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Ricordo di un grande, discreto “propedeuta”
di Nicola Rainò
Un anno fa, il 16 dicembre 2006, scompariva in seguito a una grave malattia Giorgio Colussi. Discretamente, come era nel suo stile, con la raccomandazione di un grande poeta del passato al momento di andarsene: per favore, niente pettegolezzi. Il silenzio, fin troppo rispettato, viene rotto oggi, a un anno dalla scomparsa del filologo, sull’ultimo numero della rivista “Lingua Nostra” (n. 3 /4 2007) da una bella e appassionata commemorazione di Massimo Fanfani, condirettore della prestigiosa rivista, e docente di Storia della lingua italiana all’Università di Firenze. Rimandiamo a questo testo per un profilo umano e intellettuale di Giorgio Colussi, riportandone qui per i nostri lettori una sintesi. Nato a Gorizia, «una propaggine italiana non prevista da storia e geografia», il 31 dicembre 1933 da Antonia Rejc e Riccardo Culot, appena ventenne, spinto da una innata curiosità per il mondo e da amore per le lingue (oltre allo sloveno della madre e al finlandese, conoscerà il russo e lo svedese), percorse la Scandinavia finendo per stabilirsi in Finlandia. Qui frequenta l’università e si laurea con una tesi, discussa a Helsinki nel marzo 1961, (“Il va faire”, “il vient de faire” et moyens analogues de marquer la proximité dans le temps en latin et en ancien français); nel 1967 presenta il lavoro per il Lisensiaatti (“Répondre que oui, que si, que non” et types holophrastiques analogues en espagnol, français et italien), da cui prenderà le mosse quella che avrebbe dovuto essere la sua tesi di dottorato e che sfocerà invece nel volume Ricerche sulla lingua del Duecento e del primo Trecento: reggenza infinitiva e temi afferenti. Comincia in quel periodo a pubblicare i suoi primi lavori scientifici, dedicati prevalentemente all’italiano antico, e una serie di opere relative alla didattica dell’italiano in Finlandia, fra cui il dizionario Suomi-Italia-Suomi (Porvoo-Helsinki, 1964), seguito nel 1978 dal Dizionario finlandese-italiano per studenti, compilato con la collaborazione della moglie Pirkko Wass, e subito dopo dall’interessante e innovativo Prontuario dei verbi italiani. Va comunque detto che la sua formazione e la sua attività di filologo avvengono fra ostilità più o meno larvate e ostacoli d’ogni genere: ricordava lui stesso che i primi libri di Contini giunti in Finlandia eran quelli che aveva fatto acquistare. Così non è un caso che si trovi sempre costretto a imboccare strade solitarie: «Non si rivela un segreto di Stato, e pertanto non si può venir accusati di alto tradimento, se si dichiara che da quarant’anni ormai (1998 meno 40 = 1958) in Finlandia non v’è più ricordanza di filologia romanza.» Condannato ad essere autodidatta, condizione cui spesso faceva riferimento mescolando rimpianti e orgoglio, nel 1975 diviene lettore d’italiano (“propedeuta”, com’era fiero di ripetere) all’università di Helsinki, indirizzandosi in modo sempre più consapevole e deciso verso quegli sbocchi che lo porteranno alla compilazione del GAVI, l’opera colossale, incompiuta, che lo ha fatto conoscere a livello internazionale e cui ha lavorato fino all’ultimo. Il Glossario degli Antichi Volgari Italiani, opera le cui simili sono frutto di complesse organizzazioni accademiche ed editoriali, era invece “imbastita, redatta, corretta, composta, edita da un uomo solo... senza il becco di un finanziamento pubblico o privato”. Presentata sin dal 1983, in cui compare il primo dei 44 tomi, con la usuale discrezione, “come una sorta di manufatto artigianale che non aveva altre pretese se non quella di fornire materiali utili per la lessicografia italiana... pronto a mettersi a disposizione con disinteressata generosità. Da quando l’OVI (Opera del Vocabolario Italiano), sotto la direzione di Pietro Beltrami, cominciò a pubblicare i primi lemmi e rese accessibile la sua banca dati, si instaurò subito fra le due imprese concorrenti una fitta rete di contatti e di scambi, che è stata reciprocamente assai fruttuosa”. Opera discutibile, certo, perché discussa, come tutte le opere scientifiche che non passano inosservate e incidono nel proprio tempo e sul percorso delle opere altrui. Magari non sempre citata, ma sempre utilizzata, ricca non solo di materiali preziosi, ma di spunti innovativi, proposte, intuizioni, che l’autore non ha fatto in tempo a realizzare ma che rimangono per il futuro. Osserva Fanfani: “Nelle loro pagine vengono messi a disposizione, organizzati con perspicace sobrietà ed elaborati sulla base di una equilibrata concezione della storia e di solide competenze filologiche, una quantità sterminata di materiali, osservazioni specifiche, raffronti con le fasi più moderne dell’italiano o con altre lingue romanze, che servono a illuminare non solo la storia del lessico, ma anche la fonetica storica dei volgari antichi, le loro strutture morfologiche e sintattiche, e contengono spunti notevoli su vicende semantiche e culturali, problemi filologici, ipotesi etimologiche”. A conclusione del profilo Massimo Fanfani trova la maniera di ricordare l’ allieva Arja Elina Torkko, spentasi pochi mesi prima, il 5 marzo 2006, e che Colussi “aveva indirizzato a Firenze affinché seguisse le lezioni di Contini e di Migliorini, con il quale si era poi laureata nel 1971. Anche la Torkko, nonostante la buona preparazione e una generosità sconfinata, ebbe non poche delusioni nel mondo accademico: sia a Firenze come lettrice di finlandese e bibliotecaria; sia in Finlandia come esperta di linguistica informatica e italianista (l’ultimo saggio sui “Fonosimbolismi italiani” lo presentò al VII Congresso degli italianisti scandinavi del 2004)... La sua vicenda sfortunata e misconosciuta, come la storia più complessa di un filologo e lessicografo della tempra e della bravura di Giorgio Colussi, ci mostrano abbastanza bene di quali umanissime e nobili trame sia tessuta da sempre la vita della cultura europea, e sono un segno di speranza per quell’Europa più vera e più giusta a cui, nonostante tutto, non dobbiamo stancarci di guardare.” |