Lettera di fine anno di Luigi G. de Anna, su come si fa e non si fa cultura italiana in Finlandia: scuole, riviste, palazzi e palazzinari, protagonisti e protagonismi

Italiano e italiani ”ai confini dell’impero”


Caro Nicola,
il 2007 è oramai agli sgoccioli. Presto sarà Natale e ci toccherà ancora una volta far buon viso allo joulukinkku, al rosolli e alle altre delicatezze un po' barbariche di questa Terra che ci ospita. Già, barbariche perché viviamo ai confini dell'Impero. Come ben sai, fino a pochi decenni fa la Finlandia era ancora, in termini di organizzazione cattolica, in partibus infidelium. Ma a noi, i centurioni che anno dopo anno continuiamo a rappresentare Roma nei fortini del limes, lo stare tra le foreste di Aquilone, lontane propaggini della Foresta Ercyna, non dispiace. Ci siamo abituati a questo ritmo lento del vivere, commerciamo con i Sitoni e i Suioni, vendendo loro la nostra mercanzia, conferenze, lezioni, convegni, riviste, ricevendo in cambio i prodotti locali. Spesso dobbiamo combattere contro i nuovi barbari che appaiono improvvisi oltre il confine; a volte costoro parlano la nostra lingua, ma nella versione di quell'idioma volgare, veramente volgare, che, ahimé, sta diventando sempre più frequente. Sic non erat in votis. Ma noi, il nostro dovere, tra Sitoni e Suioni, continuiamo a farlo.

Parliamo di cultura
Sono passati oramai molti anni da quando ci incontrammo la prima volta. Tenesti un corso per il nostro dipartimento, molto apprezzato dagli studenti, di grammatica normativa. Ora è un po' che non ci si vede. So dei tuoi impegni e i viaggi tra la Capitale e questo castrum sul limes occidentale diventano sempre più faticosi. Ragion per cui ti mando questa mia.
Dunque, volevo scriverti di cultura. Cosa possiamo fare noi, ai confini dell'Impero, per la cultura della nostra amata Patria? Vediamo innanzitutto chi di essa se ne occupa. Abbiamo due dipartimenti universitari di italiano, a Helsinki e a Turku, con due corsi di laurea ben frequentati. Anche più a nord, a Jyväskylä, Tampere e Oulu siamo riusciti a portare la nostra dolce lingua. Grazie alla dedizione di alcuni insegnanti, l'italiano continua a vivere nelle Scuole superiori di commercio di alcune città e nei centri linguistici, oltre che nei licei, soprattutto della capitale. Tutto bene dunque? Purtroppo no. All'orizzonte si affollano scure nubi. Per fare un esempio, all'università di Turku si stanno approntando i tagli ai bilanci delle facoltà. In quella umanistica più del taglierino da formaggio (qui si chiama appunto la soluzione dello juustohöylä) si sta usando la falce. Homo homini lupus. E' iniziata anche per l'italiano la lotta per la sopravvivenza, e immagino sia la stessa cosa anche nelle altre università. Per fortuna, gli studenti ci sono, le tesi di laurea pure. Ma mancano i dottori di ricerca. D'altra parte come potremmo produrli? A che serve un dottore di ricerca in italiano? Certamente non per tradurre o insegnare nei licei o nelle scuole serali. Il dottore di ricerca ha, nel nostro campo, come destinazione naturale l'università, ma quale futuro possiamo ragionevolmente promettergli? A Turku non abbiamo neppure un posto di assistente, né le fondazioni e le accademie sembrano essere molto interessate a finanziarie gli studi di italiano. Se dunque da una parte la domanda della nostra lingua è più che soddisfacente nella società, dall'altra si continua a lesinare sullo strumento che dovrebbe produrre questi professionisti dell'italiano, insegnanti e traduttori.

Offerta culturale
Se si passa dalla preparazione professionale al più ampio spettro dell'offerta culturale, il campo degli addetti ai lavori si allarga. Oltre alle università, abbiamo i comitati della Dante Alighieri, istituzioni veramente benemerite che da decenni ci aiutano a diffondere la cultura italiana in Finlandia. Quando arrivai in Finlandia, ahimé la bellezza di 38 anni fa, ad una conferenza della Dante non si trovava facilmente posto e spesso si restava in piedi, tanto l'aula era affollata. Poi, le cose sono cambiate. Il modo di passare il tempo è radicalmente mutato. I finlandesi oggi hanno un'offerta televisiva ampia ed attraente; c'è poi internet, ci sono i corsi serali di vario tipo, ancora popolari, e poi c'è quell'inguaribile tedium vitae di questo popolo che si estrinseca nella sconsolata ammissione: en jaksa. E li capisco. Anch'io, specialmente in questa stagione uggiosa, una volta arrivato a casa mi metto in poltrona e di lì non mi sposterei neppure a cannonate. Ma qualche volta devo farlo, e presentare l'oratore di turno della Dante. Di fronte a 5 persone. Come è successo ultimamente con le pur belle ed interessanti conferenze di Hannele Klemettilä sulla gastronomia medievale italiana e di Giacomo Bottà sulla Valtellina (ma abbiamo avuto anche una affollata serata dedicata alla comunità italiana di Turku). In conclusione: bisognerebbe trovare non solo modi nuovi per far vivere i comitati della Dante, almeno nelle città del Sud, perché mi pare che in provincia e nel Nord sopravviva ancora la vecchia cultura della conferenza, ma anche nuovi temi da affrontare.
E qui è decisivo il ruolo dell'Istituto italiano di cultura. Per anni, anzi per decenni, l'IIC rappresentava il gestore, lo smistatore e a volte l'organizzatore in prima persona della gran parte degli eventi culturali dei comitati della Dante. Ora non più. L'IIC, evidentemente per forza di cose, si concentra sulla capitale (basta guardare il pur ricco calendario di eventi del 2007 per rendersene conto), mentre al di fuori di essa poco arriva. Dicevo "per forza di cose", infatti gli IIC hanno bilanci sempre più ridotti, tanto da non poter praticamente più operare in prima persona, e quindi devono reperire un partner locale che organizzi l'evento. E questo partner di solito si trova nella capitale. Fine del lamento del provinciale.

Che tipo di evento?
Dicevo della preoccupante scomparsa di uditori alle nostre conferenze. Eppure mercoledì 28 novembre all'università di Turku era convenuto un centinaio di persone per sentire il regista Lucio Giordano, il quale presentava il suo film Le bande. Il giorno prima, una trentina di studenti di italiano aveva partecipato, sempre all'università, alla lezione del regista, il quale, con molta simpatia, la sera precedente si era prestato a dirigere le prove della commediola natalizia degli studenti di italiano. Certo, il dipartimento di italiano aveva fatto un intenso battage pubblicitario, aveva mobilitato studenti e amici dell'Italia, aveva procurato una intervista al regista, apparsa con evidenza sul quotidiano locale (conta qualcosa vivere da decenni in una piccola città dove si è facilmente conosciuti e, speriamo, apprezzati), per di più si era impegnata la Dante Alighieri, insomma, la promozione c'era stata. In ogni caso il successo dell'iniziativa del dipartimento di italiano e della Dante è stato lusinghiero.
Che cosa ne possiamo concludere? Quando l'evento esce da quella che oramai possiamo chiamare la routine della tradizionale conferenza, presentando un personaggio di richiamo, oppure un tema di attualità, o una disciplina, come il cinema, che va per la maggiore, il pubblico si trova. Come si trova a Helsinki una vera folla che va a sentire Claudio Magris. Ecco dunque su che cosa dovremmo puntare: l'evento "nuovo", "accattivante", l'ospite "mediatico". Facile da dirsi, ovviamente, ma difficile da farsi, visto che le risorse finanziarie sono quelle che sono e non è detto che l'editore che invita a Helsinki il famoso scrittore italiano sia disposto a farlo girare per la Finlandia. Ugualmente è sconsigliabile (lo dico sulla base della mia esperienza personale di lunga data, corroborata dalla vicenda Giordano) fare affidamento su estranei all'ambiente della promozione culturale, i cosiddetti "sponsor", i quali desiderano utilizzare l'evento per scopi che con la cultura hanno ben poco a che fare. Ma questo è comprensibile, chi finanzia un'attività, raramente lo fa mosso da un sincero amore per l'Italia, ma piuttosto dal desiderio di apparire, cercando una compensazione ai soldi impiegati in termine di pubblicità personale. E' una vecchia storia, che si ripete purtroppo regolarmente. E devo ammettere di essere rimasto coinvolto anch'io e di aver collaborato con questi personaggi in alcune occasioni, ritenendoli sinceramente interessati alla diffusione della nostra cultura. Ho dato loro credito, li ho trattati con amicizia  e mi sono sbagliato. Mea culpa, mea maxima culpa.
In conclusione, noi della provincia saremmo lieti se qualcuno di questi importanti  rappresentanti della cultura italiana fosse fatto arrivare fino a noi, senza fermarsi solo a Helsinki. Non è vero, amici dantisti di Tampere, Jyväskylä ed Oulu?

Mafia o non mafia?
Magnifica quindi l'"esperienza Lucio Giordano"? Non proprio. Innanzitutto esiste la qualità intrinseca del prodotto, cioè dell'evento che viene presentato. In questo caso si trattava di un film che il pubblico ha accolto, riferisco i commenti del "dopo partita", in maniera contrastante. Alcuni hanno detto "interessante", altri hanno detto "però l'Italia...", altri ancora hanno ripreso il fantozziano giudizio sulla Corazzata Potëmkin. Il film in effetti si regge su una trama molto esile, ha una recitazione approssimativa, che spesso scade addirittura nel ridicolo,  è costellato di incongruenze e sembra più un prodotto amatoriale che di un cinema d’essai, come ci era stato presentato. Nulla da paragonare all’altro, splendido film sulla malavita pugliese, quel Mio cognato di Alessandro Piva presentato a Helsinki un paio di anni fa  grazie all’Istituto italiano di Cultura.
In ogni caso, si dirà, questione di gusti. Ma il problema non è la qualità del film, che sembrava essere assicurata da quanto recitava la pubblicità del sito telematico del regista, e che cioè era stato presentato al festival di Venezia nel 2006 (ma chi scrive deve ammettere di non averlo visto in precedenza), ma il tema. Che è la presenza della criminalità legata al contrabbando e alla tratta delle prostitute nella Puglia di qualche anno fa. Forse perché il film, e qui sta anche la sua debolezza artistica, non ha un "eroe" protagonista, ma solo "antieroi", cioè contrabbandieri, spacciatori e ladruncoli (i buoni sono rappresentati dalla Guardia di Finanza), il risultato che si ottiene è di propagandare un'immagine non del tutto piacevole e condivisibile del nostro Paese. Il problema che l'addetto alla diffusione della cultura italiana in Finlandia si pone è essenzialmente questo: devo corroborare una immagine dell'Italia come paese di mafia, di violenti, di criminali, di imbroglioni, oppure devo cercare di spiegare ai finlandesi, che di questi aspetti sono del resto informati dalla propria stampa, non sempre benevola nei nostri confronti, che l'Italia ha anche qualcos'altro? E poi, se si fa della critica sociale, o politica bisogna farla bene. E non sempre questi film, come le improvvide fictions televisive sulla mafia e affini, che Dio ce ne salvi, sanno andare al di là di una denuncia di maniera. Insomma, non si tratta di voler censurare, ma di evitare che della mafia e degli altri fenomeni criminosi italiani se ne faccia materia di banalizzazione (quindi veramente benemeriti quei giovani e quelle giovani, ce ne sono anche in Finlandia, che con le loro organizzazioni, come Libera, combattono davvero la mafia e non ci mangiano sopra). Come ha detto Andrea Camilleri: "guai a mitizzare: l'unica letteratura su Cosa nostra dev'essere quella dei verbali di polizia". Insomma, al "Capo dei capi" televisivo, o alle "bande" cinematografiche continuiamo a preferire la benignana Divina Commedia.
Troppo spesso leggiamo sui blog che si diffondono come malepiante in Finlandia e in Italia i commenti di persone che sparano giudizi a raffica, senza neppure avere un minimo di conoscenza di quello che è veramente il fenomeno "cultura italiana". E qui dovremmo aprire una parentesi sulla funzione di questi blog che presuntuosamente vorrebbero portare un contributo alla nostra cultura, ma sono solo finestre dalle quali questi esibizionisti mostrano tutto il loro astio e la loro rabbia a 360 gradi. Il blog, talora camuffato da "giornale", rappresenta infatti l'ultima spiaggia della frustrazione di questi narcisisti, che arrivano a scrivere “articoli” usando vari pseudonimi in modo da moltiplicarsi per partogenesi, nonché lettere a se stessi, magari firmandole, per ulteriore compiacimento, con nomi femminili. Il loro problema è anche l’essere avulsi dalla realtà finlandese in cui vivono, infatti dopo dieci anni non hanno ancora imparato il finlandese, e ugualmente essersi estraniati da quella dell’Italia, paese dove, per un motivo o per l’altro, non possono tornare. Internet è un gran bella cosa, ma ha anche questo risvolto perverso: permette di mettere potenzialmente in circolazione (la lettura di questi diari comunque è limitata a pochi aficionados) i deliri notturni dei nostrani Catoni.
Tornatomene a casa dopo una cena con Giordano e le sue brave interpreti (prodotto locale del nostro dipartimento!), ho acceso la televisione per vedermi Roberto Benigni e il suo "Il quinto canto della Divina Commedia". Il suo elogio dell'Italia e dell'italiano mi è parso essere la più bella, pura risposta a chi vorrebbe, non parlo di Giordano, sempre e soltanto, infangare la nostra Terra e chi la rappresenta. La mia non è un'impennata nazionalista, ma una questione di dignità. Ma la dignità, se uno non ce l'ha, come il coraggio di Don Abbondio, non può darsela.

Riviste
Una piacevole novità di questo autunno è stata l'apparizione della rivista "IF". Premetto che ne ho discusso con Dario Martinelli in alcune lettere e che certe incomprensioni, nate da un lancio non proprio diplomatico, sono state appianate. Parlo come redattore della rivista "Settentrione", di cui è direttore Lauri Lindgren. Ringrazio Nicola per avere accennato sulla Rondine proprio a questo aspetto del rapporto che si viene a creare tra due riviste molto simili nella sostanza. Il primo numero di IF è di alto livello. Magari, come ha notato anche Riitta Tiirinlahti in un suo acuto intervento epistolare, l'uso dell'inglese in certe parti della rivista è inopportuno. Ancora una volta non vorrei passare per nazionalista ad eccesso, ma lascerei da parte l'inglese, visto che come lingua internazionale cerchiamo di promuovere proprio l'italiano.
Torniamo alle nostre riviste. Dunque ora in Finlandia l'italianistica ha due palcoscenici su cui esibirsi. Ma troveremo abbastanza compagnie teatrali capaci di intrattenere un pubblico piuttosto esigente? Staremo a vedere. Il problema non è solo quello di reperire i collaboratori, ma soprattutto di definire quali temi e quali aree debbano essere trattati. Settentrione nacque come rivista di studi "italo-finlandesi", il che vuol dire come ponte di comunicazioni tra le due culture. La tradizione dello studio dei rapporti culturali tra Italia e Finlandia è del resto antica e ha nomi prestigiosi, da Roberto e Cristina Wis a Giorgio Colussi, da Tauno Nurmela a Veikko Väänänen, da Lauri Lindgren a Elina Suomela e così via. Su questa linea Settentrione si è mossa per quasi venti anni, ricevendo, oltre a riconoscimenti ufficiali, basti ricordare il premio per la traduzione conferitogli dal Presidente Ciampi, l'attenzione degli italianisti finlandesi e dei finnisti italiani. Lindgren ed io siamo avanti negli anni, e le novità un po' ci spaventano. Mi auguro però che i "giovani" di IF trovino una strada nuova, che rinveridisca gli studi attinenti all'Italia. Quindi buon lavoro, Martinelli!
Per quanto ci riguarda più direttamente, il nostro problema principale al momento è la sopravvivenza stessa di Settentrione, rivista che si manteneva con il, modesto, contributo del Fondo Irma e Benito Casagrande (Irma ja Benito Casagranden rahasto), gestito dalla Fondazione dell'Università di Turku (Yliopistosäätiö), di cui Casagrande è vice-presidente, al quale si aggiungono le, non molte, copie acquistate dall'ambasciata di Finlandia a Roma e gli abbonamenti finanziati dal Ministero degli esteri italiano. Benito Casagrande, per motivi legati a valutazioni personali che nulla hanno a che fare con la cultura e con Settentrione, due anni fa ha tolto il contributo della Fondazione dell'Università, lo stesso ente che nel 2005 ha fornito ad un ricercatore un contributo di 26.000 euro per lo studio...del palazzo di proprietà del console onorario d'Italia Casagrande in Linnankatu... Cose che possono succedere solo in questa beata città, che per anni sulla stampa nazionale è stata menzionata in relazione alla "mafia di Turku" e alla "malattia di Turku", termini usati per indicare la commistione di interessi tra palazzinari, architetti “di corte”, politici e speculatori che ha portato al disastroso degrado urbanistico di quella che fu la capitale della Finlandia.
E non basta, l'ambasciata di via Lisbona ha di anno in anno assottigliato il numero di copie ordinate e il ministero degli esteri italiano per il 2007 non ha rinnovato gli abbonamenti. Insomma, cari amici, quest'anno vi dovremo chiedere i 20 euro del prezzo di copertina se vogliamo che Settentrione continui a vivere.
Da alcuni anni il panorama dell'informazione culturale si è arricchito grazie al contributo della Rondine, primo e fino ad ora unico giornale telematico italiano in Finlandia. La tua Rondine, caro Nicola, è migliorata col tempo. Ha perso il vezzo di fare il falco, visto appunto che rondinella era nata, e ha portato una bella fetta di Italia in Finlandia e di Finlandia in Italia. Combinando l'informazione alla critica, la cronaca al meno contingente, è l'unica, vera voce autorevole della nostra comunità. Tanto di cappello.

Comunità italiana, batti un colpo
Già, ma esiste una "comunità" italiana? Me lo chiedo non per fare polemica nei confronti dei connazionali dei Circoli di Helsinki, che mi pare ripercorrano con molto entusiasmo lo storico dibattito tra guelfi e ghibellini o tra bianchi e neri, con condanne ad esili reciproci e reciproche scomuniche, ma per definire una materia di cui mi sto occupando per un libricciolo in cui vorrei tracciare le linee generali della storia della nostra comunità, riprendendo quanto scrissi, oramai molti anni fa, per il benemerito Bollettino del Circolo italiano, diretto da quel galantuomo che è Bruno Tavan. Fino all'Ottocento, tutto bene. E per il Novecento? qui cominciano i problemi, metodologici innanzitutto. Infatti non è facile, a causa della legge sulla privacy, avere informazioni sui personaggi che costituiscono o hanno rappresentato la nostra comunità. Credo che dovrò limitarmi soprattutto a quella di Turku, che conosco meglio, ovviamente, ma anche perché fino al periodo che arriva alla seconda guerra mondiale la storia della comunità della mia città è stata trattata nell'ottima tesi di laurea di Roberto Tanzi-Albi (1983), oggi stimato alto funzionario del ministero degli esteri finlandese. Ammetto che l'idea di scrivere dei rappresentanti della comunità italiana di Turku, discendenti delle famiglie "storiche", ristoratori, ricercatori e insegnanti, addetti a vari settori dell'economia locale, lavoratori dei cantieri e del mattone, da una parte mi alletta, ma dall'altra mi fa presagire aspre polemiche. Staremo a vedere.
L'idea di cercare di documentare la storia della nostra comunità, ci tengo a precisarlo, non è mia, ma dell'allora ambasciatore d'Italia a Helsinki, Pietro Lonardo. Lonardo era profondamente interessato alla nostra comunità e desiderava che qualcuno ne tracciasse il profilo. Purtroppo il progetto iniziale non ebbe corso, il solito sponsor, partito Lonardo cui voleva compiacere, non si fece più vivo, ed ora sta ad altri cercare di mettere insieme i fili sparsi della nostra storia immigratoria. Ho comunque il conforto del nuovo ambasciatore, Elisabetta Kelescian, una persona che di cultura se ne intende, perché di essa se ne occupava già al ministero in un incarico di alta responsabilità.
Premetto che quando parlo di ambasciata in Finlandia e di Istituto di cultura potrei essere accusato di non essere imparziale. Infatti per venti anni, dal 1973 al 1992, ne sono stato il dipendente come lettore universitario. Non esserlo più mi rende però libero di darne un giudizio spassionato ed obiettivo, basato su una reale conoscenza dei fatti. E io non posso non ricordare come senza l'aiuto dell'ambasciata e dell'Istituto di cultura non esisterebbe l'insegnamento dell'italiano all'università di Turku, che fu istituito prima come lettorato e poi come cattedra grazie all'accordo col ministero degli esteri italiano che forniva il titolare. Ugualmente, lo stesso insegnamento non si sarebbe sviluppato senza il sostanzioso contributo che per quattro anni fu erogato, grazie anche ai buoni uffici di Adriana Frisenna, con lo scopo di istituire il corso di laurea in traduzione e interpretazione, oggi particolarmente popolare e produttivo (è appena uscito un nuovo libro, il quarto della serie, tradotto dai nostri studenti sotto la guida di Pauliina de Anna). E l'attività del dipartimento non continuerebbe se non avessimo il lettorato finanziato dall'Italia (disponiamo dal 1972 di un lettore e per molti anni ne avemmo due).
Non lo dico né per piaggeria né per convenienza. E' facile, troppo facile, gettare su ambasciata e Istituto il fango della calunnia senza conoscere né il reale aspetto dei problemi culturali né di come si possa, e con quali fondi, amministrare questa benedetta cultura. A questo proposito ancora un commento: lasciamo che di cultura se ne occupi chi conosce il mestiere. Cuique suum.

Irma la dolce
Caro Nicola, questa lettera sta diventando troppo lunga. La sauna si sta surriscaldando. E' venerdì e io sto ancora qui a pigiare sulla tastiera. Ma vorrei ringraziarti di una cosa: di aver risposto alla lettera del bergamasco immigrato dedicata alla sua cara Irmeli, incontrata tanti anni fa. Caso strano, curiosa coincidenza del destino, negli stessi giorni io ricevevo un messaggio di uguale tenore dall'Italia, mandato da una persona che cercava una certa Irma, comunque diversa dalla "tua" Irmeli.
Noi, veri italiani siamo fatti così: restiamo comunque fedeli a ciò che amammo. Sia essa la nostra Italia, che difendiamo disperatamente ai confini dell'Impero, o sia essa la Irmeli o la Irma della nostra, perduta, giovinezza.

Con amicizia, tuo
Luigi