi?
MILVA – Perché devo.
SEPPO – Sì. Così andranno probabilmente le cose.
MILVA – Prendiamo cento decisioni e...
SEPPO – ... e le violiamo tutte. E...
MILVA – ... la vita passa. E anch'io invecchio... mi vengono le rughe qui, e qui...
SEPPO – Non me ne importa.
MILVA – Certo che te ne importa. Mi amerai di più per quelle, perché...
SEPPO – ... ti cambiano sempre di più in te stessa. E...
MILVA – ... la vita passa. Ma un bel giorno ci renderemo conto che non ce la facciamo più.
SEPPO – E allora che succede?
MILVA – E allora ci separeremo... e svaniremo l'uno all'altro, alla fine. E ci lasceremo in pace.
SEPPO – Ma non ancora, per un po' di tempo.
MILVA – Non ancora per lungo tempo.
SEPPO – Bisogna vivere dunque fino a quel momento.
MILVA – Bisogna vivere anche dopo.
SEPPO – Bisogna vivere.



FINE

Realizzata col contributo del FILI, Finnish Literature Exchange
e del Finnnish Theatre Information Centre

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Biografia dell'autrice


Pirkko Helena Saisio nasce a Helsinki il 16 aprile 1949 da Reino Saisio e Alli Mellberg. Figlia unica, cresce in un quartiere operaio della città, il Kallio, convivendo anche con i nonni e una zia non sposata.
Cresce in un ambiente familiare comunista e ateo, mentre le istituzioni scolastiche finlandesi degli anni ’50 cercavano di infondere negli scolari valori cristiani, patriottici e borghesi. La religione e la preghiera, all'asilo, diventano per lei un'alternativa alla severità della famiglia. Matura presto la vocazione di scrivere, già a otto anni vorrebbe essere “una persona che inventa realtà”. “Non ci guardiamo allo specchio tante volte al giorno per vedere se la cravatta sia diritta o il rossetto a posto. Guardiamo nello specchio per vedere il nostro compagno di vita, l’unica figura stabile, per stupirci del fatto che abbiamo la capacità e la necessità di dividerci in due: quello che guarda e quello che è guardato. Io decisi di dividermi in due all’età di otto anni. Così iniziò la mia carriera di scrittrice. […] Il monologo interiore in terza persona, che è così cominciato quaranta anni fa, non si è ancora interrotto.”(R. Haavikko, a cura di, Miten kirjani ovat syntyneet 4, WSOY, Helsinki 2000)
Dopo aver finito il liceo, nel 1968, convinta che non si poteva studiare “scrittura”, si iscrive all’Università di Helsinki, dove frequenta corsi di letteratura finlandese, letteratura drammatica, sociologia e lingua russa. Questo è per la Saisio un periodo di insofferenza e disagio, che si risolve solo quando una ragazza si innamora di lei e la libera “di quella cupola di vetro che non le permetteva di respirare”. Tuttavia all’inizio il suo atteggiamento di fronte a questi sentimenti è di resistenza: era il 1970 e l’omosessualità in Finlandia era ancora considerata una malattia e un crimine punibile con il carcere. Nel saggio citato racconta:
“Lottai contro i miei sentimenti e il loro riconoscimento per tre giorni e tre notti in preda alla febbre. Quando cedetti, la febbre svanì. Avevo trovato la chiave di me stessa, la risposta alla domanda sul perché mi ero sempre, da quando riuscivo a ricordare, sentita diversa, sola, in un modo che non aveva niente a che fare con la non socievolezza.”
Scettica su quel tipo di formazione universitaria, nel 1971 abbandona gli studi e si iscrive all’Accademia Teatrale di Helsinki. Dal 1971 al 1973 studia drammaturgia e dal 1973 al 1975 recitazione. Dopo essersi diplomata nel 1975, lavora come attrice presso il Teatro di Rovaniemi per due anni. Nel 1976 ha inizio la sua collaborazione come attrice con vari teatri di Helsinki - tra cui il KOM, il Teatro Comunale, il Ryhmäteatteri e il Teatro di Espoo - e la sua attività di scrittrice, drammaturga e regista, per la quale ha ricevuto, negli anni, molti premi e riconoscimenti.
Nel 1981 ha avuto una figlia, Elsa Saisio, che ha seguito le sue orme nel mondo del teatro. Negli anni ’90 Pirkko Saisio e la sua attuale compagna Pirjo Honkasalo, nota regista cinematografica, hanno parlato pubblicamente della loro relazione a sostegno di una campagna per il diritto degli omosessuali di registrare le loro unioni. Dal 1997 al 2001 Pirkko Saisio è stata insegnante di drammaturgia presso l’Accademia Teatrale di Helsinki dove a suo tempo d'era diplomata.


Opere


Elämänmeno (1975), romanzo
Sisarukset (1976), romanzo
– Suomi-neito ja kosija (1976), libretto d'opera
– Elämänmeno (1976), adattamento televisivo
– Sisarukset (1977, adattamento televisivo
Juhannushäät (1979), commedia televisiva
– Maailman laidalla (1979), commedia
Kadonnut aurinko: kaksinäytöksinen teatteriromaani (1979), romanzo
Betoniyö (1981), romanzo
Betoniyö (1982), adattamento teatrale
Kainin tytär (1984), romanzo
Hävinneiden legenda (1985), commedia
Hissi (1986), commedia
Kiusaaja (con lo pseudonimo Jukka Larsson) (1986), romanzo
Viettelijä (con lo pseudonimo Jukka Larsson) (1987), romanzo
Leonardon ikkunat (1987), commedia per la televisione
Mies ja nainen (1987), commedia
Exit: lyhytproosaa matkoilta maassa ja mielessä (1987), racconto
Hernando ja jumalankantajat (1988), commedia
Puolimaailman nainen (con lo pseudonimo Eva Wein) (1990), romanzo
Mutsi, mä diggaan huijaria (1990), musical
Voima (1991), commedia musicale
Yöihminen (1991), commedia musicale
Leonardo (1991), libretto per balletto
Kantaja (con lo pseudonimo Jukka Larsson) (1991), romanzo
Törmäys (1992), affresco teatrale
Rakastuneet lapset (1992), canzoni
Kulkue (con lo pseudonimo Eva Wein) (1992), romanzo
Pula-ajan Cats (1993), musical
Nyrkkeilijät (1993), commedia per la televisione
Voiton päivä (1994), commedia
Ihana ihminen (1994), commedia
Kabaree Kristiina (1995), cabaret in sei puntate
Veera, Verotska! (1996), commedia
Toni Tiikeri (1996), commedia per la televisione
Leonardo (1996), libretto per balletto
Kuuhullut (1997), commedia musicale
Ihmisiä isompi asia (1997), film per la televisione
Tulennielijä (1998), sceneggiatura cinematografica
Pienin yhteinen jaettava (1998), romanzo
Kristiina H, 44, elämäsi on unta (1998), commedia
Vastavalo (2000), romanzo
Tänään on se ilta (2002), commedia per la televisione
Baikalin lapset (2002), commedia
Punainen erokirja (2003), romanzo
Tunnottomuus / Insensibilità (2003), commedia
Voimattomuus (2005), romanzo
Virhe (2005), commedia
Sorsastaja (prima il 10.3.2006), commedia
Kuume (2007), commedia
Kohtuuttomuus (2008), romanzo



Sinossi

ImageCon Tunnottomuus (Insensibilità, Lasipalatsi, Helsinki 2003), Pirkko Saisio mette da parte le storie di ambientazione operaia per dedicarsi alla descrizione di una famiglia borghese. Protagonista di quest'opera d’impianto tragicomico è un avvocato, Seppo, per cui nella vita conta soprattutto la carriera. Il suo lavoro e l' ambizione di arrivare a lavorare a Bruxelles per l’Unione Europea sono le uniche cose su cui si concentra. Tra voli e riunioni, non ha tempo da dedicare alla moglie Tuula, che cerca rifugio nella pittura ed in altri hobby, al figlio Marko, che ha una sua vita indipendente come medico, e all’anziana madre Toini che, un tempo autoritaria, è ridotta ora sulla sedia a rotelle vittima dell'Alzheimer. In ogni caso, il problema che tormenta Seppo è il vuoto che ha dentro, il suo non riuscire a sentire niente. L’uomo spiega infatti già nella prima scena di non essere più capace di provare alcun sentimento e di non riuscire ad apprezzare le piccole cose belle della vita, come per esempio una mattina d’estate trascorsa a pescare col figlio. Seppo confessa a Marko che gli unici pensieri che occupano la sua mente sono gli impegni di lavoro, ma che neanche quelli riescono a suscitargli emozioni.
La vita di Seppo cambia quando incontra la fidanzata del figlio Marko, Milva, una fotografa cui nessuno è mai riuscito a dare dei limiti. Milva è una donna che ha sempre fatto quello che voleva, ma incapace di definire se stessa. La ragazza è cresciuta in un orfanotrofio e non ha mai avuto una famiglia. Vorrebbe che qualcuno la aiutasse a capire chi è in realtà, qualcuno che capisse quali sono i suoi confini per aiutarla a distruggerli e a cambiare il suo modo di essere. La giovane sembra vedere in Seppo un salvatore, una guida che le indichi la strada verso se stessa. Tra i due nasce una relazione proibita con tratti di perversione. La verità viene presto a galla, ma caratteristica peculiare di tutti i personaggi di Tunnottomuus è il loro reagire alle situazioni difficili soffocando i propri sentimenti. Nei momenti di crisi l’importante è far finta che vada tutto bene. Sia Marko che Tuula intuiscono subito quello che c’è tra Milva e Seppo, ma entrambi inizialmente fingono di non capire. Tuula sa che Seppo l’ha già tradita molte volte ed è ormai abituata all’idea; rivela alla suocera di non provare più sentimenti verso il marito, ma forse è solo un modo per far fronte alla situazione. Anche Marko sa e inizialmente non reagisce, esortando anche la madre al silenzio. Quando però il problema diventa inevitabile, Marko confessa a Milva di essere disposto a rimanere con lei anche dopo quella storia, naturalmente a patto che la relazione tra la ragazza e Seppo finisca. La vita della famiglia va dunque avanti, come se nulla fosse accaduto, con l’aiuto di conversazioni frivole e prive di contenuto. Ad un certo punto, però, una domanda posta dalla nonna - l’unica che, a causa della malattia che le ha tolto ogni freno inibitore, dice veramente quello che pensa - rompe il silenzio: e se l’uomo avesse un’anima? e se la morte non fosse una liberazione dai problemi e dalle preoccupazioni? Quale sarebbe allora il significato della vita? L’unica risposta che i personaggi riescono a dare è che si dovrebbe comunque vivere e andare avanti. Soltanto la minaccia della morte, che tutti (e Seppo in particolare) vivono attraverso la nonna, sembra restituire alla morale il suo significato, visto che l’amore non è in grado di farlo. Tunnottomuus delinea così la complessità della famiglia contemporanea, in cui la comunicazione ha perso ormai ogni contenuto, e del mondo contemporaneo, in cui l’unica cosa che motiva le persone è l’ambizione ossessiva, mentre i sentimenti sono ormai solo un ricordo.

Il dramma è stato messo in scena per la prima volta al Teatro Nazionale di Helsinki il 19 dicembre 2003 per la regia della stessa Pirkko Saisio.

(La Rondine - Teatterin Tiedotuskeskus 22.6.2010)