Caravaggio e i bravi
di Nicola Rainò   

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Una nuova teoria sulla persecuzione che portò il pittore alla morte

Il Caravaggio e l’Ordine di Malta è il titolo con cui esce dall’editore Solfanelli di Chieti la nuova edizione dell’ultima monografia di Luigi G. de Anna (248 pagg.; 18 euro). Una prima, limitata edizione, era uscita nel 2011 per conto delle Pubblicazioni di lingua e cultura italiana dell’ Università di Turku. Il volume era nato in origine sulla scia delle celebrazioni avvenute nel corso del 2010 per il quattrocentesimo anniversario della morte del Caravaggio, passato, in Finlandia però del tutto, o quasi, inosservato.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, era nato a Milano probabilmente il 29 settembre del 1571 da una famiglia abbastanza modesta. Il padre, Fermo, era comunque stato un mastro muratore, o secondo alcuni, un architetto, mentre la madre Lucia era figlia di un funzionario dell’amministrazione del Comune di Caravaggio. Nel 1576 Fermo si era infatti trasferito con la famiglia da Milano a Caravaggio per sfuggire l’epidemia di peste bubbonica che aveva colpito la città.
Il periodo più felice nella vita di Michelangelo Merisi fu certamente quello romano (1600-1606), ricco di commissioni e di affermazioni, ma anche di polemiche e di ostilità dei colleghi. Questi anni sono segnati da risse, liti con altri pittori e arresti da parte della polizia pontificia. Della settantina di faldoni contenenti i documenti storici in cui si trova il nome del Caravaggio, custoditi nell’Archivio di Stato di Roma, la maggior parte riguarda proprio le traversie giudiziarie del Merisi, che lo portarono spesso in prigione. Come ricorda de Anna, i contrasti del Caravaggio con la giustizia romana sembrano essere cominciati il 4 maggio del 1598, quando viene arrestato nel centro di Roma: «Io fui preso hier sera circa dui hore de notte tra piazza Madama, et piazza Navona perché portavo la spada quale porto per esser Pictore del Cardinale Del Monte che io ho la parte dal cardinale per me et per il servitore et alloggio in casa».
Il Caravaggio, continua de Anna, era del resto riuscito a rendersi inviso a buona parte dei colleghi, infatti così lo descrive il Baglione, uno dei suoi biografi: «Michelangelo Amerigi fu uomo Satirico, e altiero; ed usciva talora a dir male di tutti pittori passati, e presenti, per insigni che fossero, poiché a lui parea d’aver solo con le sue opere avanzati tutti gli altri della sua professione. Anzi presso alcuni si stima, aver’esso rovinato la pittura […]».
Il Caravaggio a Roma si lascia dominare dal suo carattere, «fiero, irrequieto, turbolento, sensuale, attaccabrighe», come lo definisce Fortunato Bellonzi, altro suo biografo.
L’evento che segnerà definitivamente la vita del Caravaggio, creando le premesse per il suo arrivo a Malta, è l’uccisione, il 28 maggio del 1606, di Ranuccio Tomassoni. In conseguenza di questo dovrà lasciare Roma in tutta fretta, trovando rifugio a Napoli, dove giunse il 6 ottobre del 1606.

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Nella città partenopea trova subito molte commissioni, e lavora con entusiasmo. Nonostante questo successo, deciderà comunque di proseguire per Malta. Perché? Gli storici non hanno saputo dare una risposta soddisfacente. La risposta che dà de Anna è che Michelangelo teme qualcosa o qualcuno e Malta rappresenta per lui il rifugio ideale.

Una delle pagine più interessanti della biografia di Michelangelo Merisi riguarda la sua permanenza a Malta, dove regnava l’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, conosciuto appunto come Ordine di Malta. Il Caravaggio giunge alla Valletta, proveniente dalla Sicilia, il 12 luglio del 1607 e vi sbarca il giorno seguente, come richiedevano le regole portuali. E’ oggi comunemente accertato che si era imbarcato su una delle galee della carovana giovannita di cui era comandante Fabrizio Sforza Colonna, la cui famiglia era in ottimi rapporti col pittore.
E’ possibile che il Gran Maestro dell’Ordine di Malta, Alof de Wignacourt, conoscendo i precedenti di Michelangelo, pensasse che avrebbe potuto ottenere un buono scambio offrendo al Merisi il cavalierato in cambio di una prestazione, infatti costui, secondo de Anna e altri studiosi, pagherà con la Decollazione di San Giovanni Battista il suo ingresso nell’Ordine.

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A Malta era del resto giunta la fama del Caravaggio, certamente propagandata dai suoi protettori italiani, e questo può aver convinto il Gran Maestro Wignacourt ad accoglierlo anche se Caravaggio non era nobile. Inoltre, scrive de Anna, Wgnacourt era certamente al corrente del crimine di cui era incolpato il pittore a Roma. Questo potrebbe essere confermato dalle due lettere che il Gran Maestro invia il 29 dicembre del 1607 ai suoi rappresentanti diplomatici a Roma, con le quali chiede loro di fare i necessari passi per ottenere la dispensa papale. Da parte sua, Il Caravaggio dovette trovare la prospettiva di diventare Cavaliere estremamente allettante perché da una parte lo metteva definitivamente sotto la protezione del potente Ordine e dall’altra lo gratificava di quella nobiltà che i natali non gli avevano concesso.
Michelangelo si mette subito all’opera, anche per rendersi meritevole nei confronti del Gran Maestro dell’Ordine, Alof de Wignacourt (1547-1622), che regnò dal 1601 al 1622, di cui dipinse un famoso ritratto in cui lo rappresenta in tutto il suo splendore di capo militare, vestito dell’armatura, mentre un paggio regge l’elmo; dipinto oggi conservato al museo del Louvre.Image
Michelangelo entrò dunque a far parte dell’Ordine il 14 luglio del 1608 come Cavaliere di Obbedienza. La militanza del Caravaggio fu però brevissima, infatti prima della fine di agosto, probabilmente il 28, è rinchiuso nel Forte S. Angelo a Birgu, l’antica capitale, oggi Vittoriosa, una delle principali fortezze di Malta, accusato di rissa, un reato dalle gravi conseguenze data la severa disciplina che regolava la vita dei Cavalieri a Malta.
La colpa del Caravaggio consisteva però semplicemente nell’aver partecipato, insieme ad altri sei Cavalieri, il 18 di agosto ad un “tumulto” notturno. Alcuni di loro avevano cercato di sfondare la porta della residenza di un confratello. Oggi conosciamo il suo nome: Fra’ Prospero Coppini. Non sono dati altri dettagli, ma in seguito si preciserà che nella chiassata l’astigiano Fra’ Giovanni Rodomonte Roero, conte della Vezza, era rimasto ferito. Caravaggio viene messo in prigione, ma non vi resterà molto. Il 27 novembre, il Consiglio viene informato ufficialmente della fuga del Caravaggio dal Forte S. Angelo, ragion per cui ordina la convocazione dell’Assemblea affinché agisca di conseguenza applicando la privatio habitus («contra dictum fr(atr)em Michaelem Angelum Marrese de Caravaggio procedatur ad privationem habitus»). Il rapporto conferma che Michelangelo si era allontanato sine licentia dal carcere dove era detenuto su istanza del Procuratore fiscale e aveva lasciato Malta. Il Caravaggio non venne dunque privato dell’abito per la sua partecipazione alla rissa, ma per avere abbandonato l’isola senza permesso, in pratica, per aver disertato.
Il 1° dicembre del 1608 viene pubblicamente messa in atto la privatio habitus, che si conclude con la sua espulsione dall’Ordine “tamquam membrum putridum et foeditum”.
Michelangelo era evaso dal carcere di Forte S. Angelo verso la fine di settembre, ma solo il 6 ottobre il Venerabile Consiglio prende atto della fuga, e cioè quando il pittore con tutta probabilità era già al sicuro a Siracusa.
Nella città siciliana fu ospite di un suo vecchio e fedele amico del periodo romano, il pittore Mario Minniti. Il Caravaggio, dopo una probabile sosta a Licata, raggiunse poi Messina e Palermo, dove dipinse quasi freneticamente. Alla fine della sua permanenza in Sicilia durata circa nove mesi torna, nell’estate del 1609, a Napoli, dove poteva godere dell’appoggio dei Colonna.
La vita del Caravaggio terminerà in maniera tragica e le circostanze e i motivi della sua morte suscitano ancora oggi, anzi, soprattutto oggi, interrogativi e polemiche. Morì all’età di trentanove anni in prossimità di Porto Ercole nella penisola dell’Argentario il 18 luglio del 1610.
Michelangelo si era imbarcato a Napoli su una feluca diretta a Porto Ercole con l’intenzione di raggiungere Roma, seppur non direttamente. La feluca, una specie di postale, faceva settimanalmente il tragitto tra Napoli e la località dell’Argentario. Michelangelo era stato evidentemente informato che la grazia papale sarebbe presto arrivata e quindi poteva finalmente fare ritorno nella città che lo aveva reso famoso.Secondo i biografi secenteschi, Michelangelo sbarcò in una spiaggia che costoro ritengono essere nelle vicinanze di Porto Ercole. Qui venne arrestato dalle guardie che Bellori definisce spagnole, probabilmente per un errore di persona o perché sprovvisto di documenti di identificazione. Liberato, insegue freneticamente la feluca, che trasporta le tele che deve portare a Roma, probabilmente per donarle al pontefice che lo aveva graziato.
Così Bellori descrive la disperata corsa: «Onde agitato miseramente da affanno, e da cordoglio, scorrendo il lido al più caldo del Sole estivo, giunto a Porto Ercole, si abbandonò, e sorpreso da febbre maligna, morì in pochi giorni».

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Se i resti trovati nel luglio del 2010 dall’équipe di Silvano Vinceti sono effettivamente quelli del pittore, potremo finalmente rispondere all’interrogativo: “quale fu la causa della sua morte?”. La domanda non è legata soltanto ad un interesse di tipo storiografico, ma anche ad una ipotesi che va ben al di là della morte per malattia: l’omicidio.
E per questo motivo de Anna torna all’episodio del duello avvenuto a Roma tra Michelangelo e Ranuccio Tomassoni il 28 maggio del 1606.

Quella dei Tomassoni è una famiglia di notabili di Terni, che nel XVI secolo era riuscita ad elevarsi ulteriormente di rango grazie alla pratica delle armi sotto la bandiera dello Stato della Chiesa e di altri principati. Tra di loro eccellono Alessandro, generale ed architetto militare, suo fratello Lucantonio, Raimondo, suo fratello Enea e altri dello stesso ceppo.

Su Ranuccio, Luigi de Anna si sofferma a lungo. Costui faceva parte di un vero e proprio clan, costituito da lui e dai suoi quattro fratelli, e dai loro parenti e sodali, che praticava senza ritegno la violenza a Roma, approfittando anche dell’impunità, o quasi, di cui godeva Giovan Francesco Tomassoni, capo degli sbirri del Campo Marzio.

Le ragioni del duello sono state esaminate da molti studiosi. Con tutta probabilità si trattò di un regolamento di conti tra, direbbe Pier Paolo Pasolini, ragazzi di vita. Infatti sia il Caravaggio che il giovane Ranuccio frequentavano lo stesso quartiere e le stesse donne. Ranuccio era un vero e proprio sfruttatore delle prostitute, e alcune di esse servivano come modelle, e forse non solo come tali, al Caravaggio. I due dunque si battono, Ranuccio ha la peggio, resta ferito gravemente e poi muore tra le braccia dei fratelli. Michelangelo fugge. Ma i fratelli Tomassoni, questo è il nucleo originale ed estremamente interessante del libro di de Anna, vorranno vendicarsi. La minaccia che il Caravaggio sente come seguirlo ovunque, tanto da farlo approdare a Malta dove starà al sicuro, non è frutto della fantasia del pittore. E dopo la fuga da Valletta questa paura si fa terrore. Uno studioso dell’università di Napoli, Vincenzo Pacelli, imitato anche da altri, ha sostenuto che furono i Cavalieri ad inseguire il Caravaggio prima in Sicilia, poi a Napoli e perfino a Porto Ercole, dove lo avrebbero ucciso.

ImageDe Anna, in maniera del tutto convincente, smonta questa teoria della “vendetta dei Cavalieri”, e propone invece come “persecutori” i fratelli Tomassoni, dei veri e propri “bravi” della loro epoca. Sono probabilmente loro, aggiunge de Anna, a ferire il Caravaggio a Napoli, senza riuscire ad ucciderlo.
Il libro insomma, è un approfondito saggio di storia, ricchissimo di note e di bibliografia, ma si legge come un romanzo di avventure. Proprio come fu la vita del Caravaggio.

(La Rondine - 7.10.2015)