Fiaba d’inverno

Peldivento e Barbadinembo

di Zacharias Topelius


All’interno di un grande bosco, lontano lontano nel cuore della Finlandia, si ergevano due grandi pini, l’uno accanto all’altro. Erano vecchi come il cucco, così vecchi che nessuno sapeva dire quando mai fossero stati giovani. Li si riconosceva da lontano perché le loro cime scure si stagliavano alte sul resto della foresta. In primavera il tordo bottaccio faceva risuonare i suoi splendidi canti su quei rami, e i fiorellini rosei dell’erica li scrutavano con umiltà  e devozione quasi a dire: “Buon Dio, come è possibile crescere così grandi e vivere tanto a lungo in questo mondo?” Ma d’inverno, quando le bufere coprivano ogni cosa con grandi cumuli di neve, quando l’erba ingialliva e i fiorellini dell’erica dormivano sotto una bianca coltre, allora infuriavano tempeste furibonde facendo stormire le cime dei pini e spazzando via la neve dai rami di questi sempreverdi.  Un colpo di vento trascinava con sé case enormi e abbatteva ampie distese di boschi, ma i pini continuavano a ergersi imperterriti, inamovibili, senza mai piegarsi per quanto tutto intorno a loro andasse a pezzi. Quando si dice una forza incrollabile!
Poco più in là nel bosco si scorgeva una collinetta e in cima a questa una casetta con due finestrelle e il tetto coperto d’erba. Ci abitavano un modesto colono e la moglie, che avevano l’orticello e un campetto lì accanto. D’inverno l’uomo andava nel bosco ad abbattere alberi, e trascinava i tronchi alla grande segherìa a qualche miglio di distanza, guadagnando così quanto gli bastava per permettersi appena appena un po’ di pane, burro, latte e qualche patata; il che non era neanche poco, tenuto conto che tanti dovevano accontentarsi di pane di scorza di pino senza nemmeno un’unghia di burro.
I coloni avevano due figlioli, un ragazzetto di nome Silvestro e una femmina di nome Silvia. Dio sa da dove gli erano venuti nomi simili; forse dal bosco, dato che silva significa proprio bosco. Silvestro nel calendario si trova proprio in fondo, cosicché l’onomastico del piccolo cadeva ogni anno alla vigilia di capodanno.
Un certo giorno d’inverno – e capitò che fosse proprio il giorno di san Silvestro -  i due bambini andavano per il bosco a controllare le loro trappole, dato che c’erano lepri e pernici in abbondanza. Ed ecco che nella trappola di Silvestro c’era proprio una lepre bianca e nel cappio di Silvia una candida pernice. Ma l’una e l’altra bestiola erano ancora vive, erano rimaste prese per una zampa, e si lamentavano in modo cosi straziante che i due fratellini restarono sconcertati.  “Lasciami libera, e avrai un premio”, disse la lepre. “Dai, liberami, e avrai una ricompensa”, implorò la pernice.
I due bambini provarono compassione e li lasciarono liberi. Allora la leprotta galoppò con tutta la fretta del mondo verso il bosco e la pernice si involò con tutta la forza delle sue ali, e l’una e l’altra gridarono: “Chiedete a Peldivento e Barbadinembo!”
“Che vuol dire tutto questo?” fece stizzito Silvestro. “Quei due birboni ingrati non ci hanno neanche ringraziato.”
“Ci hanno detto di rivolgerci a Peldivento e Barbadinembo”, fece Silvia. “E chi saranno mai? Non ho mai udito prima dei nomi così curiosi.”
“Nemmeno io”, disse Silvestro.
Nel frattempo un vento gelido soffiò tra i rami di due grandi pini che crescevano proprio lì accanto, e tra le cime scure si formò un mormorio, che agli orecchi dei bambini suonò come uno strano chiaccherio.
“Stai ancora in piedi, fratello Peldivento?”, domandò uno dei due pini.
“Ancora e sempre”, rispose l’altro. “E tu, come te la cavi, fratello Barbadinembo?”
“Comincio a invecchiare”, rispose questo. “Il vento ha rotto un ramo dalla mia cima.”
“Rispetto a me sei soltanto un ragazzino”, fece Peldivento. “Appena trecentocinquant’anni, quando io ho ne già compiuti trecentoottantotto. Un ragazzino! Proprio un ragazzino!”
“Adesso viene di nuovo una raffica di vento”, fece Barbadinembo. “Che ne dici, se ci mettessimo a cantare qualcosa? Così i miei rami avrebbero qualcosa cui pensare.”
E si misero a cantare in mezzo all’infuriare della tempesta.

Nell’intrico boreale,
nell’inverno glaciale,
in fondo a una terra crudele
affondando radici
imponenti, procaci,
ci siamo fatti un’esistenza:
per questo alla tempesta opponiamo resistenza!
Gli inverni infuriano,
le primavere bisbigliano,
i secoli l’uno all’altro si succedono
sopra le nostre cime
vediamo infine
della vita il corso
della morte il morso
ma solo noi non abbiam fine.

Povero omino,
pavido bambino,
fatti forza,
cresci in ardimento:
le radici generose,
profonde, vigorose,
attacca alla scorza,
ma sollevati al firmamento!
Cresci generoso,
riparo offrendo.
Levati luminoso
a Dio puntando.
Come anche noi verso la vetta
solleva il capo, e svetta!

“Mettiamoci adesso a far due chiacchiere con questi cuccioli d’umani”, grugnì Peldivento.
“Cosa mai avranno da dirci?”, fece Silvestro.
“Su, vieni, andiamo a casa”, bisbigliò Silvia. “Ho paura di quei due grandi alberi e dei loro strani canti.”
“Aspetta un momento, ecco papà che arriva con l’ascia in spalla”, disse Silvestro. E in quel momento il colono arrivò.
“Ma guarda! Proprio due alberi del genere che mi occorre”, fece lui. E sollevò l’ascia per abbattere Peldivento.
Ma i bambini scoppiarono a piangere. “Adorato papà, non tagliare Peldivento!” implorò Silvestro.
“Caro dolce papà, non tagliare Barbadinembo!” pregò Silvia. “Sono tanto vecchi, e ci hanno cantato una canzone.”
“Bubbole da bambini!” pensò il colono. “ Quando mai i vecchi alberi sono stati capaci di cantare! Ma fa lo stesso, visto che avete interceduto per loro, posso benissimo cercarmi altri due tronchi.”
E proseguì all’interno del bosco. I bambini invece rimasero lì incuriositi per sentire cosa mai Peldivento e Barbadinembo avevano da dire.
Non passò molto prima che il vento facesse ritorno dal mulino dove aveva macinato con tanto vigore che dalle mole erano scoccate le scintille, e di nuovo prese a frusciare tra i rami dei pini. E allora i bambini udirono chiaramente gli alberi parlare.
“Ci avete salvato la vita”, dicevano, “e avete fatto una cosa giusta. Adesso potete domandarci un regalo, noi vi daremo qualsiasi cosa vi venga in mente.”
I bambini si sentirono al tempo stesso molto felici ma anche molto inquieti. Che altro c’era da desiderre in questo mondo? Alla fine però Silvestro disse: “Vorrei volentieri un piccolo raggio di sole per vedere meglio le impronte delle lepri sulla neve.”
“E io”, disse Silvia, “vorrei che arrivasse presto la primavera e la neve cominciasse a sciogliersi perché gli uccelli comincino di nuovo a cantare nel bosco.”
“Che sciocchi che siete”, dissero gli alberi, “avreste potuto desiderare quanto di meglio esiste al mondo, e invece avete chiesto qualcosa che accade comunque anche senza desiderarlo. Ma voi ci avete salvato la vita, e per questo vedrete i vostri desideri esauditi nella maniera più piena e più bella. Tu, Silvestro, avrai in regalo che dovunque tu vada e dovunque guardi, proprio lì attorno a te si diffonda la luce del sole. E tu, Silvia, che dovunque tu vada e ovunque tu apra la tua boccuccia, tutt’attorno sia fatta primavera e la neve cominci a sciogliersi. Va bene cosi?”, domandarono i due pini.
“Certo”, risposero ad alta voce i due bambini felicissimi, “è più di quanto abbiamo desiderato; tante grazie, alberi cari, dei vostri bei regali!”
“Addio allora”, dissero gli alberi, “e buon viaggio!”
“Addio, addio!”, fecero i bambini, e presero a trottellerare sulla via di casa. Mentre così procedevano Silvestro come suo solito dava un’occhiata tutt’attorno, per vedere se ci fossero pernici sugli alberi, e, meraviglia, dovunque puntava lo squardo, era come se un raggio di sole volasse davanti a lui e rischiarasse come una luce dorata i rami. Anche Silvia vedeva con sua grande meraviglia che la neve cominciava a sciogliersi sui due lati del sentiero dove procedevano. “Guarda, guarda!” gridò al fratello, e non fece in tempo ad aprire la bocca, che erba verde cominciò a crescerle sotto la pianta dei piedi e sugli alberi spuntavano gemme, e la prima allodola cominciò a cinguettare in alto nel cielo.
“Ma che bello!” gridarono i ragazzi, e al colmo della gioia arrivarono a casa dalla mamma. “Io vedo i raggi del sole!” gridò Silvestro.
“E io riesco a sciogliere la neve”, urlò Silvia.
“Ma figuriamoci! Questo lo sanno fare tutti”, disse la madre ridendo. Ma non passò molto che anche lei fu colta da meraviglia.  Per quanto calassero le ombre della sera, nella casetta non faceva buio, e restò una luce radiosa fino a che le palpebre di Silvestro si fecero pesanti dal sonno e si richiusero piano piano. Per quanto l’inverno fosse appena all’inizio, la casetta era invasa da una tale profumo di primavera che anche il manico della scopa nel suo angolo cominciò a gettare foglioline verdi e il gallo restò così incantato che prese a cantare in piena sera. E questo fino a quando Silvia non si fu addormentata.
“Senti, papà”, fece la donna quando il colono tornò a casa. “Ai bambini succede qualcosa di strano. Ho paura che nel bosco siano finiti in mano a qualche folletto.”
“Ma che vai a metterti in testa”, esclamò il colono. “Io invece ti porto una notizia. Indovina. Il re e la regina sono in viaggio per il Paese, e domani passeranno per la nostra chiesa. Che ne dici, se prendessimo i bambini con noi, e andassimo a vedere la coppia reale?”
“Non ho niente in contrario”, disse la moglie. “Non succede mica tutti i giorni di avere in visita un re ed una regina.”
La mattina seguente all’alba la famiglia del colono si mise in viaggio verso la chiesa, ed erano così pieni di gioia e aspettative che a nessuno dei genitori venne da pensare ai fatti del giorno prima. Né si accorsero di come i raggi del sole danzavano davanti alla loro slitta, e di come le gemme delle betulle spuntavano al loro passaggio.
Arrivati alla chiesa videro che si era radunata una grande folla. Ma tutti erano impauriti e pensierosi. Il re non era affatto contento, dicevano, perché la terra gli era parsa desolata e incolta, e di ciò incolpava severamente la popolazione, tanto  che si era udito parlare di gravi sanzioni. Della regina si diceva soltanto che in Finlandia sentiva un gran freddo, e che per tutto il viaggio era stata triste e preoccupata.
Questo era quanto si sapeva, e per ciò tutti presero a tremare quando la slitta del re svoltò alla curva della strada. Il re aveva un’aria severa e la regina piangeva, pure si fermarono in cima alla collinetta della chiesa per cambiare i cavalli, e in quel frangente diedero un’occhiata intorno, dato che la capote della slitta con le guarnizioni di argento era stata calata giù.
“Ma guarda che raggio di sole ci è toccato sul più bello!” disse il re, ridendo graziosamente come capita agli altri mortali. “Non capisco come mai all’improvviso mi sento così felice.”
“Certamente perché la Vostra Maestà ha fatto una buona colazione”, rispose la regina. “Lo stesso succede a me.”
“Certamente la Vostra Maestà ha dormito bene la notte scorsa”, disse il re. “Ma guardate, nonostante tutto, quanto può essere bello in questa Finlandia desolata! Guardate come il sole brilla tra le cime di quei due grandi pini là in fondo nel bosco! Qui dovremmo farci costruire una residenza reale.”
“Facciamolo, mio Signore e mio Sovrano”, disse la regina. In queste terre pare esserci un clima mite. Guardate quante foglioline verdi spuntano sugli alberi nel pieno dell’inverno!”
In quel momento si accorsero di Silvestro e Silvia, che si erano arrampicati in cima alla staccionata per vedere meglio il re, e Silvia ciarlava allegramente, tanto che i paletti secchi cominciarono a gettare grandi foglie verdi tutt’attorno. “Ma guarda, ecco due bravi bambini”, disse la regina. “Ordiniamogli di venire alla slitta.”
I bambini si avvicinarono - ditino in bocca, come sempre in situazioni del genere. “Sentite”, disse il re, “mi siete molto simpatici, al vedervi ho sentito il  cuore riempirsi di gioia e di calore. Salite sulla slitta, potrete così entrare nella corte reale e indossare vestiti d’oro e allietare tutti quanti.”
“No, grazie, Signor Re”, risposero Silvestro e Silvia. “Preferiamo restare a casa per la gioia di papà e mamma. A corte sentiremmo nostalgia di Peldivento e Barbadinembo”.
“E non potete portarvi con voi Peldivento e Barbadinembo?” chiese la regina, che sentì una indicibile dolcezza invaderle il petto.
“No, grazie, Signora Regina”, dissero di nuovo i bambini. “Non si può portarli con noi, perché loro crescono nella foresta."
“Cos’è che non passa per la testa dei bambini”, commentarono il re e la regina, e risero a tal punto che la slitta oscillò. Allora ordinarono di costruire nella zona una residenza reale, e furono così lieti e benevoli che tutti ne restarono sorpresi. Regalarono una moneta d’oro a tutti i poveri, mentre Silvestro e Silvia ricevettero  una grande ciambella reale, che il panettiere di corte aveva preparato per il viaggio, e che era così grande che per trasportarla erano occorsi quattro cavalli. I due fratellini distribuirono pezzi della ciambella a tutti i bambini del villaggio, eppure gliene rimase tanta che il cavallo del colono quasi non ce la fece a trascinare fino a casa quanto era rimasto.
Sulla via del ritorno la moglie del colono gli bisbigliò: “Sai perchè la regina e il re erano così felici?” “No”, rispose il marito. “Non hai capito? È perché Silvestro e Silvia gli rivolgevano lo sguardo. Ricordi quello che tu ho detto ieri?” “Sta zitta”, fece l’uomo. “Non farne cenno ai bambini. È meglio che non sappiano nulla di certe doti miracolose che nessuno capirebbe.”
Ma Silvestro e Silvia non si ricordavano affatto che sapevano emanare raggi di sole o sciogliere la neve, tanta era la felicità che provavano per la ciambella. E poi, non si rendevano conto del calore e della gioia che pervadeva quelli che li vedevano. Tutti erano convinti che dipendesse semplicemente dal fatto che erano dei bambini così buoni e amichevoli. Quel che è certo che i genitori ne erano felici dal profondo del cuore, e che il terreno incolto tutt’attorno alla casa del colono diventò poco alla volta una campagna fruttifera e bella a vedersi con un bel prato verde e gli uccelli migratori continuarono a intonare per tutto l’inverno dei canti che mai in passato si erano sentiti. Dopo qualche anno Silvestro diventò guardia forestale della nuova residenza reale, e Silvia trovò un impiego nei suoi grandi giardini, per via della bizzarra coincidenza che dovunque questi ragazzi rivolgessero lo squardo, lì tutto cresceva e si riempiva di gioia, tanto che era una gioia per gli occhi.
Una volta Silvestro e Silvia si recarono a salutare i vecchi amici Peldivento e Barbadinembo. E in quell’occasione soffiò un vento gelido e le alte scure cime dei pini mormorarono, intonando di nuovo il vecchio canto:

Oi oi, oi oi!
Gli anni e la vecchiaia son greve bisaccia,
ma stiam sempre in piedi, qualsiasi tempo faccia;
i secoli son trascorsi
in cerchio si son rincorsi,
la primavera con le sue gioie
l’autunno con le sue piogge;
dietro gl’inverni son restate
insieme con l’estate
la neve, le brinate,
e le miti giornate!
La nebbia s’è tolta di torno
e la notte si è fatta giorno.
Oi oi, oi oi!
Gli anni e la vecchiaia son greve bisaccia,
ma stiam sempre in piedi, qualsiasi tempo faccia...

Ma proprio quando erano arrivati a questo punto si udì un boato, uno schianto, e con un crac Peldivento e Barbadinembo crollarono a terra. Peldivento aveva allora trecentonovantatré anni, e Barbadinembo trecentocinquantacinque. Loro stessi non s’erano accorti di come le radici gli si erano seccate e marcite, tanto che i venti del cielo avevano avuto la meglio.
Silvestro e Silvia picchiettarono amichevolmente con la mano sui pini caduti coperti di lanugine, e gli rivolsero parole così amorevoli che la neve attorno a loro si sciolse e i fiorellini rosei dell’erica li ricoprirono interamente: così riposarono Peldivento e Barbadinembo caduti in mezzo ai fiori.
Per tanto tempo non ho saputo nulla di Silvestro e Silvia, e certamente il tempo li ha ingrigiti dato che son passati tanti anni da quando il re e la regina erano venuti in visita in Finlandia. Ma ogni qual volta vedo due bambini graziosi e felici che tutti amano di cuore,  allora penso che si tratta di Silvestro e Silvia, e che hanno ricevuto quegli occhi gioiosi da Peldivento e Barbadinembo. Non tanto tempo fa ho visto due bambini di quel genere e, strano a dirsi, dovunque rivolgessero lo sguardo una pioggia di luce cadeva davanti a loro e riluceva nel cielo nuvoloso e sui visi delle persone rattristati e indifferenti. Questo i ragazzi non lo sapevano, ma era impossibile  guardarli senza sentire il cuore sciogliersi di felicità, così come sempre accade quando si vede l’innocenza, la gioia e la bontà. Allora si scioglie il ghiaccio dai vetri delle finestre, la neve accumulata, e il gelo dai cuori freddi delle persone, e arriva una primavera verdeggiante nel mezzo del freddo inverno, tanto che anche la scopa comincia a rinverdire nel suo angolino e la siepe secca fiorisce, e le allodole cantano sotto l’alta volta del cielo. Di tutto ciò dobbiamo essere grati a Peldivento e Barbadinembo, o meglio, di tutto questo dobbiamo ringraziare il buon Dio che ancora consente alla primavera e alla gioia di fiorire nel mondo.

(Traduzione dal finlandese di Nicola Rainò)




Zacharias Topelius (1818-1898) è, con Andersen, il più noto autore nordico di racconti e fiabe per bambini dell’Ottocento. Figlio di un medico condotto, fu allievo devoto di Runeberg, il grande poeta romantico. Professore di storia all’Università di Helsinki, si affermò come giornalista e scrittore, in un clima di idealismo romantico caratterizzato da un forte sentimento patriottico e con una intensa vena popolare. Autore di opere narrative di ispirazione storica, sulla scia di Walter Scott (come i celebri "Racconti di un cerusico militare"), scritte in lingua svedese, raggiunse grande fama, sia in Svezia sia in Finlandia, come autore di letteratura per l’infanzia, con la raccolta Läsning för barn (Letture per bambini). Una antologia di suoi racconti, intitolata “Sampo il lapponcino”, è uscita in italiano nel 1956 per Paravia. In edizione bilingue, per l’editore Sinnos, abbiamo “Il tonttu del castello di Turku”, edito nel 1999.