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2018 anno europeo del patrimonio culturale

Il 2018, dichiarato Anno europeo del patrimonio culturale, sarà dedicato alla promozione della diversità culturale, del dialogo interculturale e della coesione sociale.
L’impegno si rivolgerà ad evidenziare il contributo economico dei beni culturali per i settori culturali e creativi e a sottolineare il ruolo del patrimonio culturale nelle relazioni esterne dell’Ue, tra cui la prevenzione dei conflitti, la riconciliazione post-conflitto e la ricostruzione del patrimonio culturale eventualmente distrutto.
Gli obiettivi generali dell'Anno europeo sono:
- promuovere la diversità culturale, il dialogo interculturale e la coesione sociale
- evidenziare il contributo economico offerto dal patrimonio culturale ai settori culturale e creativo, compreso per le piccole e medie imprese, e allo sviluppo locale e regionale
- sottolineare il ruolo del patrimonio culturale nelle relazioni esterne dell'UE, inclusa la prevenzione dei conflitti, la riconciliazione postbellica e la ricostruzione del patrimonio culturale distrutto
L'Anno europeo potrà contare su una dotazione finanziaria dedicata pari a 8 milioni di EUR, 4 saranno erogati dal programma Europa Creativa e gli altri 4 da altri programmi UE quali Erasmus Plus, Horizon 2020 ed Europa dei Cittadini che parteciperanno con bandi dedicati.
Gli Stati membri nomineranno dei coordinatori nazionali per promuovere le iniziative dirette nel proprio paese e raccordarsi con quelle “bandiera” promosse dalla Commissione. Rappresentanti del Parlamento europeo potranno partecipare in qualità di osservatori alle riunioni dei coordinatori nazionali organizzate dalla Commissione per lo svolgimento dell'Anno europeo.
Il 2018 Anno europeo del patrimonio culturale sarà presentato al Forum della Cultura in programma a dicembre 2017 a Milano.
La Decisione (UE) 2017/864 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 maggio 2017, relativa a un Anno europeo del patrimonio culturale (2018) è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea, il 20 maggio scorso. (G. Nitti)

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Dai confini dell'impero 39 Stampa E-mail
di Luigi G. de Anna   
Indice articolo
Dai confini dell'impero 39
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Le prime fasi dell’intervento statunitense sono lo sfondo di Go tell the Spartans del regista Ted Post (1978), basato sul romanzo di Daniel Ford Incident at Muc wa, che in parte segue nello spirito bellicista i Berretti verdi. In questo film, il maggiore Barker, impersonato da un anziano Burt Lancaster, è al comando di consiglieri militari americani che nel 1964 devono rioccupare, insieme ai sudvietnaminti, un poste a suo tempo costruito dai francesi (cui si riferisce il titolo del film) sterminati nel tentativo di difenderlo. La donna, ancora una volta, fa solo una rapidissima apparizione, prima come guerrigliera vietcong uccisa in battaglia e poi come ragazza viet che aspetta a lungo sotto la pioggia, non ricambiata, il buon caporale americano, il quale è l’unico sopravvissuto dei novelli spartani, risparmiato dal capo vietcong al quale, allontanandosi dal campo di battaglia mentre il guerrigliero abbassa il fucile rivolge la fatidica frase “I am going home, Charlie” (2). Forse nessuna frase, seppur nella finzione cinematografica, è stata meno veritiera di questa.
Cinque premi Oscar ottenne Full metal Jacket (1987) di Stanley Kubrick, ambientato, per la parte vietnamita, durante l’offensiva del Tet. Anche qui compare la oramai tradizionale prostituta, condotta al campo americano da un militare vietnamita, che si rifiuta di accompagnarsi a un afroamericano ritenendolo troppo “dotato”. La ragazza parla nell’inglese delle vietnamite che avvicinano i GI americani. Compare però anche, e questo è veramente raro per un film americano, la ragazza guerrigliera, che tiene sotto tiro la pattuglia nemica dalla finestra di un edificio diroccato.
Diversa dallo stereotipo è la ragazza saigonese di cui si innamora il soldato disc-jokey in una base americana impersonato da Robin Williams in Goodmorning Vietnam del 1987, film di Barry Levinson. Timida, scontrosa, accetta il corteggiamento dell’americano solo fino ad un certo punto e alla fine lo rifiuterà, come la sua terra rifiuterà gli americani.
Quella che domina nel cinema è la figura della prostituta, rinchiusa, come anche l’uomo, in una gabbia di stereotipi (la prostituta, la guerrigliera, il soldato comunista che non ha né nome né personalità, il sud-vietnamita corrotto e infido).
Come abbiamo visto, la prospettiva cinematografica da cui guardiamo alla guerra del Vietnam si basa quasi esclusivamente sui film di Hollywood. L’impostazione concettuale è di conseguenza quella americana, con la tipica divisione dell’umanità tra buoni (gli americani) e cattivi (chi osa sfidarli). Certo, i registi più “impegnati” inseriscono nelle loro opere alcune tematiche di critica e perfino di rigetto della politica del loro Paese, ma questa simpatia che sentono per le vittime americane del conflitto non si comunica al nemico. E’ infatti sintomatico che nelle scene di battaglia si osserva la sofferenza dei GI, caduti o feriti, mentre dall’altra parte i nord-vietnamiti e i vietcong cadono come birilli, nella tipica formulazione cinematografica che fa dell’eroe uno sterminatore dei cattivi, come si è sempre visto nei film di Hollywood, dall’epopea delle guerre indiane, al secondo conflitto mondiale. E se qualche personaggio “nemico” acquista umanità, questo succede solo a guerra finita, quando i veterani di una parte incontrano quelli dell’altra, come in Going back di Sidney J. Furie (2000).

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In conclusione, l’immagine predominante che si ricava della donna vietnamita nei film americani è sostanzialmente quella della prostituta, anche se costei è vista con un certo senso di pietà, come nel musical Miss Saigon, che riprende la trama di Madama Butterfly di Giacomo Puccini. Questa raffigurazione ha però radici nella cultura vietnamita, data la posizione che le concubine (le congaï, in Thailandia chiamate mia noj, piccola moglie) e le prostitute avevano nella società tradizionale, basti pensare al poema epico vietnamita dei primi dell’Ottocento che racconta la vita di Thúy Kieu, una giovane che si prostituisce per aiutare la famiglia. Questa situazione è molto comune nella società indocinese, dove le ragazze delle famiglie povere ancora oggi sono a volte avviate alla prostituzione per poter mantenere la famiglia. Questo porta ad una umana comprensione da parte degli indocinesi stessi, che non guardano alla prostituzione con lo stesso nostro giudizio di condanna morale. Inoltre, in Vietnam la poligamia fu ufficialmente abolita solo nel 1958, ma la pratica continuò anche dopo questa data. Questo spiega, secondo Bernard Fall, perché l’estrema facilità dei rapporti sessuali sia “accettata con naturalezza da tutti, e quindi alcuni ritengono che non rappresenti affatto un problema come in molti altri paesi. Ad esempio la Pagoda delle Signore, vicino al Grande Lago di Hanoi, esponeva il seguente cartello all’interno dell’ingresso, molto esplicito nella sua essenza: ‘E’ formalmente vietato a tutti gli innamorati di portare le loro concubine in questo tempio per farvi all’amore. Questo è un luogo sacro’” (3). Se la religione buddista proibisce severamente i rapporti tra monaco e donna, tanto che costei neppure può toccarlo, essa è in ugual misura liberale rispetto alla morale sessuale quando i rapporti riguardano uomini e donne laici. Se il rapporto fisico non comporta problemi di natura morale, come appunto dice Bernard Fall, la fisicità in sé non è vista con pari liberalità, infatti in Indocina gli innamorati o le coppie sposate non si esibiscono in effusioni pubbliche, né si tengono per mano, atti considerati essere imbarazzanti e impropri. Ugualmente non si vedrà su una spiaggia una donna indocinese prendere il sole senza reggiseno.


 
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Fantastica!

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A Tampere, in mostra i capolavori di Valentino

Alcune tra le più straordinarie creazioni viste in passerella, gli abiti di alta moda di Valentino, sono in mostra al Museo Milavida di Tampere, la capitale industriale della Finlandia. Intitolata Fantastica! Abiti di Valentino da collezioni private, è una mostra che rappresenta innanzi tutto una celebrazione dell’alta moda: sotto i riflettori vi sono non solo gli abiti di Valentino provenienti da collezioni private, ma anche il loro retroterra artigianale e la minuziosa esperienza di tessitori, sarti e ricamatori, che rendono ogni capo prezioso come un gioiello.
La raffinatezza e la cura dei dettagli fanno sì che Valentino venga definito “L’ultimo imperatore della moda”.
Ottima l’occasione, per i curiosi, per conoscere l’edificio storico che ospita la mostra, Il Castello di Näsi (Näsilinna) a Tampere, nel quartiere di Finlayson.
Il magnifico palazzo è stato costruito nel 1898 da Peter von Nottbeck, figlio di Wilhelm von Nottbeck, con progetto di Karl August Wrede, autore celebre per una serie di grandi edifici come la Biblioteca municipale di Turku. Il palazzo nel 1905 fu ceduto dagli eredi al comune di Tampere.
Danneggiato a più riprese durante la guerra civile, e poi durante la seconda guerra mondiale, l’edificio ha subito profondi restauri, tra il 2013 e il 2015, recuperando la sua originaria bellezza. Oggi Näsilinna, oltre al Museo, ospita anche un caffè e un ristorante.

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Valentino Garavani è uno degli stilisti più famosi, ha vestito il bel mondo internazionale, ed è talmente celebre da aver dato il suo nome a una varietà di rosso. Come grandi pittori del passato, da Carpaccio a Tiziano.

Mostra: Museo Milavida - Tampere

dal 15 giugno al 15 ottobre
http://museomilavida.fi/en/museum-milavida/

 

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