"La Fenice": né tragica né comica né opera
di Nicola Rainò   

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A Savonlinna una storia "senza capo né coda" stroncata dalla critica


Dei finlandesi ci fidiamo per le loro competenze tecniche e manageriali, Olli Rehn ci bacchetta e spesso ammettiamo che ha ragione. Ma i finlandesi hanno a volte il difettaccio di pretendere di capire tutto, e allora cadono nella tentazione di essere, a loro modo, molto superficiali. Venezia è, paradossalmente, oggetto da tempo di simili tentazioni.

La fragilità e la intima complessità della città dei dogi esercitano un fascino ambiguo sulla mente tetragona di certi nordici, al tempo stesso ammirati della sua ricchezza e atterriti dalla sua fatiscenza. Quanti Jukka-Pekka si saranno detti, nei secoli: "Ah, se potessimo occuparci noi di Venezia..." Tremo al pensiero di quei nipotini di Aalto che hanno inscatolato Pasila e Ruoholahti, che raddrizzerebbero le gondole e riempirebbero la laguna, adeguatamente sterilizzata, di muikku guizzante. A volte gli capita di scrivere libri interi, come il (giustamente) dimenticato "Canal Grande" di Hannu Raittila, opera che comincia con "una squadra di finlandesi che arriva a Venezia a salvare i suoi palazzi dalla devastazione delle maree". Mosè, ma quello vero! Su "Helsingin Sanomat", dell'autore, viene detto che è un "aineiden sekoittelun virtuoosi", una maniera garbata di tradurre "pasticcione".
Pasticcio è la parola che profeticamente ho usato in precedenza nel presentare "La Fenice", opera nata da un progetto del librettista Juha-Pekka Hotinen e del regista Vilppu Kiljunen. Un'idea me l'ero fatta occupandomi del libretto, affidatomi per la traduzione in italiano, lingua che doveva poi essere quella dell'opera, originariamente un' "opera buffa" italiana.

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La lettura del testo mi aveva fatto nascere più di un dubbio sulla sua natura "buffa". Che non fosse un'opera tragica era evidente: nella prima parte compare un carosello di personaggi eterogenei: il sindaco Marco (marxista di famiglia aristocratica), un conservatore di origine austriaca, il sovrintendente (accanito fumatore), una vecchia mecenate americana, oltre ai due giovani elettricisti autori del pasticcio e alla loro Mamma. In uno dei rari scambi di opinione col librettista e il musicista mi è capitato di dare due suggerimenti, accolti. Il primo, che la attivissima Mamma, la madre di uno dei due giovani, titolare di un catering nei cantieri dell'opera, fosse più congruo chiamarla la Padrona. E poi che i due ragazzi, presentati come due cafoncelli, parlassero tra loro e anche con la Padrona in veneziano. Davanti allo scetticismo del compositore, Kimmo Hakola, ho insistito sulle caratteristiche della "lingua" veneziana, sul suo uso normale a Venezia, nonché su una non ignota tradizione colta. Soprattutto in un'opera che, dovendo risultare "buffa", non poteva appiattirsi su una lingua italiana standard. Il compositore se n'era alla fine fatta una ragione. Anzi, in un'intervista, presenta la scelta praticamente come opera sua. E qui finisce il buffo.
Nella seconda parte, invece, veniva eliminato del tutto questo carnevale per passare a una serie di duetti. I due cugini, uno in fuga in Sudamerica e l'altro in prigione, la Padrona col suo compagno Sergio, e soprattutto l'austriaca severa e rigorosa caduta, complice la laguna e un mazzo di fiori, tra le braccia di un pianista della Fenice molto comprensivo.

Qui vorrei mettere un inciso, forse non inutile. Il testo da me tradotto, poi consegnato al compositore per essere messo in musica, è rimasto intatto, in tutte le sue parti, senza modifiche. Mai, dico mai, mi è stato chiesto di intervenire per tagli o variazioni. È rimasta intatta anche una mia correzione di carattere storico: in uno dei duetti amorosi Filippo racconta alla sua austriaca di quando, contemporaneamente alla Rivoluzione francese, a Venezia era scoppiato un famoso incendio. Il libretto di Hotinen riportava l'incendio di San Brescuola, io ho corretto, nel testo italiano, san Marcuola. Ne è uscito un ennesimo pasticcio: in italiano è arrivato santa Marcuola, ma nel finlandese è sempre lì, stampato, quell' inesistente san Brescuola.

Image F. Guardi, Incendio olii a San Marcuola, 1789

Ciò detto si tratta, a mia memoria, dell'unico caso in cui un compositore ha "spalmato" la sua musica sul testo senza che questo ne risentisse. Mi torna in mente, tra le tante battaglie di Verdi coi suoi librettisti, quella famosa per il Trovatore: "Sono fieramente in collera con Cammarano. Egli non considera niente il tempo che per me è una cosa estremamente preziosa. Egli non m’ha scritto una parola su questo Trovatore: gli piace o non gli piace?” Ed era Salvatore Cammarano! Hotinen, evidentemente, è nato con la camicia: ogni suo verbo, seppur tradotto, è rimasto incontestato. Dopo Mosè, la Bibbia...
Assistito alla prova generale, e poi alla prima, le preoccupazioni sulla natura ancipite dell'opera sono state più che confermate. Ma stavolta con la complicità della musica. Che per la prima metà (due atti) propina, parole del critico Hannu-Ilari Lampila una "taidokkaan postmodernin sopan", dove dietro l'understatement dell'"abilità" straripa la parola chiave, "minestrone". Quanto al "postmoderno", è anch'esso una minestra che mi piacerebbe venisse a volte spiegata più nei dettagli. Perché, se no, rischia di assomigliare a quanto annunciato dal regista della Fenice, il frenetico Vilppu Kiljunen, intervistato prima della prima sul quotidiano di lingua svedese HBL dove dice di aver scelto Hakola per il suo "eclettismo", arrivando a parlare di "cocktail in senso positivo" e di una musica che sappia essere anche "arrogante". La soprano Sirkka Lampimäki azzarda un paragone col film Monty Python, parlando di un retrogusto umoristico di lunga durata. Come si vede, siamo ai brindisi. In senso positivo, si capisce.

Ma qualcosa deve essere andato storto, nella preparazione dell'opera, se a un certo punto non si parla più di "opera buffa", e si arriva, dopo varie esitazioni, a "opera tragicomica". Dice giustamente il critico Lampila che mai in Italia qualcuno si sarebbe azzardato a scrivere un'opera su questo soggetto, men che meno un'opera buffa o comica. In realtà, che cosa c'è da ridere?

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È quello che ci siamo domandati tutti, a Savonlinna, per tutto il tempo dei lunghi due atti iniziali. Fino alla grande pensata. Con la musica sospesa, i cantanti a fare da spettatori inebetiti, un gruppo di clown irrompe sulla scena e, coi bagliori dell'incendio sullo sfondo, inscena una pantomima di infimo ordine sui pompieri che non trovano l'acqua. Con tanto di tubo e imbuto. A Venezia non c'è acqua. Comico, vero? L'aver già spiegato, pochi minuti prima, che i canali intorno alla Fenice erano stati momentaneamente prosciugati per lavori alle fondamenta non conta nulla. Tanto il pubblico beve tutto, si sa.
Forse. Sta di fatto che, all'intervallo, gli applausi sono stati freddini e la gente, in fila per il caffè e lo spumante, parlava d'altro. Brutto segno, per una prima all'opera.

Che il regista in varie interviste invochi Fellini e Chaplin, è un po' patetico. Certe cose, con tutto il rispetto, dovrebbe notarle e dirle la critica. Gli interventi sulla scena per dare una parvenza di comicità, come l'uso del tutto alieno dei clown, la dicono lunga sulla difficoltà di fare umorismo con una materia maledettamente ostica. Si può ridere dell'angoscia? E faceva forse ridere l'ultimo atto, zeppo di duetti noiosissimi, in cui il ricorso a "citazioni" di Mozart, Verdi, Bellini, un po' tutto il repertorio della lirica italiana, doveva risultare, per ragioni a me sfuggite, parodistico? Ma si fa parodia con un semplice catalogo del belcanto? O facendo strillare un paio di volte una bionda ispettrice di polizia?

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Ha osservato sempre H.-I. Lampila che lo sforzo del compositore sembra essersi esaurito coi primi due atti. In cui la sua musica, spalmata come s'è detto, ha avuto il merito di fare annegare le voci dei cantanti sotto un'alluvione di suoni che la direzione dell'orchestra non ha fatto nulla per trarre a salvamento. Ho domandato al regista Kiljunen, dopo la prima: "Il fatto che io, autore del testo italiano, non abbia riconosciuto nei primi due atti più di dieci parole della mia lingua, le dice qualcosa?" È annegato anche lui. Poi ho chiesto un parere a uno dei due "cugini" sulla scena, il basso Burak Bilgili (forse il più efficace di una compagnia di canto abbastanza modesta). E il giovane cantante mi ha confermato della difficoltà di tenere su la voce per la prima ora e mezza di opera. "Ha notato anche lei una differenza tra le due parti?", ho insistito. E stavolta la risposta è stata un sorriso di aperta comprensione.
La critica è stata decisamente negativa. Su "Helsingin Sanomat" a due riprese, la notte della prima e poi, il giorno dopo, con più meditata durezza, Lampila ha parlato di un "caos organizzato", ribadendo, oltre al minestrone musicale, che si tratta anche di una storia "senza capo né coda". Il librettista e il regista a un certo punto si sono resi conto che la tragedia dell'incendio non era più di uno sfondo, mentre la storia banale di quei poveri elettricisti risultava al massimo patetica. Quanto alla comicità, ridere dei pompieri è come ridere della croce rossa. Ridere degli italiani, della loro inefficienza? Quello lo facciamo già noi, siamo insuperabili. È così che la strana coppia a un certo punto l'hanno buttata sul filosofico inventandosi una stranissima e insulsa religione dell'elettricità. "Liberté, fraternité, électricité!". Da morire.
In una scheda piuttosto imbarazzata, anche se non esplicitamente negativa su "HBL", Jan Granberg si domanda retoricamente se mai si arriverà a vedere a Venezia un'opera del genere. Un'opera, aggiungo io, in cui tra l'infuriare delle fiamme una madre veneziana arriva a questo estremo di tragico lirismo:

"...non c’è teatro che una volta
non sia bruciato;
di fuoco il teatro abbisogna,
il vero le passion fa evaporare;
se almen una volta bruciato
non è, teatro non è
davvero!"


Ecco, fatti i debiti scongiuri, veniamo al punto: al teatro, all'opera, le passioni, buffe o tragiche, sono cose serie. Vanno lasciate a chi ne ha esperienza e conoscenza. Lo stesso dicasi di Venezia.

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(La Rondine - 9.7.2012)