Dai confini dell'impero 39
di Luigi G. de Anna   

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Anniversari della guerra del Vietnam. Sussurri e grida

Casuale il rimando ad uno dei capolavori di Ingmar Bergman, Sussurri e grida. In realtà è nostra intenzione, come sovente in questa rubrica, tornare a visitare il confine orientale dell’impero globale. Quest’anno ricorrono contestualmente gli anniversari della fine della prima guerra di Indocina (1955), dell’inizio dell’intervento militare americano in Vietnam (1965) e della fine della guerra (1975). In Italia se ne è parlato poco.

Forse perché gli anniversari servono oggigiorno a glorificare, a santificare gli avvenimenti, come è stato fatto con quello dell’Unità o della prima guerra mondiale o della Liberazione, elevando sugli altari della patria memoria, e di conseguenza sottraendoli all’esame critico, i fatti che hanno segnato la nostra storia d’Occidente, e non solo d’Italia. Gli anniversari servono anche a deliberare una verità storiografica, detta e scritta la quale, il fatto viene messo in cassaforte, blindato e chi osa riaprire quella cassaforte è tacciato di bieco revisionismo, o peggio, di negazionismo.
Oggi dunque vorrei parlare di quella lontana guerra del Vietnam, lontana geograficamente, ma non dalla nostra memoria, perché la mia generazione, che pare essere stata numericamente la più consistente, e di conseguenza la più petulante, ha un ricordo vivissimo di quegli anni Sessanta e Settanta. La storia della guerra si intreccia con quella del Sessantotto, della contestazione, della modernizzazione dell’Occidente. Marx, Marcuse, Che Guevara, Ho Chi Minh, Mao Zedong, i colonnelli greci, il golpe Borghese, le canzoni di Joan Baez e Simon and Garfunkel, i figli dei fiori, l’LSD e lo spinello, i capelli lunghi e l’amore libero, ah quante cose ha vissuto questa mia generazione...Se penso alla quiete dei giovani di oggi, ingolfati nei loro smartphone, mi sembra di aver vissuto i miei splendidi venti anni su un altro pianeta, forse, alle porte di Orion, dove balenavano i raggi mortali delle astronavi. Tanto per citare un film che ci fu tanto caro.
La mia mente torna alle guerre di Indocina, e non solo per via degli anniversari, ma del libro che sto scrivendo su Terzani e il Vietnam. L’inverno finlandese è alle porte e la fuga dell’immaginario verso i Tropici, è consolante. Conosco un po’ quei campi verde smeraldo delle risaie, quelle colline che sembrano essere state piantate lì dal Buon Dio dopo aver creato la Toscana (qualcuna forse gli era avanzata), quei boschi di altissimi bambù. E quel popolo, dal sorriso gentile. Mi è molto difficile immaginare che quello fu il teatro della più sconvolgente delle guerre moderne, con i suoi anni di battaglie e quelli, perfino più devastanti, del dopoguerra. Eppure fu così. Quell’Indocina che oggi si riempie di turisti fu il campo dello scontro tra Occidente e Oriente, tra comunismo e democrazia, stando almeno alle definizioni ufficiali. Ma fu anche lo scontro tra il senso umano della vita e la sua negazione più brutale.
Ieri sera, in una quieta sera dell’autunno di Turku, parlavo, nel giardino di casa mia, con Nöj, una cambogiana che da anni vive in Finlandia. Le chiedevo che cosa ricordasse degli anni terribili del governo dei Khmer rossi. Lei era bambina, si è schernita Nöj, vide così poco. “Vidi poco perché vivevamo sotto terra, nascosti, per anni”. In questo modo la famiglia si salvò. Poi fuggirono in Thailandia.
Non ho insistito nel chiederle che cosa avesse vissuto, il suo viso si era rabbuiato. Perché ricordare? Mi ha detto. E’ giusto, perché continuiamo a ricordare le tragedie del secolo lungo che fu il Novecento? A chi giova? Non ripete l’uomo immancabilmente gli stessi atti, gli stessi atti crudeli? Il ricordo, la memoria serve solo per scopi politici, per giustificare nuove oppressioni e nuove vendette.
Eppure io stesso ora sto ricordando, vorrei almeno cercare di ricordare quegli anni della lunga guerra di Indocina. E non posso non notare che abbiamo avuto altre guerre, in Iraq due volte, in Afghanistan, nella ex Iugoslavia, in Siria, e cito solo le più mediatiche, eppure di esse i media non ci trasmettono le stesse immagini che ci avevano inondato dall’Indocina. Né, e questo mi sembra ancora più importante, l’opinione pubblica occidentale ha assunto quell’atteggiamento di critica e addirittura di rivolta che ebbe nei confronti della partecipazione americana alla guerra del Vietnam. Non vedo nessuna dimostrazione pubblica per difendere afghani o siriani, non vedo nessuna protesta per far rimandare a casa i soldati che l’Occidente spedisce nei quattro angoli del mondo. Come mai? Non ci fa più orrore la morte delle popolazioni civili? Quante My Lai ci sono state negli ultimi due decenni? Cosa è successo alla coscienza degli americani, perché è ovvio che sono loro il motore di tutte queste guerre? Non piangono più i loro morti come fanno scorrendo le mani sul muro di granito nero del Memorial di Washington? Certo, i caduti delle guerre americane del XXI secolo sono molti, vengono sepolti con gli stessi rituali, ma, piegata la bandiera e consegnatala alla vedova, ce ne torniamo tutti a casa, silenziosi e distratti.
Perché fu diverso il Vietnam? Perché quei soldati erano giovani di leva, in gran maggioranza meno che ventenni? Può darsi. Perché dall’altra parte stava un popolo che voleva liberarsi dall’imperialismo? Può darsi, ma l’imperialismo occidentale esiste ancora ed è una delle cause fondamentali della rivolta, per reazione, del fondamentalismo. Alla fine mi accorgo di non saper rispondere, mi dispiace.

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Ma so che da quella guerra di Indocina uscirono romanzi, canzoni, film, che il Medio Oriente, o l’Afghanistan non hanno prodotto se non in poca misura. Forse il Franco tiratore di Clint Eastwood ha aperto un nuovo filone di successo, ma anche se fosse così, non sentiremmo mai quelle guerre come “nostre”. Così non fu per il Vietnam. Il romanzo che più amo a dire il vero è ambientato nella Saigon della prima guerra di Indocina: The Quiet American (1955) di Graham Greene, che racconta di un anziano giornalista, Thomas Fowler, la cui congaï (l’amante o “moglie minore”) Phuong lo lascia per seguire appunto l’americano tranquillo, Alden Pyle, in realtà un agente dei servizi segreti americani che appoggiano la “terza forza” antifrancese per prendere il posto della Francia in Vietnam. Del romanzo, che ebbe molto successo, ma venne aspramente criticato in America, ne abbiamo due versioni cinematografiche (1955; 2002). Tiziano Terzani scrive che tanti avevano cercato di imitare quel romanzo senza però riuscirci. “Pensa, The Quiet American è l’unico grande romanzo che è stato scritto sulla prima guerra di Indocina, per cui il sogno di tutti era di scriverne un altro così. Tutti, tutti scrivevano e non ne uscì niente” (1).
Se l’America e l’Europa poco produssero in letteratura, inondarono invece i nostri schermi cinematografici. Film come The Deer Hunter (Il cacciatore, 1978) di Michael Cimino, o Apocalypse now (1979) di Francis Coppola, o Full metal jacket di Stanley Kubrick (1987) possono essere considerati come la vera, forse unica espressione artistica che ha prodotto questa guerra.

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Il 25 aprile cade Saigon. Chi può, fugge. E’ una delle tante, indecorose fughe di chi perde una guerra (e noi italiani purtroppo abbiamo ben contribuito alla scenografia). Michel Cimino in The Deer Hunter ce ne ha dato, nelle scene finali, una immagine magistrale. La fuga di tanti saigonesi compromessi con il regime militare, le case che bruciano e lì, come un simbolo della morte che non finisce mai di prendersi le sue vittime, i giocatori della roulette russa. Cimino, inserendo in questa parte del film un vecchio colono francese, il quale fa da guida a Michael che sta cercando l’amico Steve, lega il passato al presente dell’Indocina che si consuma ora nella sua ultima tragedia.
Un altro esempio di questa tipologia ci è fornito da Francis Coppola nella versione integrale di Apocalypse now. Il capitano Willard, in viaggio alla ricerca del colonnello Kurze, scomparso nella giungla cambogiana, si ferma presso una piantagione difesa dalla famiglia di Hubert de Marais, discendente degli antichi proprietari francesi, che non ha intenzione di abbandonare l’Indocina. Ancora un esempio in Indochine del regista Régis Wargnier (1992), la drammatica storia di una francese proprietaria di una piantagione di alberi della gomma e della figlia adottiva, una principessa annamita, ugualmente legata ai valori della civiltà coloniale francese. Questa era l’immagine nata col colonialismo ottocentesco, scaturita culturalmente dalla grande letteratura inglese dell’epopea imperiale. E’ il Conrad di Lord Jim, che ricordava gli avventurieri olandesi che si erano spinti nel Sud-est asiatico alla ricerca del pepe, “la bizzarra ostinazione di quella bramosia li rendeva pronti a sfidare la morte in mille forme; i mari sconosciuti, le malattie strane e ripugnanti; ferite, prigionia, fame, pestilenza, e disperazione. Li rendeva grandi! In nome del cielo! li rendeva eroici; e li rendeva commoventi, anche in quel loro appetito insaziabile di negozi mentre la morte inflessibile riscuoteva il suo pedaggio su giovani e vecchi”.
Nella letteratura e nel cinema il soldato occupa, logicamente, il posto di protagonista. Essendo la produzione soprattutto hollywoodiana, la prospettiva immancabilmente è quella americana; come nei vecchi film del West, l’indigeno è solo una comparsa, da abbattere a fucilate come fossero birilli di un luna park. Ci colpisce in modo particolare la lettura che il cinema ha dato della donna indocinese.
Il suo ruolo, fatta qualche eccezione, è marginale, ma è proprio questa marginalità rispetto al ruolo assunto dal maschio guerriero, che ci interessa, acquistando un suo preciso significato. Come abbiamo detto, si tratta di film che vengono dagli Stati Uniti e in minor misura dalla Francia, mentre la produzione vietnamita è stata di minor quantità, e per di più raramente è arrivata in Occidente.
Il primo film occidentale dedicato alla guerra è stato La 317e section (317° battaglione d’assalto, 1965) del regista francese Pierre Schoendoerffer, che racconta la disperata ritirata di un plotone di soldati francesi e cambogiani dopo la caduta di Dien Bien Phu. Data la natura della narrazione, la donna non vi compare, a parte una indigena delle montagne che accompagna, a seno nudo, come è costume nel loro modo di abbigliarsi, per un tratto i soldati come guida e una che aiuta un ferito a fumare oppio. In un dialogo tra il tenente comandante della pattuglia e il sottufficiale che la porterà alla salvezza (una ex SS alsaziana), il maresciallo parla delle ragazze vietnamite dandone una definizione che ne sintetizza i pregi, “belle, dalla pelle liscia e senza peli”.

Hollywood da parte sua inizia il filone “Vietnam” con un film che susciterà alla sua uscita nel 1968 proteste e acclamazioni, The Green Berets (Berretti verdi), che ha come protagonista John Wayne, che ne è anche il regista insieme a Ray Kellog. In questo film compare la nipote di un ufficiale vietnamita, che si concede al comandante comunista per permettere al commando americano di penetrare nel campo nemico. E’ l’unico film di successo che potremmo definire di propaganda filo-americana, seguirà poi il filone dei vari Rambo e Chuck Norris (Missing in Action del 1984 di Joseph Zito) alla ricerca dei prigionieri di guerra detenuti dopo la fine del conflitto, ma questi appartengono ad un altro genere.
Il debutto, per così dire, della donna vietnamita nella cinematografia è legato, per quanto possa sembrare strano, a un’attrice italiana, Giorgia Moll, che nel 1958 interpretava il personaggio di Phuong nel film che Hollywood aveva tratto dal romanzo di Graham Greene The Quiet American. La impersonificazione di Phuong, ragazza dolce e delicata che dopo l’assassinio di Pyle da parte dei vientminh tornerà da Fowler, fatta da un’attrice italiana, è assai poco credibile, anche esteticamente, ma rientrava comunque nei canoni del cinema americano, che dipingeva letteralmente di scuro gli attori “visi pallidi” per farli apparire pellerossa.

Le prime fasi dell’intervento statunitense sono lo sfondo di Go tell the Spartans del regista Ted Post (1978), basato sul romanzo di Daniel Ford Incident at Muc wa, che in parte segue nello spirito bellicista i Berretti verdi. In questo film, il maggiore Barker, impersonato da un anziano Burt Lancaster, è al comando di consiglieri militari americani che nel 1964 devono rioccupare, insieme ai sudvietnaminti, un poste a suo tempo costruito dai francesi (cui si riferisce il titolo del film) sterminati nel tentativo di difenderlo. La donna, ancora una volta, fa solo una rapidissima apparizione, prima come guerrigliera vietcong uccisa in battaglia e poi come ragazza viet che aspetta a lungo sotto la pioggia, non ricambiata, il buon caporale americano, il quale è l’unico sopravvissuto dei novelli spartani, risparmiato dal capo vietcong al quale, allontanandosi dal campo di battaglia mentre il guerrigliero abbassa il fucile rivolge la fatidica frase “I am going home, Charlie” (2). Forse nessuna frase, seppur nella finzione cinematografica, è stata meno veritiera di questa.
Cinque premi Oscar ottenne Full metal Jacket (1987) di Stanley Kubrick, ambientato, per la parte vietnamita, durante l’offensiva del Tet. Anche qui compare la oramai tradizionale prostituta, condotta al campo americano da un militare vietnamita, che si rifiuta di accompagnarsi a un afroamericano ritenendolo troppo “dotato”. La ragazza parla nell’inglese delle vietnamite che avvicinano i GI americani. Compare però anche, e questo è veramente raro per un film americano, la ragazza guerrigliera, che tiene sotto tiro la pattuglia nemica dalla finestra di un edificio diroccato.
Diversa dallo stereotipo è la ragazza saigonese di cui si innamora il soldato disc-jokey in una base americana impersonato da Robin Williams in Goodmorning Vietnam del 1987, film di Barry Levinson. Timida, scontrosa, accetta il corteggiamento dell’americano solo fino ad un certo punto e alla fine lo rifiuterà, come la sua terra rifiuterà gli americani.
Quella che domina nel cinema è la figura della prostituta, rinchiusa, come anche l’uomo, in una gabbia di stereotipi (la prostituta, la guerrigliera, il soldato comunista che non ha né nome né personalità, il sud-vietnamita corrotto e infido).
Come abbiamo visto, la prospettiva cinematografica da cui guardiamo alla guerra del Vietnam si basa quasi esclusivamente sui film di Hollywood. L’impostazione concettuale è di conseguenza quella americana, con la tipica divisione dell’umanità tra buoni (gli americani) e cattivi (chi osa sfidarli). Certo, i registi più “impegnati” inseriscono nelle loro opere alcune tematiche di critica e perfino di rigetto della politica del loro Paese, ma questa simpatia che sentono per le vittime americane del conflitto non si comunica al nemico. E’ infatti sintomatico che nelle scene di battaglia si osserva la sofferenza dei GI, caduti o feriti, mentre dall’altra parte i nord-vietnamiti e i vietcong cadono come birilli, nella tipica formulazione cinematografica che fa dell’eroe uno sterminatore dei cattivi, come si è sempre visto nei film di Hollywood, dall’epopea delle guerre indiane, al secondo conflitto mondiale. E se qualche personaggio “nemico” acquista umanità, questo succede solo a guerra finita, quando i veterani di una parte incontrano quelli dell’altra, come in Going back di Sidney J. Furie (2000).

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In conclusione, l’immagine predominante che si ricava della donna vietnamita nei film americani è sostanzialmente quella della prostituta, anche se costei è vista con un certo senso di pietà, come nel musical Miss Saigon, che riprende la trama di Madama Butterfly di Giacomo Puccini. Questa raffigurazione ha però radici nella cultura vietnamita, data la posizione che le concubine (le congaï, in Thailandia chiamate mia noj, piccola moglie) e le prostitute avevano nella società tradizionale, basti pensare al poema epico vietnamita dei primi dell’Ottocento che racconta la vita di Thúy Kieu, una giovane che si prostituisce per aiutare la famiglia. Questa situazione è molto comune nella società indocinese, dove le ragazze delle famiglie povere ancora oggi sono a volte avviate alla prostituzione per poter mantenere la famiglia. Questo porta ad una umana comprensione da parte degli indocinesi stessi, che non guardano alla prostituzione con lo stesso nostro giudizio di condanna morale. Inoltre, in Vietnam la poligamia fu ufficialmente abolita solo nel 1958, ma la pratica continuò anche dopo questa data. Questo spiega, secondo Bernard Fall, perché l’estrema facilità dei rapporti sessuali sia “accettata con naturalezza da tutti, e quindi alcuni ritengono che non rappresenti affatto un problema come in molti altri paesi. Ad esempio la Pagoda delle Signore, vicino al Grande Lago di Hanoi, esponeva il seguente cartello all’interno dell’ingresso, molto esplicito nella sua essenza: ‘E’ formalmente vietato a tutti gli innamorati di portare le loro concubine in questo tempio per farvi all’amore. Questo è un luogo sacro’” (3). Se la religione buddista proibisce severamente i rapporti tra monaco e donna, tanto che costei neppure può toccarlo, essa è in ugual misura liberale rispetto alla morale sessuale quando i rapporti riguardano uomini e donne laici. Se il rapporto fisico non comporta problemi di natura morale, come appunto dice Bernard Fall, la fisicità in sé non è vista con pari liberalità, infatti in Indocina gli innamorati o le coppie sposate non si esibiscono in effusioni pubbliche, né si tengono per mano, atti considerati essere imbarazzanti e impropri. Ugualmente non si vedrà su una spiaggia una donna indocinese prendere il sole senza reggiseno.
C’era però in Indocina una figura di donna, magari matura, molto popolare. Ad esempio Madame Chantal. “Madame Chantal era una sino-khmer, cioè una cambogiana dalla pelle chiara. Era stata in uno dei più grandi bordelli dell’Indocina, frequentato dai generali francesi, e poi si era messa in proprio. Aveva aperto una fumeria che era la più spartana che tu possa immaginare, un po’ fuori dal centro, fuori dalle strade principali”. In quella casupola di paglia e di legno poggiata su palafitte sopra un piccolo stagno, vicino Phnom Penh, andava anche Tiziano Terzani. “Si arrivava, si bussava, lei guardava da uno sportellino per vedere chi era. Ah, Monsieur Moustache!”. Tiziano, il Signor Baffo, entrava, si spogliava, indossava il sarong e si sdraiava in uno di quei cubicoli coperti da una stuoia in paglia colorata. “Nient’altro. Stavi lì disteso e poi arrivava lei. Si sedeva nella posizione del loto e cominciava a preparare le pipe con una cerimonia delle più esoteriche immaginabili. Era come una sacerdotessa, grassa, di pelle bianca, illuminata solo da questa lampada magica. Si muoveva con le ombre, ieratica, assente, come una divinità. Una divinità. Prendeva con due aghi l’oppio raffinatissimo e lo bruciava su piccole lampade magiche. Il suo era veramente un rito” (4).
In alcune delle fumerie del Vietnam lavoravano agenti del vietminh, ma i comunisti impiegarono le donne soprattutto nei reparti combattenti e in vari compiti di supporto. Le più giovani si arruolavano nella Gioventù di sorveglianza, svolgendo compiti di pattuglia, individuando le bombe inesplose e assicurando che il coprifuoco venisse osservato.
Bernard Fall racconta un episodio divertente, riferito ad un giovane capitano francese che in una certa occasione si trovò a dover affrontare una situazione per la quale l’Accademia si Saint Cyr non lo aveva preparato. “In Indocina, dove i contadini, siano essi uomini che donne, indossano abiti e copricapo quasi identici e dove le donne sono quasi senza petto come gli uomini, i guerriglieri comunisti si facevano spesso passare per donne quando venivano bloccati. Il giovane ufficiale un giorno si trovò dunque di fronte al problema di identificare se il fermato fosse uomo o donna, e non sapeva come comportarsi. Chiese consiglio al comandante del reparto che gli urlò “cacci la mano in mezzo alle gambe, capitano!”. E qui abbiamo forse il primo esempio di femminismo applicato alla guerra di Indocina. Il messaggio radio venne infatti captato dall’operatore francese, addetto al controllo del traffico radio, che era, come molti operatori radio, una donna. Costei inoltrò una vibrata protesta al comando, ritenendo lesivo della dignità femminile l’ordine dato dall’ufficiale. Il comandante allora confermò che l’ordine era stato effettivamente dato, ma che era nella forma sbagliata, e avrebbe dovuto essere “Per favore, inserisca la mano nella vagina-ammesso che ce l’abbiano-dei ribelli sospetti” (5).

Image Una certa precauzione era comunque opportuna, infatti durante la guerra del Vietnam, ci furono casi di soldati americani uccisi da ragazze che nascondevano granate nel reggiseno (6).
Molte sono le foto di donne che divennero l’emblema della tragedia indocinese, sia stata essa soldato, o madre di famiglia, o prostituta. Ne ricorderemo solo una meno nota, pubblicata nell’edizione italiana del libro di Stanley Karnow. Ritrae un soldato nordvietnamita ucciso durante la battaglia di Hué. Giace con gli occhi spalancati. Per terra, i bossoli delle pallottole che ha sparato fino all’ultimo; accanto a lui la foto di una bambina che sorride. E’ sua figlia, e per la sua libertà ha dato la vita.

NOTE
(1) T. Terzani, La fine è il mio inizio, a cura di Folco Terzani, Milano 2014: 168.
(2) Charlie è uno di nomi che i soldati americani davano ai vietcong.
(3) B. B. Fall, Dall’Indocina al Viet-Nam: storia di due guerre, Milano 1968: 125.
(4) La fine è il mio inizio: 171-172.
(5) Fall, 1968:244.
(6) S. Karnow, Storia della Guerra del Vietnam, Milano 2010: 13.

(La Rondine - 27.10.2015)