Dai confini dell'impero 40
di Luigi G. de Anna   

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C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien. Dal mito pagano al cristianesimo

L’altra sera, mi è capitato in mano il DVD del film Narnia, il primo episodio delle Cronache di C.S. Lewis. Letteralmente. E’ stato come se, per virtù di magia, il genio della casa volesse farmi rivedere quel film. La citazione del “genio della casa” non è una immodesta citazione autobiografica, ma fa riferimento a quello che i buddhisti theravada di cui sono adepti i miei compagni di vita ritengono essere lo spirito che abita con noi, ci protegge, ci aiuta nei momenti del bisogno, ma anche fa scomparire proprio gli oggetti che stavamo cercando. Insomma, è la versione orientale del finlandese tonttu.

Il film era ovviamente in lingua originale. La lingua inglese è bella, e quella di Lewis, seppur edulcorata dalla produzione disneyana, lo è in modo particolare. Costretto dal freddo boreale di questo incipiente inverno a passare le serate accanto al caminetto, ho avuto una lunga discussione con un amico appassionato di letteratura fantasy. Da anni non fumo più l'erba-pipa e quindi il mio interlocutore partiva avvantaggiato, potendo avvolgersi in pensierose nuvole di fumo. La discussione era partita dai recenti fatti di Parigi: viviamo veramente uno scontro tra religione crsitiana e islamica? E quali sono i pilastri della nostra Fede?
A poco a poco la discussione è scivolata su due grandi rappresentanti del mondo accademico cattolico “settentrionale”, Tolkien e Lewis e di come, in maniera differente, abbiano guardato al cristianesimo. Infatti, se è ovvio che il leone Aslan di Narnia è la raffigurazione del Cristo (nel primo romanzo del ciclo muore e risorge), meno evidenti sono gli aspetti cristologici di Frodo, che comunque non mancano.

Clive Staples Lewis (1898-1963), che gli amici chiamavano Jack, era nato a Belfast in una famiglia di protestanti dell'Ulster. Studiò ad Oxford filologia classica ed inglese e servì tra il 1918 e il 1919 nel Somerset Light Infantry. Insegnò dal 1925 al 1954 al Magdalene College di Oxford, anno in cui gli fu conferita la cattedra di inglese medievale e rinascimentale a Cambridge, nello stesso College.

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Il suo interesse per il cristianesimo comincia a manifestarsi nel suo lavoro A Preface to Paradise Lost del 1942, col quale interpretava il poema di Milton in chiave di epica cristiana. Il suo rapporto col cristianesimo si rivela, sul piano narrativo, con Out of the Silent Planet del 1938, la storia di due scienziati che rapiscono un filologo portandolo sul pianeta Marte. In Perelandra, del 1943, troviamo una storia di tentazione demoniaca ambientata su Venere. Del 1940 e del 1942 sono due lavori più propriamente di carattere religioso, The Problem of Pain e The Screwtape Letters (dedicato a Tolkien; tradotto in italiano con il titolo Le lettere di Berlicche; nelle trentun lettere che il Diavolo scrive al nipote viene spiegato come si deve tentare l'uomo per farlo peccare). Per conoscere meglio il suo pensiero sarebbe però necessario leggere la sua autobiografia, Surprised by Joy del 1955. In essa Lewis scrive, ricordando l'amico e collega Tolkien, che "fin da quando sono venuto al mondo sono stato, seppur implicitamente, ammonito a non fidarmi mai di un Papista, e da quando ho messo piede alla facoltà di inglese sono stato ammonito, questa volta esplicitamente, a non fidarmi mai di un filologo". E, Tolkien, conclude Lewis, era cattolico e filologo.

I due si frequentavano nell'ambito di quel piccolo circolo di accademici che erano gli Inklings. In occasione delle loro riunioni leggevano parti dei propri testi. Tolkien era di solito il critico, e Lewis l'incoraggiatore. Avevano in comune lo stesso senso di avversione per la modernità. Ambedue non si interessavano ai giornali e alle notizie del giorno, ritenendo che la verità andasse cercata solo nei libri (poveretti, che cosa avrebbero detto di questa nostra era digitale?) I due si incontravano ad Oxford di solito di lunedì mattina, quando potevano trovare un'ora o due di tempo per bere assieme una pinta di birra. Qualche volta si vedevano anche la sera, se è il turno di riunione dei Kolbítar, un circolo di amici che si dedicava alla lettura delle saghe islandesi in lingua originale, al termine della quale veniva aperta una bottiglia di whiskey.

Nel loro ambiente, e tra gli studenti, Tolkien e Lewis erano noti per la loro mancanza di eleganza. Mentre Tolkien, divenuto benestante grazie ai suoi romanzi, si permetterà più tardi dei gilè un po' stravaganti, Lewis resterà sempre affezionato ai suoi pantaloni di fustagno che da tempo avevano perduto la piega. Si notava quindi la mancanza di una mano femminile nel suo ménage oxoniano. E' probabile che Lewis volesse reagire contro la moda dandy che aveva invaso Oxford all'indomani della fine della grande guerra, e che lui identificava con una evidente tendenza all'omosessualità. Le giacche di tweed, i pantaloni di flanella un po' stazzonati, le cravatte incolori erano insomma il loro modo di rifiutare l'invasione della moda "moderna" nella loro vita privata. Tolkien compensò tutto questo disegnando per il suo alternativo mondo fantastico raffinati costumi per i suoi personaggi e seppe decorare con sottili immagini elfiche i propri scritti.

In una cosa differivano: Lewis amava fare lunghe passeggiate in campagna, mentre Tolkien era un camminatore più pigro, e non si allontanava molto dai sobborghi di Oxford. Un vero Hobbit, insomma. Erano diversi anche nel modo di lavorare sui testi. Tolkien era pignolo, addirittura maniacale e non avrebbe mai fatto stampare un suo scritto senza rivederlo infinite volte, e questo spiega i ritardi nella pubblicazione del Signore degli Anelli e le discussioni con gli editori, mentre Lewis non rileggeva neppure quanto scriveva, desideroso di liberarsene al più presto. Curiosamente, Lewis è l'autore del necrologio di Tolkien, apparso sul Times, ma Lewis era morto esattamente dieci anni prima del suo amico, segno che i due avevano concordato di scriversi a vicenda il necrologio (ottima abitudine che impedisce di far dire a un collega cose poco gradite al futuro defunto).

Image Gli Inklings

Il sodalizio tra i due era nato a Oxford nel 1926 e si era rafforzato l'anno seguente appunto nell'ambito dei Kolbítar. L'amicizia aveva per ambedue un valore inestimabile. Il senso di fratellanza che ispira la Compagnia dell'Anello si ritrova nel saggio sull'amicizia che Lewis inserì nel suo libro The Four Loves. La comunanza esaltata da Lewis è tra uomini, come lo è quella di Tolkien. Questo ha portato qualcuno, erroneamente, ad accusare i due di misogenia (Lewis visse per molto tempo col fratello W.H. Lewis). In realtà si trattava per loro dell'antico sentimento di solidarietà che si riscontra nella letteratura nordica, il senso di cameratismo che unisce chi vive le stesse esperienze, anzi, le stesse avventure. La donna non appartiene a questo universo; quando essa entra in gioco prorompe l'amore (ed esso era entrato nella vita del giovane Tolkien come entrerà in quella di Lewis negli ultimi anni). Ma l'amore tra uomo e donna, nella sua delicatezza, nel suo trasporto, non è lo stesso che unisce due uomini. Naturalmente sulla loro generazione aveva esercitato un'influenza decisiva anche l'esperienza della grande guerra, quando i soldati restavano legati da un profondo rapporto di comunitarietà che era al tempo stesso un modo per difendersi e proteggersi. La Compagnia dell'Anello insomma nasceva, nella sua concezione fondamentale, nelle trincee della Somme. Ciò non aveva nulla a che fare con l'omosessualità (sarà bene ricordare che Frodo e Sam, Pippin e Merry sono stati accusati di latente "gaiezza").

Nei loro incontri del giovedì nello studio di Lewis, i due amici parlavano spesso di mitologia nordica e anche del Kalevala, di cui Tolkien era particolarmente appassionato. E' proprio questo riflesso di una cultura scandinavo-germanica che li accumunò all'inizio; essa però non si limitava alle gesta guerresche degli eroi nibelungici, ma comprendeva anche le storie d'amore, infatti uno dei primi testi che Tolkien diede a Lewis per averne un commento fu proprio la storia di Beren e Lúthien, di ispirazione kalevaliana, un lungo poema che aveva scritto e che riscrisse molte volte seguendo le correzioni impostegli da Lewis.
Lewis, da giovane, si era allontanato dalla fede luterana per diventare agnostico, o meglio per lasciarsi appassionare dal paganesimo, ma già nel 1926, quando incontra Tolkien, devoto cattolico, aveva iniziato la sua ricerca di Dio. Per anni, avvolti nelle nuvole di fumo delle loro pipe, discussero di Dio e di religione. Il punto fondamentale restava come legare il mito alla fede. Per Tolkien il mito conservava una scintilla della luce di Dio, quella verità eterna che illuminava il cammino dell'uomo. La luce del Silmarillion insomma era quella che ab aeterno guidava l'uomo. Il mito era una "sub-creation", attraverso la quale Dio parlava agli uomini di tutti i tempi e di tutte le età.

ImageLa notte del 19 settembre 1931, dopo una ennesima discussione con Tolkien ed un altro amico, Lewis si convincerà della bellezza del cristianesimo, al quale si riconverte, senza comunque abbracciare il cattolicesimo, ma tornando all'anglicanesimo, il che dispiacque molto a Tolkien.

Lewis si unì tardi in matrimonio, il 21 marzo del 1957. Sposò Joy Davidman, e lo fece per carità cristiana. Era malata di cancro. Jack non aveva voluto parlare di questo al suo amico e ogni volta che Tolkien aveva affrontato l'argomento (come Tolkien racconta a Katherine Farrer in una lettera del 1957), l'amico si era rifugiato in discorsi "letterari". Jack morì il 22 novembre del 1963. Con la morte di Joy era rimasto solo. Il funerale di Lewis, scrive Tolkien alla figlia Priscilla, era stato senza discorsi ufficiali e ad esso avevano partecipato solo gli intimi. Jack era partito per Narnia, attraversando quell'armadio dal quale non c'è ritorno, ma al di là del quale, almeno per i grandi scrittori, c’è una lunga valle fiorita.

(La Rondine – 19.11.2015)