Un mondo molto strano
di Giacomo Bottà   

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Intervista ad Anton Monti, autore di un saggio in finlandese sulle Brigate Rosse

Ho chiesto all'autore come nasce l’idea di scrivere un libro sulle Brigate Rosse. Mi ha detto che nasce prima di tutto da un bisogno di descrivere un fenomeno molto importante, che ha attraversato le vite di tutte le persone in Italia negli anni Settanta.

E per tre motivi principali. Per realizzare una specie di viaggio interiore verso quel periodo: sono gli anni delle edizioni straordinarie del telegiornale in bianco e nero, un ricordo dell'infanzia, poi da adolescente ho cominciato a vivere quei fermenti politici alle superiori. Il terrorismo era un fenomeno presente nella vita politica della sinistra in Italia.
Il secondo motivo è perché la storia delle Brigate Rosse ha dell’incredibile; una storia che oggi sarebbe del tutto pazzesca. Oggi viviamo nel periodo dei lupi solitari, quindi immaginare migliaia di persone coinvolte in azioni e scelte di vita di quel tipo sembra assurdo. Il terrorismo all’epoca era presentato all’opinione pubblica come qualcosa da pazzi, da estremisti, da belve, ma alla luce degli atti processuali, è stato un fenomeno che, per quanto concerne le sole Brigate Rosse, ha coinvolto mille persone condannate come militanti. Si sostiene che i cosiddetti fiancheggiatori siano stati un numero dieci volte maggiore. Inoltre c’era un’area politica che probabilmente si rapportava in modo neutrale se non addirittura come simpatizzante. Ci sono articoli interessanti ne L’Unità della metà degli anni ottanta, quindi già quasi verso la fine del fenomeno del terrorismo, quando si dice che le Brigate Rosse avevano messo degli striscioni all’interno di un capannone dell’Alfa Romeo dove lavoravano 700 operai e nessuno aveva detto niente. La stessa Unità riconosceva che effettivamente questo fenomeno di condanna del terrorismo ancora non era passato all’interno di certi ambienti operai. È anche una storia di un incontro tra sociologi e operai, interessante anche sotto quel punto di vista.
Il terzo motivo è di attualità politica: il fenomeno della violenza politica è appena comparso nel dibattito pubblico e nella vita politica finlandese ed è importante che la gente legga e capisca un po’ un’esperienza storica che ha avuto un inizio e una fine. La violenza politica in Italia ha un inizio ben preciso: il 12 dicembre 1969 (Piazza Fontana nda), però ha anche una fine, cosa che si spera sempre per fenomeni drammatici e pericolosi.

Quanto hai impiegato a scrivere il libro?
Sono sempre stato molto interessato al fenomeno, ho letto molto e ho parlato con persone che a suo tempo avevano partecipato alla lotta armata. Un paio di anni fa ho cominciato una verifica di tutta una serie di avvenimenti tramite atti processuali, materiali delle commissioni parlamentari sul terrorismo in Italia, interviste a ex militanti delle Brigate Rosse e altre fonti, cercando di verificare se quella storia che avevo in mente tre anni fa, poi alla luce di una verifica dei fatti, fosse la stessa. Devo dire che non è la stessa. In questo processo di approfondimento dei dati ho cambiato alcune opinioni che avevo.

Sei perfettamente bilingue, quindi avresti potuto scrivere questo libro anche in italiano: perché in finlandese?
Il libro è una storia completa delle Brigate Rosse, scritta in un modo accessibile non troppo complicato o specifico. È scritto per un pubblico non italiano e ho cercato di spiegare anche alcuni altri fenomeni italiani che sono, o che dovrebbero essere, chiari per tutti in Italia.
Ho voluto contribuire nel mio piccolo a mostrare in Finlandia quelle dinamiche italiane degli anni Settanta fino alla metà degli anni ottanta, che probabilmente il finlandese non conosce. Esiste tutta una storia italiana che si conosce poco in Finlandia e in altri paesi europei. Sto lavorando a una traduzione svedese per poi cercare di portarlo su altri mercati in Germania o UK.
Penso sia estremamente importante capire quella storia italiana, perché spiega molto di quello che l’Italia è diventata negli anni novanta e poi nel duemila fino ad oggi. L’Italia ha avuto la volontà di uscire dall’emergenza terrorismo e ha risolto, certo in un modo molto italiano, la problematica delle persone incarcerate: per quei fatti di allora oggi in Italia non c’è più nessuno in carcere da anni, anche se non c’è stato un riconoscimento politico esplicito dei terroristi.

ImageIn quegli anni vivevi a Roma, dove la tua famiglia si è trasferita da Helsinki. Come si viveva a Roma? Com’era la tua percezione della violenza a livello urbano?
Ricordo quel periodo come assolutamente in bianco e nero, non a colori. Roma era una città abbastanza oscura, dove aleggiava un senso di paura molto forte che non era solo dovuto al fenomeno del terrorismo: penso alla criminalità, che quella di oggi fa sorridere al confronto. Era il periodo dei grandi banditi, della Banda della Magliana a Roma, di Vallanzasca a Milano, ad esempio. Se pensiamo ai film dell’epoca, dai polizieschi fino agli spaghetti-western, hanno tutti un altissimo livello di violenza.
Contemporaneamente le persone erano molto politicizzate. Mio padre era un attivista di sinistra, quindi certi temi li sentivo dentro casa; i primi lacrimogeni li ho presi a cinque anni al corteo per il Vietnam. Poi a quattordici anni, subito dopo il caso Moro, inizio il ginnasio, dove avviene la prima occupazione. Come tradizione vuole in Italia, le persone cominciano a formarsi una coscienza politica alle superiori, ti trovi coinvolto in un clima dove la violenza è un quotidiano: fascisti che assaltano la tua scuola, i compagni che assaltano la scuola dei fascisti. C’era un livello di micro-violenza quotidiana molto diffuso, che vedevi ai cortei, agli scontri etc. dentro le scuole, le università e nei posti di lavoro. Poi c’era il livello della violenza inaudita e inafferrabile che praticavano le Brigate Rosse, che in quel momento, 1978-79, erano all’apice del loro percorso. Era un mondo molto strano.
Lo stesso rapimento Moro è qualcosa d’inconcepibile oggi. In Italia oggi non esiste una persona che rappresenti quello che Moro era allora; la politica era fatta da questi grandi uomini: Moro, Andreotti e Berlinguer. Il rapimento di Moro è incomparabile a un ipotetico rapimento di un Renzi, perché Moro ha una storia decennale, Moro era la politica in Italia.

Gli anni Settanta sono comunque anche gli anni delle subculture giovanili e dell’inizio di una cultura pop in Italia…
È un discorso interessante, che sfioro nel mio libro. È una storia che comincia in Italia già dal 1960, dai ‘ragazzi con le magliette a strisce’ di Genova nel 1960 o se vogliamo da Piazza Statuto nel 1962 a Torino quando per la prima volta c’è una protesta di giovani operai, che il sindacato e il PCI non riescono a controllare. Piazza Statuto non è la dimostrazione esclusiva di un fenomeno politico, quanto anche di una trasformazione profonda della società italiana: giovani che per la prima volta non si riconoscono più nei valori delle vecchie generazioni. In Italia c’erano due chiese: quella cattolica e quella del PCI e questi giovani sono tacciati immediatamente dal PCI di essere teppisti, hooligans e teddy boys.
Si pensa che le BR fossero un’organizzazione stalinista, marxista-leninista, ma secondo me un fenomeno molto interessante è come le persone che fondano quest’organizzazione, Renato Curcio e Mara Cagol, sono sociologi. La sociologia in Italia in quel momento è qualcosa di nuovo, la prima facoltà di sociologia in Italia è stata fondata a Trento, proprio quando Renato Curcio va a studiare lì. Sono persone di un mondo accademico, che però non è più accademico, perché nessuno sa cosa sia questa sociologia… non c’è una tradizione accademica come per altri settori. Queste persone hanno la possibilità di sperimentare qualcosa che sta ancora al margine, che poi improvvisamente in due anni, nel 1968-69, viene messa al centro. Quando Curcio va alla Pirelli a fare intervento politico, quando gli operaisti di Lotta Continua e Potere Operaio vanno alla FIAT di Mirafiori, si trovano di fronte una classe operaia che è totalmente diversa da quella delle generazioni differenti: sono centinaia di migliaia di persone che vengono dal sud, quindi senza legame con la fabbrica, non hanno nessuna cultura del lavoro, ma hanno un grado d’istruzione superiore a quello della classe operaia tradizionale. Avevano spesso il diploma secondario, mentre l’operaio tradizionale andava a quattordici anni a imparare il mestiere dentro la fabbrica. Quando c’è l’occupazione della FIAT nel 1973, persone come Bifo rimangono sorprese da questi operai che si facevano le canne e basta; avevano una cultura diversa dall’iconografia socialista.
Questa è una classe operaia a cui non piace il lavoro, non piace la fabbrica, che vuole scappare dalla fabbrica e che è disposta anche a utilizzare strumenti di lotta che non sono più quelli tradizionali dello sciopero, della manifestazione. Gli operai praticano il sabotaggio, l’insubordinazione di massa, praticano purtroppo anche la violenza politica e da questo strano connubio tra un mondo accademico in trasformazione totale, tra questa classe operaia totalmente diversa da quella degli anni passati secondo me nasce uno specifico italiano molto interessante, ma con conseguenze tragiche e terribili. Questi operai che poi diventano membri delle BR sono persone di vent’anni che lavorano dentro le fabbriche, vivono nelle comuni, quindi hanno uno stile di vita totalmente diverso da quello che potevamo immaginarci, leggono Lenin e Marx da cima a fondo. Sono persone vissute in una specie di nebbia dove non c’era nient’altro che riunioni politiche, volantinaggi, naturalmente pranzi e cene con i loro compagni dove si parlava solo di politica, persone che vivevano in un mondo totalizzante. Erano comunque persone con un background operaio e non studentesco, come invece in Germania con la Rote Armee Fraktion. La storia della RAF dura solo dieci anni, il numero delle persone inquisite è molto minore che in Italia, come il numero delle vittime e delle azioni e poi il profilo politico: in Germania sono giornalisti, intellettuali, insegnanti, studenti, mentre in Italia sono operai.

Esiste un mito finlandese delle Brigate Rosse o più in generale una visione romantica della situazione nel sud Europa degli anni Settanta?
Penso che in Finlandia non esista un’idea generale di quello che è successo in Italia. Per questo scrivo questa storia dall’inizio alla fine, parlando anche di tutto il contesto dell’industrializzazione di massa, dell’immigrazione interna in Italia, della strategia della tensione, dei tentativi di colpo di stato e di tutta una serie di argomenti che in Finlandia sono conosciuti pochissimo.
In Finlandia una mitizzazione della sinistra italiana non esiste, la generazione dei sessantenni ha solo sentito parlare del terrorismo. Una cosa interessante è che tra i giovani attivisti finlandesi che hanno iniziato a fare politica col movimento No Global dalla fine degli anni novanta, l’Italia ha costituito un riferimento molto importante: ci sono state repliche del modello dei centri sociali, i libri di Toni Negri sono stati letti parecchio e ci sono persone che, anche a livello accademico, fanno riferimento a quella tradizione di pensiero. Il collegamento tra queste storie recenti e quello che sta dietro però non esiste, non c’è la capacità di capire che determinate analisi si collegano a un discorso, anche di violenza politica, che comincia negli anni sessanta.
Sto cercando di ricostruire questo filo, che non so di che colore sia, tra l’oggi e il passato anche per dare una visione d’insieme. Sono partito dalle Brigate Rosse perché è il fenomeno di violenza più assoluto che c’è. È un discorso storico che andrebbe esteso sia alla tradizione neofascista, sia alla tradizione di sinistra radicale non di lotta armata, ce n’è ancora da scrivere…

Come è stato possibile che così tante persone finivano nelle Brigate Rosse? Era sempre una scelta consapevole o c’entra anche il caso?
Le persone che facevano un certo tipo di azioni nelle Brigate Rosse avevano fatto una riflessione abbastanza approfondita sulla loro scelta, questo almeno fino al 1980-81. Il ‘movimento del 77’ aveva prodotto un cambiamento sociale, ma anche un livello di violenza estremamente alto: era un movimento costituito da centinaia di migliaia di persone, che finisce per una serie di motivi, tra i quali anche un attacco abbastanza indiscriminato da parte dello stato. C’è anche la fine di una progettualità politica, poi arriva l’eroina, e non è casuale secondo me, che si diffonda nei muretti o nei posti dove si incontravano i compagni. È il periodo in cui le Brigate Rosse cominciano a perdere i primi pezzi e hanno bisogno di nuove persone. Ci sono migliaia e migliaia di ex-militanti di Autonomia Operaia o di settori simili che si trovano allo sbando e sicuramente alcuni di loro entreranno nelle Brigate Rosse perché in quel periodo le BR avevano una specie di alone mitico di intoccabilità, erano gli unici che facevano ancora delle cose.
Ci sono sicuramente fattori convergenti e casualità, ma le BR non erano uno S.P.E.C.T.R.E. di James Bond che nessuno sa dove sia, erano un’organizzazione con canali di reclutamento dentro i movimenti quindi una persona che potenzialmente era intenzionata a entrare e aveva la capacità di leggere ed interagire, probabilmente riusciva ad entrare in contatto con loro. Questo spiega anche la loro diffusione, che non posso dire capillare, ma era una presenza che c’era anche se mai dichiarata. C’era un modo di dire e non dire, che descrivo nel libro, che portava al reclutamento della persona, anche se c’erano tutta una serie di passaggi.

Puoi parlarci del tuo percorso politico? Eri molto attivo politicamente in quel periodo.
Il mio percorso politico non ha nulla a che vedere con le BR, ho conosciuto persone che sono entrate nelle BR, è una storia che ho vissuto di riflesso e ho pensato molto a cosa spinga le persone a prendere delle decisioni così pesanti a livello personale. Ho fatto politica in quell’area autonoma che faceva un po’ da muro all’ingresso nelle BR. Ci ponevamo un discorso di conflitto sociale e antagonismo, ma c’era un rifiuto netto, ad esempio della scelta di clandestinità.

Pensi che sia possibile oggi storicizzare l’esperienza delle BR e del terrorismo italiano di quegli anni?
In Italia fino a quattro - cinque anni fa c’era una pubblicistica enorme di memorie scritte da ex-brigatisti e da giornalisti, quindi i materiali per ricostruire questa storia ci sono. La cosa un po’ particolare è che non c’era una storia completa, con un inizio e una fine, condotta in termini storiografici, c’era una memorialistica , una scrittura giornalistica e basta. Negli ultimi anni sono comparsi testi storici, redatti con un metodo storiografico accurato, che descrivono il fenomeno. È una cosa molto importante, che toglie di mezzo tutta una serie di dietrologie. Sono opere di studiosi giovani, nati a metà degli anni Settanta, che non hanno vissuto quegli anni e per questo riescono a scriverne in un modo nuovo, e questo è molto importante perché permette di capire il fenomeno.
Quando capisci un fenomeno al di fuori di stati d’animo emotivi, puoi imparare a evitarlo, e questo è molto importante: capire e non demonizzare, perché se capisci riesci ad evitare. Molto spesso oggi vedo l’incapacità di capire il nuovo terrorismo; la prima cosa che si fa demonizzarlo, è una reazione logica: quando vedi qualcuno che distrugge dei monumenti, sgozza delle persone, che fa atti terrificanti, la prima cosa è dire ‘questo è il demonio’ quando sarebbe meglio capire le ragioni, i motivi. Quando capisci i motivi allora riesci a combattere il fenomeno in modo più accurato.

ImagePunaiset Prikaatit: Italian väkivallan vuodet 1970–1988

(INTO, 2015 http://www.intokustannus.fi/kirja/punaiset_prikaatit/)

Anton Monti terrà una presentazione in lingua inglese del suo libro alla libreria internazionale Arkadia (Nervanderinkatu 11 – Helsinki) sabato 21 Novembre alle 16:00.

(La Rondine - 19.11.2015)