Un garibaldino alla Terza Guerra di Indipendenza
di Luigi G. de Anna   

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Ricordi di una famiglia pugliese

Le celebrazioni del 150º anniversario dell’Unità sono rimaste, per necessità di cose, soprattutto a livello ufficiale. Sarebbe stato utile ed interessante riscoprire, oltre alle vicende che portarono al compimento di questo processo (magari con maggiore attenzione proprio per il Sud), anche quelle che investirono tanti cittadini il cui ricordo si è perso nei meandri della macrostoria. Di questa guerra ho un ricordo familiare.

Ad essa infatti partecipò il mio bisnonno Michele de Anna, che a 21 anni si arruolò nell’esercito di Garibaldi e la sua esperienza raccontò in un diario, da me pubblicato alcuni anni fa (Michele d'Anna. Diario della Campagna di guerra del 1866 contro gli Austriaci, in: Aquile garibaldine, Storo 1995). Michele Eugenio de Anna (il cognome compare originariamente in atti ufficiali come d’Anna, venendo più tardi latinizzato) nasce a Sannicandro il 2 marzo 1845 da Carlo e Chiara Lucarelli. Carlo era figlio primogenito di Michele Gaetano, nato a Palermo il 20 marzo 1780 dal gentiluomo (così è definito nell’atto di matrimonio) Don Salvatore d'Anna (1730-1792) e da Donna Giuseppa Amari (1754-1798), discendente dei baroni Sitaiolo e imparentata con i conti Amari. I d'Anna si erano stabiliti a Palermo nel XVI secolo, ma erano di origine napoletana. Michele Gaetano, rimasto orfano di padre in giovane età, aveva subito l'influenza dei parenti Amari, una famiglia che darà alcuni importanti rappresentanti alla vita culturale e politica siciliana, tra cui l'arabista e uomo politico Michele Amari (1806-1889) e ne aveva assimilato le simpatie giacobine e filo-francesi. Nel 1806 combatté in Calabria con le truppe francesi. Rimasto ferito, si rifugiò a Canneto presso il marchese Giuseppe Nicolai. Qui aderirà alla carboneria e sarà per molti anni un sorvegliato politico in quanto capo della setta dei Greci in solitudine. Nel 1813 nacque Carlo, che a Canneto nel 1844 sposò Rosa Ximenes, il cui nonno, ufficiale spagnolo, era morto combattendo per la libertà della Spagna. Michele, futuro garibaldino, risente dunque di questa educazione familiare di tendenza liberale, che gli viene dal nonno paterno come dalla famiglia della madre. Questa tradizione lo porterà a entusiasmarsi per le vicende del Risorgimento italiano e a desiderare di prendervi parte attivamente. Passò la gioventù a Sannicandro di Bari, dove risiedeva il padre, Segretario comunale. Come d'uso a quell'epoca, studiò sotto la guida di un insegnante privato, dato che a Sannicandro mancavano le scuole superiori e che in Puglia non esisteva ancora una università.

L'unità acquisita nel 1861 non era in realtà che una prima tappa, mancava ancora, oltre a Roma, il Veneto. Nel 1866 si presenta per il governo l'occasione per agire. L'8 aprile di quell'anno l'Italia aveva sottoscritto un trattato segreto di alleanza con la Prussia, che preludeva ad una guerra contro l'Austria. Lo scopo immediato dell'Italia era naturalmente quello di occupare il Veneto e il Trentino. La condotta strategica della guerra fu pessima, a causa della divisione delle responsabilità tra due armate distinte. Il comando venne infatti spartito tra i generali Alfonso La Marmora e Enrico Cialdini, il massacratore dei contadini meridionali. Gli italiani godevano, rispetto agli Austriaci, di una netta superiorità numerica, ma l'impossibilità di mettere d'accordo le due primedonne dell'esercito costerà la disfatta di Custoza. L'unico generale che disponesse di un piano veramente efficace e che fosse in grado di attuarlo era Garibaldi, ma la campagna era stata progettata e programmata senza di lui. Il 23 giugno, quando iniziarono le ostilità, Garibaldi dispone di due soli reggimenti, dato che gli altri otto sono ancora in via di costituzione. L'onore fu salvato proprio da lui, grazie alla vittoria di Bezzecca, battaglia combattuta il 21 luglio del 1866. Il Corpo di volontari garibaldini era stato costituito con i giovani non soggetti alla leva. In realtà, il comandante dell'esercito italiano, quel La Marmora che poi porterà alla sconfitta di Custoza, non vedeva di buon occhio la presenza di questi "irregolari", chiamati sprezzantemente “soldati di corda e di sacco” (ma erano stati proprio quei soldati a regalare all’Italia quello che le armate piemontesi non erano riuscite a fare, cioè l’Unità del 1861) e rifiutò a Garibaldi gli ufficiali in seconda da lui richiesti, tra cui il fedelissimo Nino Bixio.

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Michele d'Anna il 21 maggio si presentò al deposito di Bari per arruolarsi. All' entusiasmo del giovane non corrispose però l'efficienza dell'organizzazione, infatti l'armamento restò carente per tutta la durata della campagna; per di più la preparazione degli ufficiali in comando era decisamente scarsa. Garibaldi vince a Bezzecca, ma la mattina del 25 gli giunge la notizia che il Comando supremo aveva deciso di concordare una tregua di otto giorni con gli austriaci. Il telegramma di La Marmora fermò le camicie rosse. Garibaldi deve obbedire. La terza guerra di indipendenza si concluse dunque in maniera ingloriosa. Ma forse non ci fu soltanto l'insipienza dei generali di scuola piemontese. Ci fu di peggio. L'Italia accettò la richiesta della Francia di non indebolire troppo l'Austria, dato che essa poteva servire a moderare l'espansionismo prussiano. Che l'Italia ci tenesse a favorire la Francia lo dimostra la vertenza sempre aperta di Roma, la cui soluzione era appunto nelle mani di Napoleone III.

Il diario di Michele, anche se non riporta eccezionali imprese belliche, è testimonianza dei sentimenti che agitavano l'animo di quest'ultima generazione del Risorgimento. Ed è anche testimonianza di un iniziale entusiasmo e di una successiva delusione. All'entusiasmo esploso all'annuncio delle ostilità, che lo fa partire volontario, subentra come sempre la realtà di una guerra fatta di lunghe marce, di fame, di freddo e di notti all'addiaccio. C'è anche del malcontento nei confronti di chi comanda, a più riprese sottolineato da Michele e le stesse parole di Garibaldi, che egli riporta, sembrano indicare che la battaglia della Bezzecca, pur vinta, non fu combattuta, a giudizio del comandante, in modo del tutto soddisfacente.

Dopo tre mesi Michele ne ha abbastanza e non vede l'ora di tornarsene a casa. Ha potuto constatare la disorganizzazione di un esercito, l'incompetenza di alcuni comandanti, la codardia dei generali "piemontesi" e l'insipienza dei politici. Eppure fu un'esperienza unica per un giovane che a quei tempi aveva ben poche occasioni di viaggiare. Poter vedere Brescia, Bergamo, e addirittura Milano fu per il sannicandrese il realizzarsi di un sogno. Le pagine più belle del diario sono proprio quelle da cui trapela tutta la curiosità del giovane. Partito per difendere l'Italia, si trova a visitarne i luoghi storici. Ecco il manifestarsi del suo interesse per i monumenti, le chiese, i panorami montani, e anche per le belle ragazze, le "nordiche" che, così diverse, affascinarono il giovane pugliese e lo fecero sognare. Michele strinse molte amicizie, insomma a tutti gli effetti egli esprime questo forte sentimento di unità italiana che agitava la sua generazione. Si lega a commilitoni settentrionali, marcia, dorme, combatte con loro. E qualche volta si ubriaca come quei montanari. Il suo dialetto non viene capito, né lui capisce il loro. Eppure la polenta (che certamente assaggiò per la prima volta) è squisita quanto le orecchiette di casa sua.

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Il diario di Michele testimonia il crescere di una delusione per un sacrificio che non ha visto ricompensa. Altri esterneranno la protesta in Parlamento, ampliandola: ”V'è nel seno della Nazione stessa un nemico più potente dell'Austria, ed è la nostra colossale ignoranza, sono le moltitudini analfabete, i burocrati macchina, i professori ignoranti, i politici bambini, i diplomatici impossibili, i generali incapaci, l'operaio inesperto, l'agricoltore patriarcale e la retorica che ci rode le ossa. Non è il quadrilatero di Mantova e Verona che ha potuto arrestare il nostro cammino; ma è il quadrilatero di diciassette milioni di analfabeti e di cinque milioni di Arcadi”. Sono le parole dello storico Pasquale Villari, pubblicate nel 1866 sul Politecnico. Nessun epitaffio del Risorgimento fu migliore di questo.

Tornato dalla guerra, Michele passerà ancora alcuni anni a Sannicandro. Oramai è tempo di cercare un impiego, che troverà nella vicina Giovinazzo. Il 27 maggio del 1874 venne infatti nominato segre-tario comunale di questa cittadina. Il 20 settembre del 1909 prenderà congedo dal Consiglio Comunale, che lo nomina cittadino onorario. Michele resterà anche negli anni seguenti partico-larmente legato a questi ricordi della sua esperienza bellica con Garibaldi e a quanto rappresentava, in termini ideali, l'eredità garibaldina. Nel giugno del 1880 tenne a Giovinazzo un discorso di commemorazione, in cui esaltò la figura dell’Eroe dei Due Mondi, da lui definito «primo tra quei pochi generosi che prepararono le sorti e menavano al compimento i destini d'Italia! [...] Egli fu il vero Eroe della libertà italiana [...] Lui, angelo della riscossa nazionale, dalla spada fiammeggiante; Lui, crociato della libertà di tutti i popoli oppressi; lui, fra le italiche plebi, banditore della immortale giustizia e dell'emancipazione; Lui, mansuetissimo fra gli oppressi, terribile con gli oppressori; Lui, poverissimo tra i poveri, spregiatore d'immense fortune; Lui, fratello di tutti gli uomini, apostolo di fratellanza fra i popoli». Nel 1911 diviene membro della Società superstiti garibaldini Giuseppe Garibaldi di Bari. Col suo berretto rosso da garibaldino, che conservo come prezioso cimelio (immagino che sia l’unico del genere esistente in Finlandia), continuò a presenziare alle cerimonie commemorative e pubbliche, come si vede in una foto scattata a Bari, sul cui retro si legge: 4 Novembre 1928. Piazza Prefettura in occasione del 6o anniversario della Marcia su Roma. Nelle foto che lo ritraggono, Michele porta anche alcune medaglie appuntate sul petto, tra cui la croce di Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia. Ma quella che gli fu più cara l’aveva conquistata nel lontano Trentino negli anni della sua bella giovinezza.

Un ricordo importante della mia infanzia resta la lettura ricorrentemente fatta a scopo pedagogico da mio padre di una lettera scritta da Michele, in cui descriveva l'incontro con Garibaldi, che aveva mosso alle lacrime il giovane volontario. Lettura divenuta più frequente quando palesai in famiglia le mie simpatie borboniche (oltre al bisnonno garibaldino ne avevo un altro materno, sindaco fieramente liberale di Giovinazzo). La lettera è vergata su carta intestata del Corpo dei Volontari Italiani

Nozza 12 Agosto 1866
Mio Carissimo Padre!
Mi veggo in obbligo di annunciarvi che l'altro ieri ricevetti una Vs. in data 9 e 31 or passato Luglio, nella quale eravi un Vaglia Postale che mi arrivò propriamente a tempo, essendo esauste le finanze. Da Tiarno abbiamo dovuto prendere la strada che mena a Brescia, perchè vedevasi che tutto era finito, ma giunti appena a Salò, un contr'ordine pressantissimo ci fà a tornare nel Tirolo, essendo che i nostri amicissimi Austriaci l'aveano occupato- dicevano alcuni apportatori di false voci- Figuratevi quindi la rabbia ed il dispetto che vi era in noi. Da tutti si era giurato vendicarci fino all'ultimo sangue e rompere tutte le leggi che militano a favore dei militari in tempo di guerra. Eravamo giunti a Storo, terra Tirolese, ed un altro avviso ci ordina di sgombrare entro il termine di 24 ore quelle terre, ed immediatamente ci siamo messi in cammino di nuovo per Brescia, da cui siamo distanti una giornata di marcia, e che si spera partire entro domani. Figuratevi, adunque, questo andare, venire e ritornare quante fatiche ci avrà costato. In sei giorni si son fatti al di là di 120 miglia di cammino, accompagnati dalle privazioni di cibo, e di riposo (?!) [cancellature] (Maledetta la penna!) Dirvi poi la cagione di questo sgombramen-to, per quanto mi son accinto a saperla, nessuno mi ha saputo spiegarla, perchè mi si adducevano argo-menti vaghi, dubbi e confusi, e sotto questo riflesso non potrei in verun modo contentarvi. Ma più che mai, ora tutto è cessato, essendosi ritirate le ambulanze, le artiglierie, e financo la Posta Militare che trovavasi al Quartier Generale, oltre a tutti i 10. Regg.ti de' Volontarii che prendono la volta di Brescia per essere poi destinati nei diversi luoghi fino a che siano congedati. V'annunciava in una mia, che sarei venuto ben presto a riabbracciarvi, stante la Leva in campo. Veramente il nostro Regg.to non ha avuto ancora ordini di far partire gl'inscritti della Classe 1846, ma sento vociferare nella Compagnia che fra giorni anderanno nelle loro case per presentarsi nei Consigli.

Ho veduto diverse volte il nostro caro Garibaldi, e credetemi lealmente e da figlio, che la prima volta che lo guardai, ebbi una certa impressione tanto violenta che poco mancò che non cadessi a terra, tanto fu la scossa. Mi sentii commosso, e piansi!, sì, caro padre, piansi come un fanciullo che cerca della sua madre e non sa ove trovarla. Egli ci salutava col capo, ed io mi sentiva rinvigorito, ma non avea voce per aggiungerla alle grida di evviva dei miei compagni. Oh! quanto è caro, bello, simpatico; ma non è opera mia il descriverlo fisicamente e moralmente, perchè son troppo piccolo per parlare di un uomo sì grande ed a dirvi il vero la mia penna s'arresta a parlare di Lui, temendo di scrivere bestialità. Non è più il Mosè, ma bensì il Geremia che piange sulla terra dannata e piena di ludibrio!!!

Spero che a voce vi parlerò di questo essere sovrannaturale.
Salvo una piccola tosse, io sto bene al solito, e non mi arresto mai alle marcie, come fanno molti altri, non escluso qualche vecchio soldato. Mi auguro vedervi bene nella mia venuta, per gustare le dolcezze domestiche della famiglia.
Non ho ricevuta una vs. lettera nella quale eravi, come mi dicevate, quella di Compar Fato, a cui gli darete mille baci.
A voi e Mammà bacio le destre, ed abbracciando tutti di famiglia, sono sempre il
vs aff.mo figlio
Michele


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((La Rondine - 18.7.2011)