Dai confini dell'impero 57
di Luigi G. de Anna   

Image

“L'italiano è un popolo che si fa guidare da imbecilli, i quali hanno la fama di essere machiavellici”

Quello che sta succedendo nel Partito Democratico in queste settimane ha, se visto dal tranquillo osservatorio finlandese, dell’incredibile. Non dico un politologo, ma neppure un uomo della strada riuscirebbe a capire i motivi ideologici che stanno portando ad una scissione e quindi a una probabile vittoria alle prossime elezioni parlamentari del Movimento 5 Stelle.

Che cosa ideologicamente divide l’ala sinistra del PD da quella fermamente capitanata da Matteo Renzi? Una diversa concezione del capitalismo? Un insanabile contrasto sullo sviluppo dello stato sociale? Il desiderio di uscire dalla NATO? La volontà di riproporre un’Italia diversa nel contesto dell’UE? Una diatriba su come accogliere i rifugiati? No, nulla di tutto questo. L’unico, vero motivo del contrasto è legato a faide personali, al desiderio sfrenato di potere e del suo controllo anche se, andando avanti di questo passo, sarà un potere del tutto aleatorio, essendo, quello reale, passato nelle mani dei Grillini, i quali, a loro volta, cominceranno a litigare, a dividersi, a pugnalarsi alle spalle. Perché? Perché gli italiani sono fatti così, e per capirlo meglio bisognerebbe rileggersi un libretto purtroppo dimenticato di Giuseppe Prezzolini del 1921.

Image Giuseppe Prezzolini (1882-1982) è stato uno dei più grandi intellettuali del Novecento in Italia. Grazie alla sua lunga vita ha praticamente segnato un secolo di cultura con le sue opere, molte delle quali ancora valide ed attuali, come quel testo del 1921, Codice della vita italiana, che è tradotto in finlandese da P. de Anna, Laki italialaisuudesta, Savukeidas, Turku 2009. E' però straordinario che un testo scritto poco meno di un secolo fa sia ancora così aderente alla realtà di oggi. Il Codice tratta degli italiani, del loro modo di essere e di comportarsi, sia nella sfera privata che pubblica. Poiché molti di questi aspetti sono ancora attuali, ne dovremmo concludere che gli italiani in tutti questi anni non sono cambiati, anche se è cambiata l'Italia. L'Italia degli inizi degli anni Venti del XX secolo non aveva ancora subito le profonde trasformazioni del passaggio da una società agricola a quella industriale, che avviene soltanto nei primi anni Sessanta. Inoltre, il libro fu scritto prima che il fascismo andasse al potere, quando ancora esisteva quell'Italia "dei galantuomini", come veniva definita, uscita dal Risorgimento (anche se poi chi lo aveva fatto tanto “galantuomo” non era) che nel 1870 si era concluso con la proclamazione di Roma capitale della nuova Italia.

Il fascismo è ora passato, come è passata la cosiddetta prima repubblica dominata dalla presenza del partito democristiano; passò anche l'effimera era di Berlusconi e pare che anche l’ancora più effimera epoca renziana sia agli sgoccioli. Grandi cambiamenti questi, per certi versi addirittura sconvolgimenti, che però, e ce ne accorgiamo leggendo appunto il libro di Prezzolini, non hanno scalfito il modo di essere degli italiani. Ma forse la verità è che un popolo non cambia mai, restando sempre fedele a se stesso, nel bene come nel male.

Giuseppe Prezzolini aveva visto la luce a Perugia nel 1882, ma, come lui stesso ebbe a dire, Perugia non era la sua vera città natale. Perché lui era toscano, o meglio, di famiglia senese da generazioni. Non si può capire Prezzolini, e di conseguenza lo spirito con cui scrisse il Codice, se non teniamo presente questa sua origine toscana.

La Toscana è il cuore, anzi, il cervello dell'Italia. Qui è nata la nostra lingua, qui è nata la nostra letteratura tra Duecento e Trecento, qui si è formato il Rinascimento, qui sono di conseguenza le radici culturali di Prezzolini. Ma non solo. La Toscana, e i suoi abitanti, ha una peculiarità che la distingue dalle altre regioni d'Italia. E' quella dell'esaltazione dell'individualità, sia a livello personale che sociale. E mi spiego: i toscani sono persone di grandi qualità, e tra tutte eccelle quella della critica. Il fiorentino Dante Alighieri fu il grande critico del suo tempo. La Divina Commedia non è solo un itinerario dall'uomo verso Dio, ma anche tra uomo e uomo e quest'uomo del suo tempo Dante ferocemente critica. I difetti degli italiani che Prezzolini impietosamente elenca nel Codice li ritroviamo nell'Inferno dantesco, seicento anni prima. Nihil sub sole novum, diceva saggiamente la Bibbia, e chissà, forse gli stessi vizi (e le poche virtù) che Prezzolini attribuisce agli italiani erano già radicati nei suoi antenati romani.
La Toscana è la regione delle "fazioni", che non sono soltanto differenti partiti ideologici o politici tra loro nemici, ma anche modi di concepire la vita cittadina, fatta di lotte tra clan familiari, una volta distinti dai colori (i "neri" e i "bianchi" della Firenze di Dante) e oggi dai partiti politici. Ciò che in realtà distingue un "partito" dall'altro non è un fatto ideologico, ma, appunto, questa vocazione alla critica, sempre e comunque espressa, che rende il toscano perennemente insoddisfatto degli altri (ma soddisfattissimo di se stesso). E questo aspetto della toscanità è vivissimo anche in altri grandi intellettuali del Novecento, come il pratese Curzio Malaparte (1898-1957), il quale nel suo libro Maledetti toscani concluse la Prefazione dicendo che l'Italia sarebbe un bellissimo paese se ci fossero meno italiani e più toscani.

ImageE lo stesso pensava Indro Montanelli (1909-2001), il grande giornalista di Fucecchio vicino Firenze, che, per dirla con Dante Alighieri quando parla di Farinata degli Uberti, il capo della fazione ghibellina in Toscana, condannato alle fiamme eterne dell'inferno, aveva anch'egli "il mondo in gran dispitto". Dunque, la toscanità di Prezzolini è il terreno in cui si nutre il suo Codice, che forse nessun altro italiano, se non appunto nato in quella regione di eterni insoddisfatti, avrebbe potuto o voluto scrivere. Vivo da molti anni in Finlandia, e sempre mi colpisce, quando torno a Firenze, dove ho passato la mia gioventù, il senso di polemica, di critica fatta per il piacere della critica, che i miei concittadini hanno. Era famoso Gino Bartali, ovviamente toscano, un campione del ciclismo, che finiva ogni dichiarazione alla stampa con "gli è tutto da rifare". Nulla andrà mai bene dunque a chi è nato in quella terra e guarderà ai suoi connazionali (se non sono toscani gli sembreranno quasi stranieri) come a gente di un altro Paese, che non è, non può essere il suo.

E Prezzolini, a giudizio unanime della critica, è infatti impregnato di questa coscienza della sua superiorità rispetto agli altri. Certo, è modesto, non esalta se stesso o le sue virtù a contrasto dei difetti degli altri, come in genere fanno i toscani, mentre i meridionali tendono a sopravvalutare il proprio ego, ma si capisce che se un "vero" italiano esiste, questo è lui. Ma anche qui dobbiamo tenere presente che Prezzolini non è soltanto toscano, ma senese. E Siena è la città del Palio, e cioè di quella festa popolare che vede la città, divisa in quartieri, le "contrade", che combattono una violenta guerra per la vittoria nella gara di cavalli del Palio. Non si è dunque soltanto senesi, e questo sarebbe già limitante a livello di identità nazionale, ma si è parte di un minuscolo microcosmo che è appunto la propria contrada, poche strade, non molte case, ma comunque un mondo "perfetto". Prezzolini portò sempre con sé questo carattere senese. Giovanissimo inizia a creare intorno a se stesso il suo microcosmo di amici e collaboratori, cui resterà sempre legato; nel 1903 fonda la rivista Leonardo e nel 1908 la rivista La Voce (che dirigerà fino al 1916 e poi di nuovo, dopo la parentesi della guerra, nel 1923), una delle più importanti iniziative della cultura italiana contemporanea. E non è un caso che essa nasca a Firenze, e che ad essa collaborino soprattutto toscani.

Image

Nella Voce c'è già tutto lo spirito del Codice; la rivista infatti nasce come aspra critica nei confronti della "vecchia" Italia. La sua è una battaglia contro l'ipocrisia e la mediocrità del popolo italiano, che poi essenzialmente si identifica nella borghesia. Leggendo il Codice ci accorgiamo infatti che Prezzolini parla soprattutto dei difetti della borghesia, quella classe sociale relativamente nuova che aveva fatto l'Unità d'Italia, cancellando il dominio di secoli esercitato per grazia di Dio, dagli imperatori, dai re, dai nobili, e dai signori figli del Rinascimento. La Voce procede allo svecchiamento della società italiana parallelamente ai futuristi di Filippo Tommaso Marinetti.

Tra i due gruppi non c'era però molta amicizia, tanto che la rivista Lacerba creata degli amici di Prezzolini, Giovanni Papini e Ardengo Soffici, diventò presto severa critica del futurismo. E' vero che anche i futuristi stavano lottando contro questa "vecchia Italia", che poi era alquanto giovane, essendo appunto nata con il Risorgimento, ma, come conferma il loro nome, vedevano nella tecnica una fonte di speranza di rinnovamento. Gli scrittori della Voce e poi delle altre riviste fondate sempre da Prezzolini, sostenevano invece la restaurazione degli antichi valori. Prezzolini, che criticava i conservatori, era però in realtà lui stesso un conservatore. Molto più tardi, nel 1961, pubblicherà un polemico Manifesto dei conservatori, in cui elogia le virtù fondamentali della borghesia. E questo ci conferma che Prezzolini è anche uomo dalle molte contraddizioni.
Fautore di una cultura non provinciale ma "europea" (agli inizi del 1900 si era trasferito nella cosmopolita Parigi), parte come volontario per il fronte della prima guerra mondiale per difendere i confini della Patria. Antifascista perché non si sarebbe mai piegato all'autorità di Benito Mussolini, nel 1925 lascia l'Italia oramai conquistata dal Duce per andare in esilio volontario a Parigi, non si alleò mai con i partiti antifascisti e restò sempre critico nei loro confronti. Non amava la società capitalista, eppure visse per molti anni negli Stati Uniti a partire dal 1929. Non aveva mai portato a termine gli studi e fu professore per venti anni, a partire dal 1931, nella prestigiosa Columbia University. Fautore dello spirito "giovanilista", visse quasi fino a cento anni, continuando la sua attività di giornalista e saggista e partecipando al dibattito culturale fino all'ultimo. Amò l'Italia e visse gran parte della sua vita fuori di essa per propria scelta (dal 1968 visse a Lugano in Svizzera), tanto che si definì in una sua opera del 1953 "L'italiano inutile".

Image Leggendo il Codice, si potrebbe avere l'impressione che Prezzolini non ami l'Italia, che sia in un certo senso uno sciovinista anti-italiano. In realtà, come dimostra la sua partecipazione come volontario alla Grande Guerra e soprattutto i suoi scritti apparsi nei primi anni Venti sulla rivista nazionalista Il Regno fondata da Enrico Corradini e diretta da Giovanni Papini, ambedue più tardi aderenti al fascismo, egli amò sconfinatamente l'Italia. E per amore la criticò, affinché la parte buona di essa, nella quale indubbiamente credeva, restasse viva. In realtà Prezzolini era e resterà sempre, un individualista, e la sua critica si rivolge soprattutto alla massa degli italiani vista appunto come parte amorfa e non vitale di un Paese di antica, troppo antica, civiltà.
Pur non amando l'anarchia, Prezzolini restò un anarchico individualista, ma come tale non si definì mai, preferendo definirsi un "uomo libero", e tale fu a tutti gli effetti. Quando, nel secondo dopoguerra, l'Italia della cultura passò sotto l'egemonia marxista, Prezzolini non si unì al coro, anzi, si spostò sempre di più verso la parte opposta, diventando collaboratore della rivista Il Borghese fondata da Leo Longanesi (1905-1957), uno degli spiriti più vivaci della cultura italiana del Novecento. Dalle pagine del Borghese, Prezzolini ricominciò a criticare gli italiani, o meglio quegli italiani che per conformismo si adeguavano, come avevano sempre fatto nel corso dei secoli, a chi comanda. E questo Prezzolini, uomo libero, non poteva perdonarlo ai suoi connazionali. Prezzolini coglieva così uno degli aspetti più negativi del suo popolo, quell'accettare il cattivo per paura del peggio, quella innata vocazione al servilismo, nata come conseguenza di secoli di dominazione straniera. Come ebbe a dire un altro grande intellettuale del tempo di Prezzolini, Ennio Flaiano (1910-1972), "Gli italiani sono sempre pronti ad accorrere in aiuto del vincitore".

Image

Che cosa direbbe Prezzolini dell'Italia di oggi? Difficile dirlo. Forse resterebbe dell'opinione espressa nel 1921 nel Codice: "l'italiano è un popolo che si fa guidare da imbecilli, i quali hanno la fama di essere machiavellici, riuscendo così ad aggiungere al danno la beffa, ossia l'insuccesso alla disistima, per il loro Paese". E gli italiani si uniformano, nella loro stragrande maggioranza, a quanto scrisse Prezzolini, che neppure hanno letto. Un libro che tutti conoscono senza averlo letto è veramente un grande libro.

(La Rondine - 23.2.2017)