Dai confini dell'impero 37
di Luigi G. de Anna   

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Kekkonen oggi: gli incerti eredi del "finlandizzatore"

La storia del secondo Novecento è in Finlandia dominata da un personaggio su cui ancora molto si discute: Urho Kekkonen. Nato nell'anno 1900, fu presto attivo in politica, prima nelle associazioni studentesche e dal 1936 come deputato del Maalaisliitto, il partito dei piccoli proprietari agricoli.

Laureatosi in legge, ebbe, come molti finlandesi, una vera passione per lo sport, tanto da primeggiare a livello nazionale nella gare di salto in alto. Tra il 1930 e il 1932 fu presidente del Suomalaisuuden Liitto (la Lega della finlandesità), da cui si dimise quando questa passò sotto il controllo dell'Akateeminen Karjala-Seura, il movimento studentesco filofascista.

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Kekkonen quindi non rientra nel novero dei politici finlandesi che sentirono il richiamo del fascismo italiano, il quale negli anni Trenta aveva stabilito ottime relazioni con i circoli nazionalisti e antibolscevichi del Baltico nord-orientale nonché con alcuni intellettuali di fama, come V. A. Koskenniemi, poeta e professore universitario, grande ammiratore dell'Italia fascista. Nel 1936-37 Kekkonen occupò il posto di ministro della giustizia nel governo composto da agrari e socialdemocratici e fu in seguito, fino al 1939, ministro degli interni. Tornò ad occupare la poltrona di ministro della giustizia dal 1944 al 1946 e fu uno dei pochi ministri che volevano continuare la guerra contro l’URSS nel 1944. Nel 1948-50 fu presidente del parlamento e primo ministro tra il 1950 e il 1956. Diventò presidente della repubblica nel 1956, venendo rieletto fino al 1978, grazie anche ad una legge fatta su misura per permettergli di restare in carica. Nel 1981 dovette ritirarsi dalla presidenza a causa di una grave malattia. Indro Montanelli lo chiamò "il finlandizzatore", ricorrendo ad un termine coniato da Franz-Joseph Strauss negli anni Cinquanta per indicare la politica di rispetto degli interessi sovietici perseguita da Kekkonen, il cui intento fu appunto quello di mantenere la sostanziale indipendenza della Finlandia e il suo sistema democratico di tipo occidentale, a prezzo però di una acquiescenza pressoché totale nei confronti del potente vicino, sia negli anni difficili della guerra fredda che in quelli già meno turbolenti del dopo Kruscev.

Kekkonen dominò la politica interna in maniera quasi dittatoriale. Il suo carattere era peraltro tale da portarlo a scatti d’ira, a nutrire rancori e segrete vendette. Mi ricordo che Tauno Nurmela, grande italianista e già rettore dell’università di Turku, nonché accademico di Finlandia, ebbe con Kekkonen un contrasto pubblico, nel corso del quale Nurmela disse che Kekkonen non era “un gentleman”, il che non voleva significare che non sapesse comportarsi, ma che non aveva quella formazione culturale europea che faceva invece di Nurmela, seppur finlandesissimo di Viipuri, il vero “gentiluomo” della Finlandia fine anni Sessanta.

Kekkonen non permise lo sviluppo di una vera opposizione interna, giustificando il rifiuto di ammettere il partito di destra al governo (il Kokoomus) con le esigenze, appunto, che la politica di amicizia con l’URSS imponevano. In realtà, sembra oggi chiaro agli storici, Kekkonen sfruttò la paura di un intervento sovietico, delle cui probabilità e possibilità, anche in occasione della famosa “crisi della notte del gelo”, si resta altamente scettici, proprio per mantenersi al potere emarginando i possibili concorrenti presentandosi al Paese come l'unico in grado di gestire il difficile rapporto con Mosca.

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Il suo modo di mantenerlo resta peraltro famoso. Lunghe saune e lunghe bevute di vodka con i capi del Kremlino. E Kekkonen non era mai il primo a crollare. Pare che una volta dopo una sauna ci fosse stato un alterco tra Kekkonen e Kruscev, evidentemente ben bevuti, e che i due fossero venuti addirittura alle mani. Quando un giornalista chiese a Kekkonen se era vero che erano volati ceffoni, egli rispose alzando le spalle: "non lo so, ma io non li ho presi".

Altrettanto note sono rimaste le partite di pesca al salmone cui invitava i capi di stato stranieri e le sue sfuriate contro chi sgarrava dalla sua linea politica. Gli storici stanno ora rileggendo in senso critico questo periodo kekkoniano. Una diecina di anni fa uscì un libro di Hannu Rautkallio e Lasse Lehtinen sul processo ai criminali di guerra finlandesi che nell'autunno del 1945 furono posti sul banco di accusa per volontà, si è sempre creduto, del capo della commissione di vigilanza sovietica, Andrei Zhdanov. A giudizio dei due storici, in realtà fu Kekkonen a sollecitare il processo, che forse i sovietici neppure avrebbero voluto iniziare. In questo modo Kekkonen si sarebbe sbarazzato di una classe politica che poteva essergli di ostacolo nella sua scalata al potere e al tempo stesso si sarebbe messo in una luce favorevole agli occhi dei sovietici.

ImageIl processo si concluse il 21 febbraio del 1946 con la condanna dell'ex presidente della repubblica (quello che aveva guidato il paese nelle guerre del 1939-1940 e 1941-1944) Risto Ryti a dieci anni di carcere duro, mentre i suoi più stretti collaboratori venivano condannati a pene varianti tra i due e i sei anni. H. Ramsay, T. Reinikka, A. Kukkonen, E. Linkomies, J.W. Rangell, V. Tanner e T.M. Kivimäki furono rilasciati già tra il 1947 e il 1948 e tornarono ad essere onorati cittadini di una Finlandia che non li aveva mai giudicato essere dei traditori. Ryti venne graziato da J.K. Paasikivi nel 1949.

Come si può notare, non solo le pene furono lievi e comunque presto espiate, ma tra i cosiddetti criminali di guerra non figura alcun militare, a cominciare dal Maresciallo Mannerheim che era stato il vero capo della Finlandia durante la guerra contro i sovietici, il quale anzi diventerà presidente della repubblica nel 1946. Si tratta di un vero e proprio mistero nella storia delle relazioni tra URSS e Finlandia, su cui ancora non conosciamo la verità. Se da una parte Mannerheim era personaggio troppo vicino al cuore dei finlandesi per impiccarlo o condannarlo, dall'altra è anche vero che il Maresciallo non aveva mai voluto attaccare l'URSS al di fuori dei confini della Finlandia, praticamente impedendo agli alleati tedeschi di completare l'accerchiamento di Leningrado e il blocco di Petsamo. Stalin, a mio parere, lo ripagherà lasciando una formale indipendenza alla Finlandia e mettendo da parte quella corda che il sergente Woods aveva annodato a Norimberga.

Image Hitler, Mannerheim e Ryti

Resta una profonda verità: la Finlandia non diventò un Paese satellite, né il colpo di stato in stile bulgaro o romeno, peraltro possibile grazie a un forte partito comunista locale, ebbe luogo. Quanti di noi hanno vissuto nella Finlandia kekkoniana sanno che la Finlandia era un Paese libero, nei limiti ovviamente della convenienza politica, che imponeva ai finlandesi l’autocensura. Ad esempio è rimasto famoso il caso di Solzenitsin, il cui romanzo di successo venne tradotto in finlandese, ma fu stampato in Svezia. E se un russo o un estone riusciva a passare la cortina di ferro e a entrare in Finlandia, veniva prontamente rimandato da dove era venuto.

Oggi l’atteggiamento nei confronti della Russia è completamente cambiato. Abbiamo un governo che non vede l’ora di entrare a far parte della NATO, ma non può farlo perché l’opinione pubblica, che conserva la sostanza della saggezza kekkoniana, è contraria e preferisce una Finlandia equidistante. Nella realtà l’equidistanza da anni non c’è più e la Finlandia partecipa ad esercitazioni militari con la NATO, e non soltanto nel Baltico, ma ora perfino nel Mediterraneo, che, notoriamente, non è un mare su cui si affaccia la Finlandia. Non solo, ma il rinnovo del materiale militare (l’unica spesa, insieme a quella relativa alla guardia costiera e confinaria che non sia stata tagliata dal nuovo governo, venendo addirittura aumentata) viene fatto in modo da essere compatibile con l’equipaggiamento NATO. Ultimamente la Finalndia ha acquistato cento carri armati Leopard dall’Olanda, usati ma in ottimo stato, e un generale olandese ha giustificato la svendita di questo ottimo materiale dicendo che serve anche a difendere l’Olanda, che, altrettanto notoriamente, non confina con la Finlandia.

Riusciranno il Kookomus guidato da un entusiasta della NATO come Aleksander Stubb e i Perussuomalaiset di Soini che fanno da cassa di risonanza dei più incontrollati umori nazionalisti a portare la Finlandia nella NATO? Vedremo. Molto dipende dalla Svezia. Putin non ha fatto minacce, ma ha detto chiaramente al presidente Sauli Niinistö che uno spostamento dell’asse della politica finlandese verso Occidente causerebbe una crisi con Mosca. Una crisi che già esiste, e che ha causato grosse perdite al commercio finno-russo e al turismo russo in Finlandia, praticamente dimezzatosi in conseguenza della crisi economica russa, ma anche delle sanzioni, che fanno comodo agli Stati Uniti ma non agli europei.

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Gli “atlantisti” finlandesi vorrebbero seguire l’esempio di Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia. L’ingresso nella NATO è stato giustificato dai Paesi baltici in nome del ricordo della paura per la Russia, espansionistica ed aggressiva. E ci si dimentica che anche la Russia ha le sue paure fortemente redicate nella storia. Nel medioevo una parte della Russia fu sottoposta all’invasione dell’Orda d’Oro. La Russia kievana e di Novgorod (quella esaltata nei film di Sergei Eisenstein) fu minacciata dai Cavalieri teutonici. Agli inizi del Settecento il re svedese Carlo XII si spinse fino alla regione del Dnepr. L’esercito dello zar dovette ritirarsi e solo nel 1709 Pietro il Grande riuscì a respingerli nella decisiva battaglia di Poltava. Nel 1812 Napoleone Bonaparte condusse la sua campagna di Russia, arrivando fino a Mosca con un esercito composto da soldati delle varie nazioni dell’impero francese, compresi gli italiani, cui si erano aggiunti prussiani, austriaci e polacchi. Mosca fu abbandonata dallo zar e la tecnica della terra bruciata lo costrinse a distruggerla, una tecnica che alla fine ebbe successo perché l’esercito di Napoleone fu praticamente annientato durante un’epica ritirata. Negli anni 1853-1856 nella guerra di Crimea, una coalizione composta da Gran Bretagna, Francia e Regno di Sardegna aggredì di nuovo un regione russa. Nel 1941 cominciava l’operazione Barbarossa. La “grande guerra patriottica”, come Stalin la chiamò costò la vita di venti milioni di russi. La storia dunque “insegna”, ma non da una sola parte. E quindi, se politicamente ed emotivamente varchiamo il confine che separa i paesi occidentali dalla Russia e ci collochiamo ad est di esso, ci rendiamo conto di come la questione ucraina, i missili e i sistemi radar sistemati dalla NATO a ridosso della frontiera russa vengano interpretati dal Cremlino come una pistola puntata contro la Russia.

I finlandesi dovrebbero insomma rendersi conto di che cosa comporta l’adesione alla NATO. Putin ha giustamente detto che non è la Russia ad avvicinarsi pericolosamente ai confini della NATO, ma è la NATO che si è avvicinata a quelli della Russia. Come ci ha insegnato Konrad Lorenz e l’etologia come scienza del comportamento, gli Stati, come gli esseri umani, hanno uno spazio vitale che è pericoloso violare perché provoca una reazione uguale e contraria.

Oggi assistiamo alla tragedia dell’invasione dei migranti, che l’Europa comunitaria non riesce a frenare. Altra riflessione che proponiamo agli amici finlandesi. Vi ricordate chi ha causato questo tsunami migratorio con le assurde guerre e gli assurdi interventi militari in proprio o in conto d’altri, in Libia, Iraq, Siria, Afghanistan? La risposta è semplice: è la NATO, direttamente o tramite alcuni Paesi che ne fanno parte, sempre comunque sotto la guida militare o politica degli Stati Uniti. Conviene quindi abbandonare la politica di sostanziale amicizia e rispetto con la Russia che fu di Paasikivi, Kekkonen e Koivisto per una iniziativa di sostegno, anche militare, a una organizzazione, la NATO, e a un Paese, gli Stati Uniti, che sanno quello che fanno oggi, ma non sanno quello che provocano domani?

(La Rondine - 18.9.2015)